giovedì 22 febbraio 2018

Oscar 2018: Miglior Film

Il filo nascosto - Paul Thomas Anderson 9
Forse il più sottile e raffinato lavoro di PTA, che ammette i confini e i limiti della Settima Arte di poter spiegare e rappresentare le dinamiche relazionali e la complessità degli esseri umani. L'inafferrabilità è ciò che lega lo stilista Woodcock e la sua musa, vittima, moglie e poi carnefice Alma: l'amore non è uno scontro, ma la tessitura di un intreccio che non segue un percorso razionale. Il capovolgimento dei ruoli è continuo, ma la forza ipnotica del regista, ormai alla stregua dei più grandi di sempre, non ha eguali. Fondamentale il supporto delle musiche di Johnny Greenwood.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri - Martin McDonagh 9
In un paesino del Missouri razzista e indifferente, la tragedia si stempera improvvisamente con la risata, così come la commozione si nasconde anche dietro personaggi imbastarditi e senzadio, che si affannano per combattere contro un Male invisibile, ma forse sono soltanto alla ricerca di speranza e amore. Martin McDonagh è il miglior erede dei fratelli Coen, guarda a Fargo ma senza scimmiottarlo e permette a un terzetto d'attori inarrivabile (McDormand, Rockwell, Harrelson) di puntare all'Oscar.

Dunkirk - Christopher Nolan 7
L'autore Nolan non c'è più, lascia spazio ormai al tecnico prodigioso e all'architetto d'immagini: per vivere l'esperienza della guerra sul grande schermo, Dunkirk potrebbe non avere rivali nella storia del cinema. Ma poi che cosa resta? Niente di più di un grandioso intrattenimento: che sia poco o tanto, dipende dall'umore e dall'aspettativa di ciascuno. Un trip sonoro ancor più che visivo, un'opera dalla forma impeccabile, costruita ad arte, senza pathos ed epica.

L'ora più buia - Joe Wright 7
Enorme Gary Oldman nei panni di Winston Churchill durante la graduale presa di consapevolezza dell'impossibilità di negoziare la pace con "quell'imbianchino" di Hitler. Potere alla parola, scritta e parlata: la regia di Wright pecca di un eccesso di teatralizzazione ma sa costruire anche sequenze d'antologia, come quella nella metropolitana. L'odio contro il nazismo scorre potente nelle vene: in questo caso, un film giustamente non pacifista.

The Post - Steven Spielberg 7
Uno Spielberg che più classico non si può, nostalgico dell'impegno degli anni Settanta: coppia di rassicuranti star, indignazione, ode alla libertà di stampa. Ma il rischio è che la nobilissima confezione parli al passato più di quanto sembra, risultando oggi anacronistica: il miglior fantasy del regista americano? Difficile però non ammirare la precisione stilistica e la limpidezza del discorso retorico e politico, in linea con i precedenti Lincoln e Il ponte delle spie.

Chiamami col tuo nome - Luca Guadagnino 6
Nessuno come Guadagnino riesce a far vivere i luoghi e gli ambienti, a dargli un ruolo attivo e un significato sensuale: la provincia di Crema e la ricostruzione d'epoca meriterebbero da soli la visione. Ma la seconda parte del film non è narrativamente all'altezza della prima: l'evoluzione della storia d'amore non sorprende, e la patina indie è sempre dietro l'angolo. Osannato oltremisura anche da chi aveva massacrato Io sono l'amore e A Bigger Splash: come spesso accade, la verità sta nel mezzo.

La forma dell'acqua - Guillermo del Toro 6
Una storia d'amore tenerissima dai toni favolistici per una pellicola esteticamente straordinaria, ma dove non convince appieno l'elogio poetizzante della diversità. Probabilmente nelle mani del Tim Burton di un tempo sarebbe stato un capolavoro struggente con la giusta dose di sporcizia emotiva, in quelle di Guillermo del Toro è soltanto un ottimo prodotto ben confezionato, che può ingannare lo stesso pubblico che si è fatto incantare dalle ruffianerie di La La Land.

Lady Bird - Greta Gerwig 6
Mi è sempre piaciuta tanto Greta Gerwig, come attrice e personaggio, ma dal suo esordio dietro la macchina da presa era lecito aspettarsi qualcosa di più. Il suo romanzo di formazione ed emancipazione sentimentale è senz'altro sincero, privo però di una propria originalità e di uno sguardo davvero personale: gradevole, come tanti altri film indipendenti americani con gli stessi temi e le stesse sfumature. A brillare è soprattutto la sempre più matura Saoirse Ronan. 

Scappa - Get Out - Jordan Peele 5
Uno dei casi cinematografici della scorsa stagione americana, etichettato addirittura come film simbolo della fase post-obamiana, forse perché il regista Peele è noto per essere un eccellente imitatore dell'ex presidente. In realtà, la lettura politica dei sottotesti è fin troppo generosa: di per sé, è un horror curioso nella prima parte, maldestro e a tratti patetico nella seconda. Potrà essere attuale l'idea di partenza, ma lo sviluppo lascia francamente perplessi.



1 commento:

  1. Il cinema può essere un luogo conveniente dove è possibile ottenere le informazioni necessarie. Molti estratti dei film https://altadefinizione.page mi introducono su come si relazionano i bambini in diversi paesi del mondo, quali sono le connessioni lì nelle famiglie, nelle scuole, nelle istituzioni correzionali ed educative.

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