giovedì 28 giugno 2012

2012 - Primo Semestre


Che te lo dico a fare.

1 - Cesare Deve Morire - Paolo e Vittorio Taviani
In the old time, it was not a crime.


2 - Tutti i Nostri Desideri - Philippe Lioret

I want to give you some love, I want to give you some good, good loving.

3 - Hunger/Shame - Steve McQueen

I want to fuck you like an animal, I want to feel you from the inside.


4 - Diaz - Daniele Vicari

Some of those that work forces, are the same that burn crosses.

5 - 50 e 50 - Jonathan Levine
You came on your own that's how you'll leave, with hope in your hands and air to breathe.

6 - L'Arte Di Vincere - Bennett Miller
I wish I was a sentimental ornament you hung on.

7 - Young Adult - Jason Reitman
Stai pur lì che io lo so che cos'è il sesso e il rock'n'roll.





martedì 26 giugno 2012

Detachment - Il Distacco (voto 8) IL FILM DEL MESE

Dopo tredici anni il bellissimo ‘American History X’, vero e proprio cult movie, torna Tony Kaye, regista che dimostra di avere una capacità particolare nel saper descrivere una America piuttosto degradata, periferica, abbandonata a se stessa. Questo ‘Detachment’ punta il dito contro il sistema pubblico scolastico americano, incapace di instaurare un qualsivoglia stimolo nei propri studenti, solitamente provenienti da una modesta condizione socio-economica. Ricordo un film di una quindicina di anni fa con una bella Michelle Pfeiffer nel ruolo che ora è di Adrien Brody, sempre sullo stesso tema, forse in salsa un po’ più populista e meno accattivante. Kaye, infatti, si serve di uno stile molto originale, utilizzando un montaggio molto frammentario, sincopato, che alterna il susseguirsi degli eventi con dichiarazioni degli stessi protagonisti davanti alla macchina da presa, quasi da commento a quello che sta accadendo. Inoltre, colpiscono anche i numerosi disegni, che fanno da sfondo a questo difficile percorso di crescita, di vita. ‘Detachment’ è un bel film, coraggioso, che mostra quella faccia di Stati Uniti D’America che Obama non è riuscito a cambiare. Non tutto è messo a fuoco, alcuni spunti non sono approfonditi, ma prevale il valore etico e coinvolgente di un lavoro che parla di distacco, intendendolo in vari modi: innanzitutto, quello tra figli e genitori, completamente inadeguati, assenti, incapaci di contribuire alla formazione di una persona; ma soprattutto, quello tra Stato e individuo, tra istituzione e cittadino, più vicino all’essere un numero, un fantasma che un motore portante della società. Il regista approfondisce aspetti piuttosto desolanti, descrivendo una fetta di americani completamente priva di stimoli: nè gli insegnanti, frustrati e insoddisfatti delle loro vite, nè gli studenti, passivi e catatonici, paiono essere in grado di restituire una quotidianità dignitosa a una provincia americana impressionante, per la quale i Sogni non sono passati neanche di striscio. Disillusi, depressi, rassegnati, i personaggi di ‘Detachment’ ritrovano una umanità soltanto nel momento in cui piomba la tragedia, e riaffiora il senso di colpa. Non tutto è nero, però: nel rapporto tra il supplente Brody (una delle sue migliori interpretazioni degli ultimi anni) e la giovane prostituta Sami Gayle si intravede uno spicchio consistente di umanità, solidarietà, amore. In breve, ‘Detachment’ è un discreto pugno nello stomaco, salutare, necessario: il lato più incazzato e barricadero del cinema americano.

Emiliano Dal Toso

domenica 24 giugno 2012

Pop Porno: Deep Throat - La Vera Gola Profonda

Pompa, pompino, bocchino, sufegotto, fellatio, succhione, boccaponcio, stuflone, boccaglio. Internazionalismi? Blowjob, pipe, mamada. Però il deepthroat è un'altra cosa. Spieghiamolo alle ragazze italiane che non lo sanno. Il DT è una pratica, diffusa soprattutto nei paesi protestanti, che consiste in una fellatio estrema, la quale porta la femmina ad accogliere completamente il membro virile in gola, schiacciando il naso contro il ventre del partner. Perchè i paesi protestanti? Ma perchè il luteranesimo nel XVI secolo ha stabilito che il rapporto tra Dio e l'uomo non è mediato da alcuna gerarchia ecclesiastica, e quindi la Bibbia viene tradotta in volgare, cade lo scheletro burocratico della Chiesa, crolla il suo peso opprimente, e questo, nei secoli, si trasforma in disinibizione sessuale, libertà mentale e tutta un'altra serie di frivolezze piacevoli che ai cattolici sono in gran parte ancora precluse. Eh sì, cari miei, Giuseppe Ratzinger ferma le teste delle vostre fidanzate: è triste, ma è così. Ecco perchè "Deep Throat", il primo film porno di successo planetario, è stato girato negli U.S.A., con un'americanissima protagonista, la fantastica Linda Lovelace. L'anno è il 1972, la storia è semplice: Linda non addiviene all'orgasmo quando ha normali rapporti sessuali, perchè il suo clitoride si trova in gola, e non dove dovrebbe stare. Ovviamente la ragazza si dà da fare per rimediare. Tra orgette, dottori maniaci, strani vibratori cavi, quello che emerge è lui, il DT. Linda è una maestra in materia, roba che bisognerebbe proiettare le sue prodezze laringo-tracheali nelle scuole medie. Siamo franchi, Manzoni non serve a un cazzo, lo sappiamo tutti; allora io dico: fuori Alessandro e dentro Linda. Premesso che il film è un pornazzo, quindi val quel che vale, uno spunto di interesse registico c'è, ed è l'utilizzo di sequenze extradiegetiche, cioè formalmente sconnesse dalla storia narrata, nel momento dell'orgasmo maschile. Attraverso la extradiegesi, esso viene alternato una volta ad un razzo spaziale in decollo, un'altra ad una campana che suona, e via dicendo, proprio come faceva Ėjzenštejn in "Sciopero" quando creava un parallelismo tra gli scioperanti massacrati dai cosacchi e i bovini macellati in un mattatoio. Sempre nel 1972, uscì un altro film che io penso abbia alcune analogie con "Deep Throat". Un vero capolavoro del genere anarco-trash: "Pink Flamingos" del visionario (lui visionario vero, non Tim Burton) John Waters. La pellicola è boicottata dai supercritici cinematografici e, ad esempio, sul Mereghetti non c'è nemmeno. Nel film, tra le altre cose, un hippie spompina un travestito obeso, un travestito obeso mangia vera merda di cane, un hippie infila la testa di un pollo vivo nella vagina di una ragazza. In DT come in PF ritroviamo lo stesso potente senso di surrealtà, la stessa torsione iperbolica del nostro piccolo, scivoloso quotidiano, ma soprattutto la stessa tagliente comicità (p.es. in DT la scena della visita ginecologica di Linda è davvero esilarante, specialmente in lingua originale). Concludo dicendo che la visione di "Deep Throat" sfata il mito "anni Settanta=pubi femminili pelosi+droghe pesanti". Linda, in anticipo sui tempi, è depilatissima.

Ivan Brentari

 

venerdì 22 giugno 2012

Pop Porno: Omicidio a Luci Rosse

Jake è un attore di B-movies ormai in crisi, che perde il suo ultimo ruolo a causa della sua claustrofobia. Conosce ad un audizione Sam, che gli lascia la casa, a sua volta prestatagli da un amico, perché deve andare a recitare a Seattle. In questa casa, grazie ad un cannocchiale, spia una giovane donna ricca che ogni giorno, sempre allo stesso orario, si spoglia davanti alla finestra. Diventerà testimone dell’omicidio della ragazza. Il film è ambientato molto sapientemente nel mondo del porno californiano, ma non è un film erotico, semplicemente un thriller, ben diretto. De Palma è sapiente nel rielaborare concetti Hitchkockiani quali la doppia personalità o la paura dell’altezza, qui trasformata in claustrofobia, omaggiando “La Donna Che Visse Due Volte” e “La Finestra Sul Cortile” , anche se in 'Body Double' (titolo originale) manca un James Stewart capace di elevare la pellicola a status di cult. Va detto, però, che Craig Wasson, all'epoca sconosciuto, recita assai bene nei panni del deluso e amareggiato Jake e una giovane Melanie Griffith è una bellissima femme fatale capace di stregare gli spettatori. La storia è ben congegnata, con un ritmo elevato che tiene sulle corde lo spettatore, seppur il film sia molto datato: la scenografia e la recitazione dei protagonisti profumano di anni 80. Anche il modo di descrivere e mostrarci Los Angeles ha quel retrogusto. Ma tutto ciò viene sapientemente mascherato dal personaggio di Jack, veramente ben riuscito. Grazie a lui, Brian De Palma ci parla di problemi irrisolti che devono necessariamente essere superati; lo sfondo psicologico non è, però, il solo che interessa al regista. Come già detto, il film è un omaggio a Hitchcock, in modo particolare nel personaggio di Melanie Griffith, figlia della musa Hitchcockiana Tippi Hedren.  La Griffith incarna il binomio realtà-apparenza, mentre il protagonista Jack passa dall'Essere attore all'Essere spettatore nel momento in cui assiste all’uccisione della donna che sta spiando. Inoltre, ci sono implicazioni meta-cinematografiche non solo nei due personaggi, ma anche "nel film nel film" che Jack non riuscirà a finire e nel porno in cui reciterà. Per ultimo, il titolo del film 'Body Double' indica la controfigura usata nelle scene di nudo. Ancora una volta, il doppio e l'inganno sono la principale chiave di lettura.

Luca "MauriBertarelli" Recordati

mercoledì 20 giugno 2012

Cannes e Dintorni 2012 - Seconda Parte: Beyond The Hills, Paradise: Love, Silenced, Thermae Romae

Una delle manifestazioni che più eccitano le fantasie della buona e snob cinefilia milanese è giunta ieri alla conclusione. Anche quest'anno, stando ai dati, pare che si sia rivelata un successo, alla faccia della caldazza, degli Europei di calcio e della crisi. Non si sono visti soltanto capolavori, però, e infatti a 'Beyond The Hills' (voto 4) di Cristian Mungiu va la Palma D'Oro per la più grande delusione. A quanto pare Nanni Moretti ha utilizzato il seguente criterio per assegnare i premi: quanto più lo sbadiglio si fa imponente, tanto più il film è importante. Non comprendiamo minimamente nè quello alla miglior sceneggiatura (prevedibile come un elenco telefonico), nè quello alle migliori attrici (completamente anonime), tanto più quando l'alternativa era una Cotillard da strapparsi i vestiti. Spiace, spiace perchè ci era piaciuto davvero tanto quel '4 mesi, 3 settimane, 2 giorni' (uno dei nostri East Ghost), che proprio qui a Cannes vinse il premio più importante cinque anni orsono. Il bersaglio di Mungiu, stavolta, sono i fondamentalismi religiosi, individuando in un convento isolato ultraortodosso, dietro le colline, il luogo del Male, di quelle brutte e cattive persone che hanno scelto di sacrificare le proprie vite nel nome di Dio. Che palle. Nel frattempo, però, in Romania le cose non vanno molto meglio. Un cinema lunghissimo (due ore e trentacinque minuti ma sembrano di più), pesantissimo, che rassicura lo spettatore mostrando quello che ama farsi ripetere e non pone minimante in discussione nessuna convinzione. Non ci sorprendiamo, a questo punto, che sia rimasto a bocca asciutto un film di tutt'altra fattura, caustico, graffiante, politicamente scorretto, come 'Paradise: Love' (voto 8) di Ulrich Seidl. Il regista austriaco si ripropone dopo undici anni l'allucinante 'Canicola' e ci verrebbe da chiedere dove sia stato tutto questo tempo. Straordinariamente implacabile, Seidl mette alla berlina impietosamente un osceno universo femminile di ultracinquantenni borghesi, sovrappeso, che va in vacanza in Kenya alla ricerca di qualche bel "cioccolatino" che le soddisfi con tanto amore, in cambio però di qualche banconota o bene materiale per sopravvivere. Il film dura due ore piene e gira praticamente sempre sullo stesso tema ma è talmente geniale e corrosivo che scivola via con assoluto piacere. La protagonista Margarete Tiesel (monumentale) è un ottimo esempio di come non dobbiamo diventare, sia uomini che donne. Uno stile, quello di Seidl, che mi riporta alla mente un altro grande regista come Todd Solondz: entrambi non risparmiano niente a livello di cattiveria, ma dietro allo shock iniziale raffigurano una contemporaneità di individui disperati e drammaticamente soli. Dato che la rassegna, però, si chiama 'Cannes e Dintorni' giustifichiamo quel 'Dintorni' parlando di due film che sono stati presentati al Far East Film Festival di Udine. Il primo, 'Silenced' (voto 8) di Hwang Dong-Hyuk, vincitore del concorso, è un ottimo film di denuncia, che ricostruisce uno sconvolgente fatto di cronaca accaduto in una scuola per sordomuti nella provincia di Gwangju, Corea del Sud. Un lavoro asciutto, ben orchestrato, efficace, degno delle migliori produzioni americane. Dong-Hyuk non risparmia nemmeno immagini piuttosto forti e sgradevoli, senza apparire però gratuito e sensazionalistico, e il risultato è un film che riesce a coinvolgere e indignare, come dovrebbe fare il miglior cinema civile. Concludiamo con 'Thermae Romae' (voto 7) di Hideki Takeuchi, premio del pubblico, deliziosamente idiota. Takeuchi dimostra che il cinema asiatico non ha proprio niente da invidiare a quello americano. Un architetto della Roma imperiale si ritrova catapultato nell'odierno Giappone e apprenderà i segreti per costruire bagni termali soddisfacenti e innovativi. Il film è tratto da un manga di successo e regala, soprattutto nella prima parte, qualche vera esplosione di ilarità. E' una bischerata, ma gradevole, onesta, sorretta da un umorismo non-sense stralunato e cazzaro, che fa da sfondo anche a una tenerissima e improbabile storia d'amore.

Emiliano Dal Toso



lunedì 18 giugno 2012

Cannes e Dintorni 2012 - Prima Parte: Amour, Moonrise Kingdom, De Rouille Et D'Os

Ed eccoci arrivati a questa bella rassegna milanese, accompagnata dall'aria che anticipa l'estate, che propone poche settimane dopo la presentazione ufficiale alcuni dei film che sono passati in concorso, o fuori concorso, all'ultimo Festival Di Cannes. Cominciamo col botto, e affrontiamo subito il vincitore, la Palma D'Oro, 'Amour' (voto 5) di Michael Haneke. Il tocco del regista austriaco è immediatamente percepibile: salotti borghesi, grande eleganza stilistica, un sottile senso di fastidio pronto ad esplodere in tragedia. Se nei precedenti lavori, però, il centro del discorso era smascherare le ipocrisie, provocare i suoi personaggi affinchè emergesse il loro lato peggiore, talvolta mostruoso, occultato dai formalismi derivanti dalla loro educazione e dal loro status sociale, con 'Amour' il dramma conturbante non è più la conseguenza degli eventi ma il presupposto dal quale, poi, tratteggiare i comportamenti dei protagonisti. I pur bravi Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva sono due ottantenni e potrebbero essere benissimo gli stessi personaggi, un po' cresciuti, di 'Funny Games' o di 'Niente da nascondere': rispetto ai film precedenti, Haneke ribalta la prospettiva, e offre una descrizione meravigliosamente umana del modo con cui il primo si prende cura della moglie malata. Il senso di pietas come unica possibile rappresentazione dell'amore, autentico, immacolato. Peccato che per giungere a questa conclusione, Haneke ci impieghi due ore e un quarto lunghissime, interminabili, nelle quali non succede praticamente niente. Non ci sorprendiamo che un radical-chic come Nanni Moretti si sia entusiasmato di fronte ad 'Amour', malgrado i suoi film siano indubbiamente più inventivi e originali. Convince decisamente di più 'Moonrise Kingdom' (voto 8) di Wes Anderson, vero e proprio regista di culto, al settimo film dopo i bellissimi 'Il treno per il Darjeeling' e 'Fantastic Mr. Fox'. Anche in questo caso, sono presenti i classici topoi del regista, stilistici e contenutistici: i soliti meravigliosi colosi, le solite meravigliose geometrie, il solito geniale utilizzo della colonna sonora, da una parte; la solita conflittualità genitori-figli, la solita malinconia che pervade ogni singolo passaggio, dall'altra. Direi che 'Moonrise Kingdom' è un Wes Anderson all'ennesima potenza, e questo può essere sia il pregio che il difetto del film. Personalmente, adoro come il regista americano concepisce la macchina da presa, uno strumento per fotografare stati d'animo, umori, nostalgie attraverso, soprattutto, l'aspetto visivo. Ogni sequenza del film ha un tocco geniale, marcatamente personale. A tal proposito, credo che Wes Anderson sia insieme a Quentin Tarantino il regista americano che ha maggiormente definito un proprio stile, negli ultimi vent'anni. Così come lo spettatore riconosce immediatamente un film di Tarantino, può riconoscere subito anche un film di Wes Anderson. Una menzione speciale è dovuta a un cast delizioso, irresistibile, da un Bruce Willis sceriffo solitario a un Edward Norton capo-scout ossessionato, passando per il solito monumentale genio di Bill Murray. Concludiamo con il primo capolavoro della rassegna, 'De Rouille Et D'Os' ('Ruggine e Ossa') (voto 10) di Jacques Audiard. E' così che vanno fatti i film. Audiard parla della vita per quella che è, senza intellettualismi, senza fronzoli. Racconta di uomini e di donne sempre al limite, ai margini, che si affannano e che sono disperatamente alla ricerca di un appoggio per poter stare nel mondo, a loro modo. Questo accadeva nei strepitosi lavori precedenti ('Sulle mie labbra', 'Tutti i battiti del mio cuore', 'Il profeta'), questo accade in 'De Rouille Et D'Os'. Sa parlare di persone, sa raccontare la sconfitta e il riscatto. E' un regista pieno, che non dimentica che il cinema è anche genere, azione, intreccio narrativo, tensione, oltre a essere uno specchio dell'esistenza. Conferma di avere tutto, dalla sensibilità autoriale all'abilità tecnica. Mi vengono in mente pochi altri registi contemporanei che hanno questa eccezionale capacità di coniugare l'espediente della finzione, dell'intrattenimento, con quello della rappresentazione della realtà; forse ce ne sono soltanto a livello hollywoodiano (Michael Mann, Martin Scorsese). Nel cinema europeo, è un caso più unico che raro. La protagonista Marion Cotillard offre un'interpretazione che ha a che fare con la passione, oltre che con il talento. All'opposto dei silenzi e della sottrazione di 'Amour' di Haneke', 'De Rouille Et D'Os' è un tripudio di esperienza vissuta.
Emiliano Dal Toso

venerdì 15 giugno 2012

Pop Porno: Larry Flynt - Oltre Lo Scandalo

Di che genere è Larry Flynt? Provare a dare una risposta completa a questo domanda, magari anche senza riuscirci, può essere una buona via per comprendere la grandezza di questo film. Sicuramente, come è evidente, l'impostazione generale è quella del self made man, ma l'applicazione del modello è del tutto anomala, perché il declino – obbligatorio nel genere - non avviene fino in fondo come in Scarface (ad oggi il vero Larry Flynt vive ad Hollywood e sta benone) e, soprattutto, non è diretta conseguenza della sua condotta (anzi, dal punto di vista concettuale – attentato a parte – Larry Flynt raggiunge il suo obiettivo). L'altro genere a cui si potrebbe pensare è quello del legal movie all'americana, solo che anche in questo caso il genere non è puro, perché la soluzione della lunga serie di processi che vedono il nostro Larry indagato non è risolta dalla maestria di una delle parti o dall'emersione di nuovi elementi (come in Codice d'onore o L'avvocato del Diavolo), e comunque il focus del film non è certo l'esito della sentenza che oppone Flynt al reverendo Falwell (come ne La Giuria o in Bugiardo bugiardo). Credo che l'intento di Forman sia diverso, e sia quello di fare un film fortemente americano. Forman prende un individuo che è l'opposto dell'ordine sociale e della morale tradizionale e lo contrappone ad una società che pretende di essere ordinata e moralizzatrice: Flynt è un arrivista, arrampicatore sociale, imprenditore senza scrupoli, maniaco sessuale, anarchico, drogato (e chi più ne ha più ne metta) che vive nell'America bigotta stile comunità puritana del terzetto Ford-Carter-Reagan. Però, di fronte alla Costituzione (che si trova in mezzo ai due), ha diritto di essere difeso come tutti gli altri, anche se insulta e sputa su un tribunale da cui non vuole essere giudicato (bella la scena in cui si rifiuta di giurare sulla Bibbia).È quindi significativo, in quest'ottica, che il rapporto con il suo avvocato (un buon Norton) sia conflittuale e che, fondamentalmente, il ruolo che egli gioca nei processi sia al minimo sindacale; lo è ancora di più il fatto che a salvarlo sia uno di quei famosi dieci emendamenti che vennero aggiunti in un secondo momento alla Costituzione americana, nel 1789, sotto la pressione degli anti-federali che temevano che lo Stato unico potesse violare i diritti del singolo. Larry Flynt è un omaggio ai padri fondatori, che con la loro lungimiranza permettono, oggi, di fare scandalo e, pur con rispetto nei confronti della tradizione, di ribaltare i valori correnti e di mantenere la società civile in perenne evoluzione. Sempre nella difesa di quelle libertà dell'individuo che stanno alla base di un contratto sociale di stampo illuministico (e quindi di derivazione europea) come quello statunitense. Per il resto è un film ben fatto di un regista attento, con un attore eccezionalmente bravo (il mio amato Woody Harrelson) e una sceneggiatura precisa. Buona anche la prova di Courtney Love.

Giancarlo Mazzetti






mercoledì 6 giugno 2012

Pop Porno: Guardami

Sono io che li possiedo.
Nina ha 28 anni e fa il porno. Lo fa perchè le piace, perchè è il suo habitat naturale. E' assolutamente consapevole di tutto, non ha un particolare bisogno economico e non è nemmeno costretta. Ama fare sesso, ama essere ripresa ed ha la certezza che sia lei a giostrare i fili di questo mondo, di questo universo maschile riprovevole e umanamente basso. La gratifica il fatto che sia desiderata, che gli uomini che incontra siano sempre un passo dietro, facciano i duri ma si spaventino di fronte al fatto che lei, tutti i giorni, faccia sesso di fronte a una macchina da presa e che sia lei a proporre scambi di coppie, ammucchiate, con naturalezza, assoluto divertimento. Davide Ferrario ha presentato 'Guardami' nel 1999 alla Mostra del Cinema di Venezia, suscitando polemiche e non ottenendo nè un buon successo di pubblico nè un grandioso riscontro dalla critica. Effettivamente, è capitato poche volte di trovarsi di fronte a un film italiano talmente disturbante. Per una buona mezzora, 'Guardami' descrive in modo assai crudo e realistico l'universo del cinema porno in Italia, con i suoi produttori e i suoi registi abbastanza disgustosi, senza scorciatoie consolatorie e senza moralismi. Lo fa utilizzando un linguaggio cinematografico molto originale, frammentario, sincopato, quasi sempre sostenuto dalle distorsioni di una chitarra elettrica in sottofondo. L'effetto è decisamente riuscito: è come assistere a un film solo per adulti con l'accompagnamento musicale dei Sonic Youth (non si risparmiano fellatio e penetrazioni). Il ritratto di Nina è straordinariamente affascinante: vitale, entusiasta, esibizionista e romantica. 'Guardami' ha uno sviluppo narrativo che preferirei non svelare, probabilmente ancora più spiazzante e difficile del suo tema iniziale. Ciononostante, conserva una sua totale libertà visiva, e non cede mai al risvolto tragico o al melodramma. Ferrario è uno dei registi italiani più interessanti e meno chiacchierati degli ultimi vent'anni; prima di 'Guardami', aveva girato 'Tutti giù per terra' con un ventenne Valerio Mastandrea, ritratto generazionale ironico e amaro, anch'esso con una marcia in più da un punto di vista visivo e narrativo. 'Guardami' è il suo lavoro più radicale, coraggioso, anticonformista. Vale anche e soprattutto per l'incredibile interpretazione di Elisabetta Cavallotti, attrice poco conosciuta e sottoutilizzata nel cinema italiano (da noi, vanno avanti le Chiatti e le Crescentini). Oltre a Ferrario, se n'è accorto di lei soltanto Luciano Ligabue per il suo secondo film 'Da zero a dieci'. Indirettamente, 'Guardami' si potrebbe ricondurre alla figura di Moana Pozzi, morta a 33 anni nel 1994 in un albergo di Lione, una delle icone assolute del porno in Italia ma non solo, probabilmente dello spettacolo. Una donna libera, che ha scelto la pornografia e che, con intelligenza e gusto provocatorio, si è ritagliata uno spazio importante nell'immaginario di un Paese, che tuttora reagisce al libero arbitro con il femminismo, alla provocazione con la retorica.

Emiliano Dal Toso

martedì 5 giugno 2012

Marilyn (voto 6)

Non un film indimenticabile questo 'Marilyn' di Simon Curtis, molto compitino televisivo, il che non significa che non abbia con sè momenti piuttosto divertenti e godibili. Trae in inganno il titolo italiano, dal momento che si potrebbe pensare che si tratti di un biopic della Monroe e questo potrebbe deludere molti dei tanti estimatori di una delle più grandi dive di sempre del cinema mondiale. Si tratta invece del ritratto di una settimana, di quella trasferta a Londra che Marilyn fece per girare 'Il principe e la ballerina' con Laurence Olivier. A lui conveniva per ritagliarsi uno spazio tra il pubblico pop, a lei per darsi una credibilità scespiriana. Il vero lato caratterizzante del film di Curtis è il punto di vista strettamente maschile: quello di un 23enne, terzo assistente della regia, che Marilyn prende talmente in simpatia al punto da farne il suo confidente e, forse, il suo amante. Questa scelta giustifica, in parte, il registro un po' telefonato, convenzionale del film. Il giovane fortunato assistente è un ragazzetto con cui qualsiasi maschietto potrebbe identificarsi e, verrebbe da pensare, che se ce l'ha fatta lui a ritagliarsi un pezzetto della vita di Marilyn ce la potremmo fare anche noi. Non una scelta narrativa troppo originale, però è indubbiamente efficace (un po' lo stesso discorso del libraio di 'Notting Hill'). Il risultato finale è ampiamente sufficiente (se utilizzassi i mezzi voti, sarebbe un 6 e mezzo), non solo perchè si ride e ci si diverte senza pretese ma, soprattutto, perchè Michelle Williams offre una interpretazione davvero straordinaria. Tecnicamente impeccabile, Michelle è una Marilyn malinconica, a metà strada tra la gioia di vivere e la difficoltà ontologica dell'esistenza. Anche se la sua è la Marilyn di una settimana, bastano un paio di sequenze (davvero belle) per giustificarne il mito: "Shuold I be her?" chiede al suo confidente e lei si abbandona a quello che una schiera di fan desiderebbe da lei (mossette, baci, eleganza, bellezza); "Diamoci almeno una sbirciatina" risponde allo sbarbatello, dopo che quest'ultimo ha capito che per lui non c'è trippa per gatti. La Williams meritava l'Oscar (ricordo che è stato assegnato alla noiosissima Meryl Streep per la prova da vecchia rincoglionita Meg Thatcher). Come canta un poeta dei nostri tempi, la sua Marilyn è "un'incredibile romantica, un po' nevrotica, però simpatica, di certo unica".

Emiliano Dal Toso


domenica 3 giugno 2012

Anteprima: Qualche Nuvola (voto 8)

Cosa non darei per stare su una nuvola.

Esce il 27 giugno a Roma, il 29 nel resto d'Italia, 'Qualche Nuvola', opera prima di Saverio Di Biagio, presentata al Controcampo italiano lo scorso settembre al Festival di Venezia. Ho avuto la fortuna di vederlo a Milano qualche settimana dopo, nella classica rassegna 'Panoramica', uno dei pochi modi per non perdersi lavori molto interessanti che spesso non vengono nemmeno distribuiti o finiscono nel dimenticatoio. Mi fa molto piacere, dunque, sapere che finalmente il film di Di Biagio ha una distribuzione su tutto il territorio. Sul mio blog, spesso ho parlato di come il cinema italiano contemporaneo abbia perso la capacità di raccontare storie semplici, quotidiane, di gente normale. Non abbiamo un nostro Ken Loach o uno Shane Meadows, piuttosto che un Robert Guediguian. Pare che non esistano vie di mezzo: da una parte illuminati e frivoli borghesi, dall'altra mostruosi imbalsamatori e orribili e laidi usurai.  Esistono certamente delle eccezioni: generalmente, però, il piano narrativo prevale sempre sulla descrizione del contesto. E' per questo che 'Qualche Nuvola' va salutato come una ventata d'aria fresca. Per quanto sia un piccolo film, è un lavoro straordinariamente autentico e genuino. Ora, non dirò mai che Di Biagio è un Ken Loach "all'italiana". Anzi, il film si fa notare proprio per essere lontano anni luce da quella che oggi viene intesa come una neocommedia all'italiana. E, nello stesso tempo, racconta una vicenda, descrive personaggi, delinea caratteri che sono meravigliosamente italiani. Diego è un giovane muratore che si sta per sposare con Cinzia, la sua "fidanzata storica", con la quale è cresciuto nello stesso condominio e sullo stesso pianerottolo. Si conoscono da sempre, probabilmente si amano da sempre. Per affrontare le spese del matrimonio, Diego accetta un lavoro extra, ovvero ristrutturare un appartamento nel centro di Roma. Non sa che l'appartamento è abitato da Viola, nipote del capo, bellissima. Viola piomba nella sua vita come un fulmine a ciel sereno: rappresenta tutto quello che Diego non ha mai conosciuto. Sullo sfondo, altri personaggi: i migliori amici di Diego, la migliore amica di Cinzia, i genitori di lui, quelli di lei. Se l'intreccio narrativo potrebbe riportare alla memoria quello de 'L'ultimo bacio', sono il contesto e il modo con cui prende corpo la vicenda a essere la carta vincente del film. 'Qualche nuvola' è una commedia, il regista non è interessato ad affrontare di petto temi drammatici di natura sociale o economica. Dirige con una invidiabile onestà intellettuale. Ha uno sguardo contemporaneo di matrice popolare, e si affida a un quartetto di protagonisti poco conosciuti, sostenuto da un cast di contorno di nomi già affermati. Cominciamo da questi ultimi: c'è il Pietro Sermonti di 'Boris' che interpreta il capo un po' paraculo, un Michele Riondino godibilissimo nei panni del prete della parrocchia nonchè amico di infanzia, un Giorgio Colangeli vero in modo commovente. E c'è un Elio Germano sopra le righe, spassosissimo, in uno di quei suoi ruoli allucinanti di italiani degenerati. Ma 'Qualche Nuvola' non sarebbe tanto riuscito se non fosse per i suoi personaggi principali, per la sua "gente de borgata": Primo Reggiani, amico di sempre, che è un po' un figlio di puttana ma che ti vuole un gran bene; Michele Alhaique, uno di noi, bravo ragazzo a cui tocca dover fare i conti con se stesso. E, soprattutto, le due figure femminili: Aylin Prandi (già vista nell'ottimo 'Il paese delle spose infelici'), bella da perderci la testa; Greta Scarano, bravissima, tostissima, bella da innamorarsene.

Emiliano Dal Toso

venerdì 1 giugno 2012

Pop Porno: Boogie Nights

Il Porno nel cinema. La descrizione di un mondo, una solitudine esistenziale, una forma di libertà d'espressione. O, semplicemente, lo sfondo di un delitto o di un amore.
Paul Thomas Anderson fa parte della leva giovane della cinematografia americana (ha fatto questo film a 27 anni) ed è indubbiamente uno dei registi più interessanti della sua generazione. 'Boogie Nights' è un film corale, come 'Magnolia'. Tante storie che si mischiano, affreschi psicologici e psicotici di persone-personaggi perduti tra depressione, delusioni, orgasmi e droga. Anni Settanta-Ottanta, un postadolescente perdigiorno con un paio di chili di cazzo tra le gambe («33 centimetri non sono uno scherzo, bambina»), schiacciato dal disprezzo della madre che lo reputa un fallito, viene scoperto da un regista di film porno, che lo trasforma in Dirk Diggler, pornodivo di fama mondiale. Il ragazzo trova nel regista quel padre che in casa è sempre stato un fantasma, prono anche lui ai voleri della consorte cagacazzi. La moglie del regista, cocainomane a cui i giudici hanno sottratto il figlio e attrice a sua volta, trova in Dirk un nuovo bambino da riempire di affetto e droga. Poi abbiamo: fonico finocchio, pornoattore nero che sogna di vendere stereo all'ultimo grido, pornoattrice scemina e dolente (Rollergirl) che non si leva mai i pattini dai piedi e succhia vagonate di uccelli, aiuto regista baffuto con moglie mignotta che fa sesso con chiunque tranne che con lui, altro pornoattore deficiente incapace di mettere in fila due parole che abbiano un senso logico, e si potrebbe continuare. Dirk non regge il colpo di questo cambio radicale di vita, comincia a farsi, e questo gli causa problemi di erezione: viene colpito proprio nell'unico talento che può innalzarlo al di sopra della mediocrità che lo soffoca come uno straccio bagnato. Da qui tutta un'involuzione personale ed emotiva. Anderson sbatte dentro nel film anche una riflessione sul cinema come arte artigiana, autoriale: al porno-cineasta viene proposto di mollare il 35mm e buttarsi sul VHS, quello è il futuro, la gente vuole farsi una sega a casa, non gliene frega niente delle velleità artistiche dei registi, i cinema porno sono roba da anni Settanta, gli anni Ottanta seppelliranno tutto, fratello. Piccola digressione. C'è chi ci crede ancora all'autoralità del cinema porno: Rocco Siffredi. Il grande Rocco ancora combatte contro i fast-fuckers, quelli che girano due film al giorno, quelli che vogliono dieci minuti di missionario, cinque di pecorina e l'orgasmo sui seni delle attrici, poi tutti in sala di montaggio, che domani si esce col dvd. Rocco fa 12 film l'anno e li segue tutti, con passione e professionalità, dall'inizio alla fine. Vabè, sembrano tanti, ma in realtà, se ci pensate, sono sempre meno di quelli che fanno Woody Allen e Pupi Avati. Chiudendo su 'Boogie Nights'. Il film è piuttosto bello, non un capolavoro come 'Magnolia' e 'Il Petroliere'. Qualche pianosequenza è davvero fenomenale, d'altro canto Anderson è uno che tecnicamente c'è. A livello di temi, il porno è un pretesto per scalpellare le psicologie dei personaggi, per far danzare macabramente i loro demoni; se volete vedere le tette, citofonare Lino Banfi. Vorrei concludere con una riflessione sul concetto di porno. Cos'è il porno? Tinto Brass dice che porno e cinema erotico d'autore hanno lo stesso significato (sesso) e che cambia solo il significante: più velato, cioè l'erotismo, o più esplicito, cioè la pornografia. Non saprei. Certo è che la pornografia mette in scena il sesso, quindi, se vogliamo, l'atto del concepimento, in un certo senso la vita. Il porno finge la realtà, ma non ha compromessi, e questo lo rende più vero del reale, più onesto della quotidianità indotta artificialmente. E tra porno, pornopoiesi, pornocrazia, pornopolitica, pornoantipolitica, scopriamo che c'è molta più oscenità in "Porta a porta" di Bruno Vespa, piuttosto che in una penetrazione anale videoripresa.

Ivan Brentari