10 - La mummia - Lee Cronin
Un horror sorprendente e disturbante, capace di rielaborare il mito della maledizione e della possessione in modo originale e inquietante. Non ci sono i classici esorcismi: il corpo non viene invaso dal demone, ma diventa un contenitore destinato a trattenerlo, trasformandosi in qualcosa di mostruoso e irriconoscibile. Sotto la superficie del blockbuster soprannaturale, Cronin costruisce anche una riflessione sul rapporto tra amore genitoriale, decomposizione e identità, interrogandosi fino a che punto sia possibile continuare a riconoscere chi amiamo quando il corpo e la mente iniziano a mutare. Un immaginario visivo potentissimo, fatto di sequenze di body horror realizzate con grande efficacia tecnica.
9 - La più piccola - Hafsia Herzi
Fatima, giovane francese di origine maghrebina e musulmana praticante, è alle prese con la scoperta del desiderio e della propria identità omosessuale. Herzi, ex musa di Abdellatif Kechiche, riprende dal suo cinema l’attenzione ai corpi, ai silenzi e alle pulsioni della carne, ma sposta il focus verso un percorso più intimo e identitario. Straordinaria Nadia Melliti, premiata a Cannes e ai César, che dona alla protagonista una rabbia trattenuta e un’inquietudine quasi respingente. Il film vive di tensioni continue: fede e libertà, periferia e emancipazione, amore e senso di colpa. Un cinema umano, nervoso e profondamente femminile, che rivendica il diritto di scegliere se stessi contro ogni dogma religioso o sociale.
8 - Obsession - Curry Barker
Un ragazzo esprime il desiderio che la donna di cui è innamorato lo ami sopra ogni cosa. Il desiderio si avvera, ma in una forma mostruosa. Il regista 26enne Curry Barker trasforma una premessa da commedia romantica in un trip orrorifico sulla manipolazione, sull’incapacità di accettare l’altro e sulla tentazione di sostituire una persona reale con la sua proiezione ideale. Più che sugli spaventi improvvisi, il film punta su un’atmosfera disturbante e su immagini che continuano a perseguitare lo spettatore. Straordinaria Inde Navarrette, prima oggetto del desiderio e poi incubo quotidiano, capace di alternare dolcezza e follia con un sorriso già iconico, destinato a diventare una nuova maschera del cinema horror.
7 - Gli occhi degli altri - Andrea De Sica
Un'operazione coraggiosa nel panorama italiano, un melodramma erotico che rifiuta ogni compiacimento per farsi studio del desiderio e della sua deriva. Ambientato in una villa-isola sospesa, il racconto richiama apertamente il cinema di Antonioni: inquadrature decentrate, silenzi carichi, corpi smarriti nello spazio. Jasmine Trinca domina la scena, con una prova seducente e carnale, sottilissima e lacerante, capace di trasformare il piacere in inquietudine e prigionia. Il film lavora per sottrazione: ritmo rarefatto, psicologie opache, erotismo mai esibito ma profondamente perturbante. Ne emerge un’opera anticonvenzionale, che interroga il potere dello sguardo e il desiderio come forma di controllo.
6 - La grazia - Paolo Sorrentino
Una riflessione sul dubbio. La domanda che ritorna ossessivamente (“Di chi sono i nostri giorni?”) attraversa il film come una ferita aperta: chi decide della vita quando la sofferenza cancella la dignità? Dove finisce il diritto e dove comincia la misericordia? Sorrentino non dà risposte, ma costruisce un Presidente della Repubblica che vive il potere come un fardello, non come un privilegio. Non c’è ironia, né smontaggio grottesco del potere: al contrario, ci sono rispetto e ammirazione per una politica che ha il coraggio di assumersi il peso del silenzio e del pensiero. E ha il merito di cercare un equilibrio raro: quello tra etica e potere, tra legge e umanità. Il film più sobrio ed elegante della filmografia "sorrentiniana".
5 - Amarga Navidad - Pedro Almodóvar
Il grande Pedro firma uno dei suoi film più autoriflessivi, un’opera che guarda alla crisi creativa, al tempo che passa e ai sentimenti che sfuggono al nostro controllo. Attraverso il doppio percorso di una regista pubblicitaria in difficoltà e di un cineasta che cerca di raccontarne la storia, il regista spagnolo intreccia metacinema e autofiction in un elegante gioco di specchi. Più che la trama, contano le emozioni: l’amore che si trasforma, l’amicizia, il dolore e la difficoltà di comprendere davvero chi ci è vicino. E poi le fughe, i ritorni a casa. Come nella scena in cui la giovane Amaia canta la struggente Las simples cosas: "Uno vuelve siempre a los viejos sitios donde amò la vida". Almodóvar allo stato puro: fragile, malinconico e profondamente umano.
4 - Disclosure Day - Steven Spielberg
Sotto la superficie della fantascienza, c'è un rimando evidente all’America di oggi: controlli, militarizzazione, squadre speciali, un clima di sospetto e paura che riflette le derive fascistoidi del presente. E poi c’è l’alieno. Che non è solo un alieno. Come spesso accade con Spielberg, diventa il simbolo del diverso, del perseguitato, di chi viene emarginato, calpestato e privato della propria dignità. Il potere cerca di nascondere la verità, mentre Spielberg rende omaggio a chi sente il dovere di raccontarla. E il finale è meraviglioso: un mondo sull’orlo di una nuova guerra globale che si arresta all’improvviso davanti alla rivelazione. Per un momento l’umanità smette di combattersi e rimane senza parole, costretta a confrontarsi con una verità più grande: non siamo soli.
3 - Il mago del Cremlino - Olivier Assayas
Una lezione di cinema politico che unisce sintesi narrativa e tensione morale. Il racconto della Russia post-sovietica prende corpo attraverso Vadim Baranov, spin doctor di finzione modellato sull'ombra di Vladislav Surkov: un protagonista magnetico, a cui Paul Dano regala ambiguità, cinismo e malinconia. Accanto a lui, un Jude Law glaciale nei panni di Vladimir Putin e un'ipnotica Alicia Vikander in versione femme fatale. Tra Cecenia, oligarchi e propaganda, Assayas riflette su colpa e complicità nella costruzione del potere, con ritmo serrato e dialoghi taglienti. Resta l'effetto straniante dell'inglese in lingua originale, ma l'affresco storico colpisce nel segno e parla al nostro presente.
2 - Nouvelle Vague - Richard Linklater
Linklater firma un altro incanto cinematografico: un film che è prima di tutto una dichiarazione d’amore al cinema, alla sua libertà, alla sua capacità di trasformare la vita in jump-cut. Perché è l’unico antidoto alle brutture dell’esistenza e agli orrori del quotidiano. È lo spazio in cui la vita può tornare a essere un sogno, sregolato e sgrammaticato, purché si abbia il coraggio di inseguire fino in fondo le proprie idee. E anche grazie a quelle persone che scegliamo di avere accanto, magari solo per una stagione delle nostre vite, ma capaci di rendere quel frammento di tempo, quella parentesi, qualcosa di eterno. Scelte di cast trionfali, dal Godard ironico e testardo di Guillaume Marbeck all'incantevole diva Jean Seberg di Zoey Deutch.
1 - Sentimental Value - Joachim Trier
Un racconto doloroso e lucidissimo sui legami familiari, sull’incomunicabilità tra genitori e figli e su quel groviglio di colpa, amore e risentimento che chiamiamo memoria. Trier usa il cinema come strumento emotivo, una finzione necessaria per provare a rimettere assieme ciò che nella vita reale si è spezzato. Al centro, il confronto tra una figlia attrice che recita per fuggire da sé e un padre regista che crea per potersi avvicinare agli altri. Il cinema diventa terapia e condanna, rifugio e via di fuga. Straordinari Renate Reinsve e Stellan Skarsgard nel dare corpo a personaggi imperfetti, vulnerabili, profondamente umani. Un film autentico, mai ricattatorio, che trasforma il dolore in possibilità di riconnessione.
domenica 14 giugno 2026
Top Ten: Classifica Primo Semestre 2026
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