mercoledì 31 ottobre 2012

Billy WIlder Gallery: Testimone D'Accusa

C'è chi dice che questo sia il miglior film di Billy Wilder. Detto in tutta onestà, io non so se sarei capace di indicare un singolo titolo su tutti del regista austro-ungarico (anche se la città in cui è nato, oggi, è in Polonia), ma sicuramente Testimone d'accusa è uno dei cinque tra i quali dovrei scegliere se avessi la famosa “pistola puntata alla testa”. Per chi non lo sapesse, la pellicola è l'adattamento per il cinema di un testo di Agatha Christie, la cui opinione è che questo sia il miglior film tratto da qualcosa di suo. Siamo nel 1957 e Testimone d'accusa è il film che apre il triennio mirabilis di Billy Wilder (nel '59 e '60 usciranno A qualcuno piace caldo e L'appartamento), si tratta di un film molto singolare, in cui si alternano e si confondono la commedia e il giallo giudiziario; i punti di forza su cui è costruita questa duplicità di genere sono sostanzialmente due: una perfetta sceneggiatura (firmata dal nostro Billy) e, nella messa in scena, un'attenzione particolare agli (e degli) attori. La sceneggiatura, il testo in particolare, è lo strumento -preciso ed efficace- con cui si costruisce il tema del giallo: sin dalle prime scene siamo nel vivo della questione, senza fastidiose sotto-trame fuorvianti o introduttive, il film inizia e finisce con la storia di cui ci vuole parlare; non ci sono punti morti, perché l'intrigo del tema portante è talmente completo ed esaustivo che basta a se stesso. Le uniche concessioni che Wilder si permette fuori dell'intreccio principale sono, come dicevamo, le sfumature della commedia che si sovrappongono al rigoroso linguaggio del giallo giuridico. Questo elemento si gioca però nel modo, non nel contenuto: sono la fisicità degli attori e i loro atteggiamenti spesso (apparentemente) assurdi a condurre il gioco in questo senso: strepitoso, quanto a fisicità e adeguatezza nel ruolo, è per esempio Charles Laughton (nella versione italiana aiutato da un meraviglioso Giorgio Capecchi -quello del padre di Caio ne La spada nella roccia-) nei panni dell'avvocato vizioso, ma anche il buon Tyrone Power, teatrale nel dramma forzato dell'interrogatorio e totalmente sopra le righe durante le prime fasi del film. Oltre, ovviamente, a Merlene Dietrich, da sottolineare anche la badante dell'avvocato (Elsa Lanchester), che i più attenti avranno sicuramente visto anche in 'Mary Poppins' in una parte simile (è la governante che si licenzia all'inizio). Insomma, uno dei capolavori di un maestro assoluto. Film da non perdere e, secondo me, da rivedere (è uno di quelli che alla seconda visione sono più belli).
 
Giancarlo Mazzetti


Risate e Morte: 50 e 50

Omaggio alle festività di Ognissanti e alla giornata di commemorazione dei defunti.
- Lo disse Foscolo, lo ribadisco: della vita il fulcro è il sepolcro - Elio e Le Storie Tese

"Hai il cinquanta per cento di possibilità di salvarti! Sei stato molto fortunato... al Casino ne avresti molte meno." Con queste parole l'amico del cuore Seth Rogen reagisce alla notizia della grave malattia di Joseph Gordon-Levitt e con battute di questo tipo, lievi e amarognole, lo sceneggiatore Will Reiser ha scritto un racconto autobiografico in perfetto equilibrio tra dramma e commedia, semplice ma mai semplicistico, tanto profondo ed emozionante quanto ironico e divertente. Il tema del rapporto con la morte è uno dei più inflazionati del cinema americano degli ultimi anni se solo pensiamo all'Eastwood di 'Hereafter' o al Van Sant di 'Restless'. Jonathan Levine con '50 e 50' offre il miglior esempio possibile di cinema americano indipendente: reale, naturale, genuino. Perchè anche nel momento del dramma la vita può essere estremamente comica, come nelle scene in cui i malati di cancro si ritrovano a consumare erba e a prendersi in giro con solidarietà e autoironia. E nelle frivolezze si può rivelare drammatica, per esempio nelle relazioni sentimentali, con il protagonista deluso e abbattuto dopo il tradimento della sua fidanzata, interpretata da una brava e stronza Bryce Dallas Howard. Ma è nella descrizione dei rapporti umani che il film vince la sua sfida a pieni voti. Innanzitutto, '50 e 50' è anche un film sulla morte ma è soprattutto un film sull'amicizia e sull'amore. Amicizia che viene esemplificata dal bellissimo personaggio di Seth Rogen, apparentemente frivolo e scurrile, eppure il primo ad andare incontro con lunatica sensibilità alle necessità dell'amico. Anna Kendrick, invece, piccola e deliziosa, rappresenta quello che dovrebbe/potrebbe significare l'amore, ovvero una nuova possibilità, un'alternativa, un cambio di rotta. Vorrei che tu fossi la mia ragazza le confessa un grande Joseph Gordon-Levitt al telefono, la notte prima degli esami, dopo aver lesionato la sua ugola. Quest'ultimo predomina con la sua simpatia naturale, con le sue inquietudini incredibilmente tendenti all'identificazione, come già era riuscito nelle sue precedenti e indimenticabili interpretazioni di 'Mysterious Skin' e ' 500 giorni insieme'. Un piccolo grande film, con un paio di momenti deliziosamente demenziali: il tentativo di approccio in discoteca presentandosi come "malato di cancro", il taglio di capelli con il rasoio solitamente utilizzato per le parti intime da Seth Rogen, genio comico totale.


Emiliano Dal Toso



sabato 27 ottobre 2012

Billy Wilder Gallery: Viale Del Tramonto

Aprendo un mio ipotetico libro sui dieci capolavori del cinema, trovereste sicuramente 'Viale del Tramonto' di Billy Wilder. Il Maestro non si è limitato, però, a creare un solo capolavoro, ma ha scritto pagine intere di Storia del Cinema: 'L’appartamento', 'La fiamma del peccato' e 'A qualcuno piace caldo' sono solo alcune delle sue opere d’arte . 'Sunset Boulevard' è uno di quei film capaci di emozionarmi e di sorprendermi ogni volta che lo guardo. Un giovane e disoccupato sceneggiatore, braccato dall’assicurazione per i pagamenti arretrati, decide di recarsi in auto alla Paramount Picture per proporre la sua ultima scadente sceneggiatura, ma sulla strada del ritorno incrocia gli odiati assicuratori. A causa di una foratura, si nasconde nel garage di una vecchia casa sul Sunset Boulevard. Da questo momento, inizierà una lenta discesa agli inferi. Questo dramma ha come caratteristiche principali, per quanto riguarda lo stile, una voce fuori campo (che mostra e descrive le azioni e i pensieri del protagonista), un bianco e nero travolgente e una straordinaria fotografia. La forza di questo immenso capolavoro consiste, però, in quelle idee che stanno dietro ad una grande sceneggiatura. Infatti, ci viene mostrato il netto contrasto tra un modo di fare e di intendere il cinema, risalente al periodo del muto, e un altro modo, giovane e nuovo, che si stava affermando. Il cinema muto è  rappresentato dalla figura della protagonista Norma Desmond (Gloria Swanson, regina del cinema pre 1929, mette in questa interpretazione tutta la sua storia personale), una diva che vive nei ricordi, di quello che è stato, del suo splendore e della sua fama. Questo suo essere ancorata al passato si nota anche dalle lettere che numerosi fan le mandano, dalla vecchia casa arredata con uno stile démodé e dall’automobile ormai da antiquariato. Oltre a ciò, si circonda di amici, anch'essi decaduti, come Buster Keaton, Hedda Hopper, Anna Q. Nilsson, mentre nella parte del maggiordomo Max troviamo Erich Von Stroheim, famosissimo regista che fece un controverso film con Gloria Swanson, mai terminato. Sintomatica di questa situazione la scena in cui Max, con tono nostalgico, elenca al giovane scrittore i tre maggiori registi del muto: Cecil B. De Mille, D. W. Griffith e, appunto, Erich Von Stroheim. Il personaggio dello scrittore disoccupato (William Holden), invece, è la metafora della voglia del nuovo cinema di uscire allo scoperto, di superare i fantasmi del passato. Nel mezzo, troviamo Cecil B. De Mille (ha diretto numerosi film con Gloria Swanson), nel ruolo di se stesso, metafora di un cinema che fu, ma che ha avuto però la lungimiranza di capire che il sonoro sarebbe stato il futuro e, quindi, di rimettersi completamente in gioco. Tutto, in questa pellicola, concorre a rappresentare un manifesto della grandezza del cinema hollywoodiano e della sua Storia. Il titolo in inglese si riferisce a una delle vie più lunghe e famose di tutta Los Angeles, dove vivono alcuni tra gli attori più famosi, mentre il titolo in italiano fa riferimento ai divi che furono, quelli del cinema muto.


Luca Recordati



venerdì 26 ottobre 2012

Le Belve (voto 3)

Quando vado al bagno ogni mattina, amo portare con me una copia del 'Corriere della Sera' o di 'Repubblica', per leggere le recensioni di critici come Maurizio Porro o Paolo D'Agostini. Di rado, capita di trovarmi d'accordo con le loro opinioni. Non è certamente stato il caso di 'Amour', dal momento che entrambi hanno osannato il film per la sua "pesantezza". Stamattina, è successo, però, che riprendessi in mano la copia di 'Repubblica' di ieri e leggessi il pezzo che ha scritto D'Agostini sull'ultimo lavoro di Oliver Stone, 'Le belve', visto ieri sera. Incredibile, la sua stroncatura traduceva in maniera civile quello che ho pensato alla fine del film. Scrive D'Agostini: "Regista prolifico e spesso in sintonia con il suo tempo, di affascinante qui Oliver Stone non presenta proprio niente. Il film è un collage di luoghi comuni ed è un prodotto di serie B... La sua estetica è semplicemente quella di aumentare le dosi in maniera parossistica. Ma senza la più lontana ombra dell'ironia parodistica dei maestri di questa pratica, da Leone a Tarantino. Sostanzialmente ci comunica, come se fossimo dentro il cinema ingenuamente razzista uscito dalle fucine hollywoodiane di sessanta o settant'anni fa, che sopra il Rio Bravo c'è l'indiscussa civiltà e sotto il Rio Bravo c'è un branco di scimmie senza valori." Ancora più efficace l'analisi dello stimato Mauro Gervasini: "Per Stone, il sesso è una plasticosa combinazione di attori insapori e incolori... Per come il regista si è immaginato le situazioni hard pare di giochicchiare con una Barbie e due Ken. Non è un'eccezione all'interno di un film che parla d'altro (la guerra tra due spacciatori bianchi e un cartello di messicani), perchè si tratta della cifra stilistica di un cineasta che è da tempo la parodia di se stesso. Privo di una precisa idea di narrazione, chiude con un doppio finale e ogni sequenza pare concepita per convincere che non siamo di fronte a un fumetto o a un pulp movie, ma al film di un grande autore. E invece, l'impressione è che si tratti solo di una violenta e patinata soap opera, senza alcun appeal." Ho preferito utilizzare le parole di altri per descrivere quello che è forse il più brutto film degli ultimi anni. Probabilmente, mi sarei fatto trasportare dall'esagerazione e avrei scritto cose brutte e anticostituzionali. Ciononostante, i motivi per cui 'Le belve' (titolo che sarebbe stato più adatto a un cinepanettone di Massimo Boldi) non merita il voto più basso in pagella ma addirittura 3 sono, appunto, tre: 1) la scena in cui Salma Hayek si strappa il parucchino fa molto ridere; 2) Emile Hirsch è uno dei miei attori emergenti preferiti e, benchè relegato in un ruolo di secondo piano, è l'unico che tenta perlomeno di recitare; 3) pensare alle belve di oliver stone sarà un'ottima alternativa alla lettura del 'Corriere' o di 'Repubblica', quando vado al bagno ogni mattina.

Emiliano Dal Toso
 


giovedì 25 ottobre 2012

Bidoni D'Autore: Amour (voto 5)

Nella recensione di 'Amour', il critico cinematografico di 'Repubblica' Paolo D'Agostini elogia l'austriaco Michael Haneke, perchè è uno dei pochissimi registi che continua a "fare un cinema pesante". Ecco perchè, secondo me, 'Repubblica' non andrebbe letta. In poche righe, D'Agostini inquadra perfettamente la stupidità intellettuale di chi pensa, a priori, che il cinema europeo sia per forza migliore di quello americano, che i film lenti abbiano per forza più significati di quelli d'azione, che gli sbadigli siano per forza sinonimo di qualità. Tutto quello contro cui cerco di "combattere", nel mio piccolissimo, col mio umile blog. Certo, i fratelli Dardenne sono degli autori, Ken Loach è un grande autore, Mike Leigh e Laurent Cantet sono degli autori, ma lo sono anche Michael Mann, Darren Aronofsky, Quentin Tarantino. No, "fare un cinema pesante" significa fare un cinema noioso e basta, non significa fare un buon cinema. E tutto ciò che annoia, che non emoziona, che non percuote, non è interessante. Haneke ha girato bei film, alcuni per nulla noiosi come 'Funny Games', altri più ostici ma affascinanti come 'Niente da nascondere'. Ha girato un grandissimo film, lento sì ma ipnotizzante, come 'Il nastro bianco', ed effettivamente intriso di significato. Nel nuovo 'Amour', il tocco di Michael Haneke è immediatamente percepibile: salotti borghesi, grande eleganza stilistica, un sottile senso di fastidio pronto ad esplodere in tragedia. Se nei precedenti lavori, però, il centro del discorso era smascherare le ipocrisie, provocare i suoi personaggi affinchè emergesse il loro lato peggiore, talvolta mostruoso, occultato dai formalismi derivanti dalla loro educazione e dal loro status sociale, con 'Amour' il dramma conturbante non è più la conseguenza degli eventi ma il presupposto dal quale, poi, tratteggiare i comportamenti dei protagonisti. I pur bravi Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva sono due ottantenni e potrebbero essere benissimo gli stessi personaggi, un po' cresciuti, di 'Funny Games' o di 'Niente da nascondere': rispetto ai film precedenti, Haneke ribalta la prospettiva, e offre una descrizione meravigliosamente umana del modo con cui il primo si prende cura della moglie malata. Il senso di pietas come unica possibile rappresentazione dell'amore, autentico, immacolato. Peccato che per giungere a questa conclusione, Haneke ci impieghi due ore e un quarto lunghissime, interminabili, nelle quali non succede praticamente niente. Noia totale, per una conclusione che non ha davvero niente di originale. Non ci sorprendiamo che un radical-chic come Nanni Moretti si sia entusiasmato di fronte ad 'Amour', attribuendogli la Palma D'Oro all'ultimo Festival di Cannes. I film di Nanni, però, sono indubbiamente più inventivi, più profondi, più vivi di questa versione intellettualoide di 'Autumn in New York', indigeribile anche per chi è abituato ai ritmi dell'ospizio.

Emiliano Dal Toso



lunedì 22 ottobre 2012

Cartoon Record: Gladiatori Di Roma (voto 6)

Da oggi nasce una nuova rubrica, dedicata all'animazione e curata da una delle nostre firme, Luca Recordati. Record utilizzerà gli occhi e il cuore del bambino, uniti alla competenza dell'esperto, per parlare di un genere ormai fondamentale per interpretare le evoluzioni del cinema contemporaneo.
        
 
Il piccolo Timo, rimasto orfano dopo la terribile eruzione di Pompei, viene adottato dal generale Chirone per essere cresciuto all’accademia di gladiatori più famosa di tutta Roma. Cercherà di riconquistare il cuore di Lucilla, figlia di Chirone, anche grazie all’aiuto degli amici Ciccius e Mauritius e della personal trainer Diana.
'Gladiatori di Roma 3D' è realizzato da Iginio Straffi, già creatore del cult per i più piccoli, 'Winx Club'. Dobbiamo essere fieri di Straffi poiché, insieme all’aiuto di un valido team di oltre quattrocento persone, ha messo in piedi gli studi della Rainbow C.G.I., che si occupano di animazione tridimensionale e di pubblicità, oltre a ricerche nel settore del 3D. Questo cartone non ha la forza di un Miyazaki, della Disney o della Dreamworks, poiché l’intento è di catturare soprattutto i bambini più piccoli; ed un tempo era anche la prerogativa dei cartoni della Disney. Se paragonato ad essi, 'Gladiatori di Roma 3D' soccombe di fronte agli indiscussi maestri americani. Quello che lo rende un prodotto fruibile da tutti i bambini è la semplicità della storia, dell'intreccio, infarcito di insegnamenti sulla vita: uno su tutti, quello di non arrendersi subito alle  prime difficoltà, perchè tutto si può conquistare con la fatica e con il sudore. Questo è il significato di questo cartone. Inoltre, la descrizione dell’antica Roma può aiutare i bambini a comprendere meglio quel preciso periodo storico. I personaggi sono ben definiti e, come vogliono le favole, c’è un buono, c'è un cattivo e c'è anche una strega, oltre ad animali simpatici, come una tigre, un orso ed un cavallo. Il doppiaggio è di buon livello e vede Luca Argentero dar la voce a Timo, la bella Laura Chiatti a Lucilla e la bellissima Belen Rodriguez a Diana. Nulla da eccepire per quanto riguarda il 3D. La colonna sonora è di Bruno Zambrini, uno dei compositori italiani con maggiore esperienza. Ha scritto 'La Fisarmonica' per Gianni Morandi, 'Bambola' per Patty Pravo, oltre a tante colonne sonore, tra cui spiccano quelle di 'Notte prima degli esami' e, soprattutto, quelle della celebre saga di Fantozzi. Se analizziamo questa pellicola da un punto di vista meramente filmico, meriterebbe un voto non troppo alto. Se la analizziamo con gli occhi e la mente di un bambino, ci divertiamo, impariamo e ridiamo. Ai più grandi che non sono genitori, zie o baby sitter, consiglio di virare su un film di Miyazaki.

Luca "Skywalker" Recordati


    

 



lunedì 15 ottobre 2012

Un Giorno Speciale (voto 5)

Cristina Comencini è uno dei grossi mali del cinema italiano. Da 'Va dove ti porta il cuore' a 'Quando la notte', passando per 'Bianco e nero' e 'La bestia nel cuore' (veramente orribile), la regista romana non è mai stata in grado di girare un lavoro perlomeno dignitoso. Figlia del grande autore di 'Pane, amore e fantasia' e di 'A cavallo della tigre', è una delle principali rappresentanti di quello pseudo-intellettualismo retorico e cerchiobottista, che si indigna di fronte ai successi dei cinepanettoni ma che dietro la facciata finto-impegnata nasconde un banalissimo e stucchevole contenuto. Nel suo cinema: soltanto personaggi benestanti, soltanto drammi famigliari, soltanto problemi sentimentali. Ha una sorella un po' più giovane, Francesca, autrice di teatro e documentarista, che cinque o sei anni fa ha girato un film molto bello, 'A casa nostra', che descriveva impietosamente che città dimmerda sia diventata Milano negli ultimi dieci anni. Attenti, dunque, a non confondere Francesca con Cristina. Francesca è anche la regista di 'Un giorno speciale', presentato all'ultimo Festival di Venezia in Concorso. Purtroppo, 'Un giorno speciale' assomiglia troppo a un film della sorella Cristina e non è lontano, per banalizzazioni e approssimazioni, alla descrizione degli adolescenti/giovani adulti dei libri di Moccia. La diciannovenne Gina si sta preparando a un incontro con un parlamentare, che le dovrebbe garantire un posto sicuro in televisione. Ad accompagnarla all'appuntamento è Marco, suo coetaneo e autista al primo giorno di lavoro. L'incontro viene rimandato a sera, a causa degli appuntamenti del parlamentare. Durante la mattina e il pomeriggio, però, i due baldi giovani avranno modo di approfondire la loro conoscenza, di confidarsi e di confrontarsi, forse di innamorarsi. Molto avviene all'interno dell'auto blu guidata da Marco, manco fossimo nell'ultimo di Cronenberg. Dopo una partenza interessante e simpatica, 'Un giorno speciale' si perde in dialoghi pressochè imbarazzanti e in una caratterizzazione dei personaggi iper-stereotipata. Tanto la regista era riuscita a individuare il marcio che invade banchieri e politicanti in 'A casa nostra', quanto non risulta assolutamente in grado di percepire i reali sentimenti e pensieri di due ventenni, costretti a inseguire i sogni che vengono loro imposti dalla società dell'apparire e della superficie. I riferimenti al velinismo e al berlusconismo sono di una sciatteria senza pudore. Se il risultato finale non è penoso come i film di Cristina, lo dobbiamo ai protagonisti. Filippo Scicchitano è di una simpatia naturale, immediata e, dopo 'Scialla', si tratta di una bella conferma. Giulia Valentini non è soltanto un gran bel biscottino. In fondo, 'Cosmopolis' è ancora più brutto.

Emiliano Dal Toso