Succederà questa notte - Nanni Moretti
Ci voleva Nanni per ricordare al cinema italiano come si gira un film d’amore. Liberamente ispirato a Legami di Eshkol Nevo, segue negli anni Matteo e Greta, Louis Garrel e Jasmine Trinca: si incontrano mentre lei sta per sposarsi e continuano a sfiorarsi mentre intorno scorrono matrimoni, figli e occasioni perdute. Moretti racconta le seconde possibilità e il tempo che fugge con una leggerezza rara: sentimentale senza essere sentimentaloide, romantico senza diventare melenso. E soprattutto sa filmare gli istanti, quei frammenti apparentemente inutili che sono la materia stessa della vita. Come il magnifico ballo sulle note di She’s a Rainbow, quando la realtà si trasforma per qualche minuto in felicità pura. A 73 anni Moretti firma uno dei suoi film più luminosi e ricorda quanto possiamo essere stupidi nel lasciarci sfuggire la felicità.
Wild Horse Nine - Martin McDonagh
McDonagh prende due agenti della Cia, li spedisce tra moai e cavalli selvaggi alla vigilia del golpe cileno del 1973 e costruisce una commedia nerissima sulla colpa, l’amicizia e l’attesa della morte. È cinema allo stato puro: ironia feroce, dialoghi come duelli e una malinconia esistenziale che riporta al magnifico In Bruges. Sam Rockwell è irresistibile, Steve Buscemi favoloso nei panni di uno stralunato capo della Cia eroinomane, ma il film appartiene a John Malkovich. Il suo Chris è cinico, violento, beffardo e improvvisamente fragilissimo: un uomo che sente avvicinarsi la fine e porta addosso il peso delle nefandezze compiute. Il regista britannico, di origine irlandese, intreccia tragedia individuale e Storia senza trasformare mai la geopolitica in una lezione. Magnifico, cupo e irresistibilmente divertente.
L'estranea - Paolo Strippoli
Diciamolo senza giri di parole: è il miglior horror italiano degli ultimi venticinque anni. Bisogna tornare a Non ho sonno di Dario Argento per trovare un’opera di genere così compiuta, inquietante e consapevole. Strippoli racconta Anna (Jasmine Trinca), una madre che ha stretto un patto con una donna misteriosa per controllare il destino dei figli, costruendo una riflessione spietata sull’amore materno che diventa ossessione e sopraffazione. Magnifica la sequenza durante i festeggiamenti per i Mondiali del 2006, dove l’euforia collettiva collide con l’orrore privato. E memorabile Valeria Bruni Tedeschi, trasformata in un villain diabolico e ironico. Regia, scrittura e atmosfera sono da grande horror contemporaneo: finalmente il cinema italiano di genere non ha bisogno di rimpiangere il passato.
Dau - Ilya Khrzhanovsky
Quasi tre ore e mezza, un fisico geniale, la bomba atomica e l’Urss di Stalin. Una specie di anti-Oppenheimer russo: monumentale, estenuante, spesso magnifico. Ispirato alla vita del Nobel Lev Landau e culmine di un progetto folle durato quasi vent’anni, racconta un uomo convinto di poter difendere la propria libertà scientifica, sentimentale e sessuale mentre lo Stato gli stringe progressivamente il cappio intorno. Uno straordinario Teodor Currentzis interpreta Dau con magnetismo, mentre Khrzhanovsky ricostruisce un’Urss che sembra risorgere davanti agli occhi e firma una spietata requisitoria contro il totalitarismo. Imperfetto, smisurato, a tratti esasperante, ma capace di lasciare immagini e idee che continuano a lavorare nella testa.
Un bon petit soldat - Stéphane Brizé
Brizé torna nel mondo del lavoro e lo fa ancora una volta dalla parte di chi viene stritolato dal sistema. Alba Rohrwacher, strepitosa, è Carla, responsabile delle Risorse umane di una grande compagnia assicurativa, schiacciata tra le direttive dei vertici e la propria coscienza quando deve affrontare un brutale caso di mobbing. Sarà un disciplinato “soldatino” o troverà il coraggio di ribellarsi? Nel capitalismo di oggi le persone diventano numeri e l’etica si scontra con il profitto. Vincent Lindon è perfetto nei panni del cinico amministratore delegato, ma il film appartiene soprattutto alla Rohrwacher, magnifica nel mostrare il progressivo sgretolarsi delle certezze di una dirigente. Cinema sociale secco, amaro e necessario.
Ink - Danny Boyle
Prima dei social, del clickbait e degli algoritmi c’erano Fleet Street e Rupert Murdoch. Danny Boyle torna al 1969, quando il magnate australiano acquistò il Sun e affidò a Larry Lamb la missione impossibile di battere il Daily Mirror. Jack O’Connell è straordinario nei panni del direttore che comprende prima degli altri una regola semplice e pericolosa: per vendere bisogna dare al pubblico ciò che vuole. Redazioni fumose, rotative e telefoni diventano un campo di battaglia: una rivoluzione editoriale prima liberatoria e poi sempre più spregiudicata. Guy Pearce è un Murdoch affascinante e ambiguo. E il film soprattutto parla del presente: le copie sono diventate clic e visualizzazioni, ma la domanda resta identica. Quanto siamo disposti a sacrificare per conquistare l’attenzione del pubblico?
A Bit of Light - Ali Asgari
Arash, medico di Teheran interpretato da un magnifico Misagh Zareh, ha deciso di suicidarsi. Arrestato per aver curato alcuni manifestanti feriti dalla polizia e privato del lavoro, prima di morire vuole salutare la famiglia. Ali Asgari parte dal buio dell’Iran contemporaneo, tra repressione e paura dei bombardamenti, per raccontare qualcosa di universale: cosa ci tiene attaccati alla vita quando ogni speranza sembra svanita? Nel suo ultimo peregrinare Arash incontra pazienti, fratelli, nipoti e infine la madre, riscoprendo quei legami invisibili che credeva perduti. Con uno stile semplice, intimo e senza ricatti emotivi, il cineasta iraniano trova piccoli bagliori nel buio: il dolore forse non scompare, ma talvolta basta un po’ di luce per continuare a vivere.
Naza - Yuval Abraham, Rachel Szor
Il film sul genocidio palestinese che mancava. I registi di No Other Land non gridano, non ricattano, non fanno pornografia del dolore: lasciano che siano soldati israeliani e uomini dell’intelligence a raccontare la distruzione di Gaza. "Io sono un tecnico, non posso esprimere una posizione morale": nelle loro parole riaffiorano la banalità del male e quella “nebbia della guerra” che sospende la morale fino a rendere normale l’orrore. I volti restano nascosti nel buio, mentre i tetti e le finestre illuminate di Tel Aviv diventano lo spietato controcampo dei palazzi distrutti a Gaza. Poi, soltanto nel finale, arrivano le macerie e un padre che cerca i figli. Un film d’inchiesta essenziale e devastante, che trasforma le parole di chi ha partecipato alla macchina della guerra nel più terribile atto d’accusa.
Un peu avant minuit - Nicolas Pariser
Melvil Poupaud è Léo, 49enne che, tra una relazione in crisi e la morte del padre mai conosciuto, torna a incontrare le donne del proprio passato e rilegge la sua giovinezza da dongiovanni alla luce del #MeToo. Pariser costruisce una commedia sentimentale lucidissima, fatta di passeggiate e magnifici dialoghi che rimandano a Rohmer, decostruendo senza moralismi il discorso amoroso maschile. Ma mentre Léo fa pace con i propri fantasmi, fuori dal suo mondo Parigi brucia, attraversata da tumulti e repressione. Ed è qui che il film diventa politico: il privilegio di guardarsi indietro appartiene alla sua generazione, mentre ai giovani restano un presente in fiamme e una mezzanotte che si avvicina. Elegante, intelligente, profondamente francese.
Bunker - Florian Zeller
Il bunker più difficile da espugnare è quello costruito intorno ai nostri privilegi. Zeller firma una commedia sociale sulle contraddizioni dell’alta borghesia progressista. Javier Bardem è un architetto pronto ad accettare una fortuna per progettare il bunker di un multimiliardario, ma molto meno tollerante quando il vicino working class, un magnifico Stephen Graham, vuole aprire una finestra sul suo prezioso giardino. Benvenuti nel progressismo con antifurto. Il regista francese conserva l’impronta teatrale e la affida a due fuoriclasse: Bardem e Penélope Cruz giocano con complicità su matrimonio, privilegi e ipocrisie. Intelligente, scritto bene e sottilmente disturbante: è facile preoccuparsi dei mali del mondo, molto meno quando il mondo bussa alla nostra porta.
domenica 13 settembre 2026
Venezia 83: I 10 Colpi di Fulmine
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