martedì 8 ottobre 2013

Top Ten Commedia Sentimentale - Dal Duemila a Oggi

10 - Ti Odio, Ti Lascio, Ti... - Peyton Reed, 2006
Vince Vaughn - Jennifer Aniston. Buona commedia leggera americana, molto più intelligente del suo titolo italiano (in originale è 'The Break-up', la rottura). Si regge in piedi grazie all'irresistibile simpatia dei suoi protagonisti, in piena crisi sentimentale tra le mura domestiche. Io voglio che tu voglia lavare i piatti.

9 - Dopo Mezzanotte - Davide Ferrario, 2004
Giorgio Pasotti - Francesca Inaudi. Buffa, surreale genesi di un possibile amore tra il custode notturno del Museo del Cinema e una ragazza in fuga dal suo lavoro in un fast food e dal suo ragazzo, ladro d'auto. E' soprattutto un film su Torino, città con una notevole dose di malinconia. Se stai sempre zitto, come fai a capire agli altri se sei incazzato o se sei contento.

8 - Il Lato Positivo - David O.Russell, 2012
Bradley Cooper - Jennifer Lawrence. Bellissima commedia che racconta i passi a due tra un bipolare ossessivo convinto di riconquistare la ex moglie e una vedova un po' zoccola, prima di accorgersi di essere indispensabili l'uno per l'altro. Film sulla pericolosità delle passioni al giorno d'oggi, che possono essere curate solo con gli psicofarmaci. Tu credi che io sia più pazza di te.

7 - Elizabethtown - Cameron Crowe, 2005
Orlando Bloom - Kirsten Dunst. Il miglior Cameron Crowe, che sfoga completamente le sue ossessioni, dalle storie d'amore platonico ai viaggi on the road, fino ai sentiti omaggi alla provincia americana e alla musica rock-country. Mi stavo chiedendo se questa cosa forse non sia meglio al telefono. Va talmente meglio al telefono.

6 - 500 Giorni Insieme - Marc Webb, 2009
Joseph Gordon Levitt - Zooey Deschanel. JGL crede di aver trovato l'amore della sua vita, malgrado Zooey vada e venga. Dopo poco più di un anno di simil-relazione, lei si sposa con un altro. Anomalo, divertente, furbetto, lancia definitivamente JGL nell'Olimpo degli idoli assoluti. Ci sono due possibilità: o si tratta di un essere malvagio, senza cuore, cinico e di un sadismo monumentale oppure è un robot, un replicante, tipo Blade Runner.

5 - Drinking Buddies - Joe Swanberg, 2013
Jake Johnson - Olivia Wilde. Mancata concretizzazione di un amore tra due colleghi di un birrificio, malgrado la complicità, l'intesa e le risate sincere. Rapporti molto difficili da gestire, prima o poi si frantumano. O forse no. Quel che è certo è che Max Pezzali aveva ragione. Tu non puoi permetterti di farmi sentire in colpa.

4 - Ubriaco D'Amore - Paul Thomas Anderson, 2002
Adam Sandler - Emily Watson. Clamorosa interpretazione di Sandler, proprietario di una ditta di sturalavandini, alla disperata ricerca di budini per sfruttare una promozione di miglia aeree, che fa innamorare Emily Watson, forse per spirito crocerossino, forse perchè le cose non hanno senso. Io invece la tua faccia ho una gran voglia di spaccartela, di spappolartela con una mazza e maciullartela da quanto è bella.

3 - Vero Come La Finzione - Marc Forster, 2006
Will Ferrell - Maggie Gyllenhaal. Capolavoro assoluto, sceneggiatura perfetta, è la storia di Harold Crick, esattore delle tasse, che si sveglia una mattina e sente una voce nella testa che gli racconta in diretta la sua giornata. La sua ripetitiva quotidianità va definitivamente in frantumi quando si innamora della pasticciera anarchica Ana Pascal. Anche lei è una frequentatrice dell'Azienda Municipale Trasporti?

2 - Lost In Translation - Sofia Coppola, 2003
Bill Murray - Scarlett Johansson. Ormai un classico, destinato a rimanere il miglior lavoro di Sofia Coppola, che riesce a costruire un film su unico stato d'animo, romanticissimo e crepuscolare, per merito soprattutto di Bill Murray nell'interpretazione più indimenticabile della sua carriera. Non partire, resta qui con me. Mettiamo su un complesso jazz.

1 - Take This Waltz - Sarah Polley, 2011
Seth Rogen - Michelle Williams. Dolentissima fine di un amore, semplicemente perchè sostituito da un altro. Nessun film è mai stato così diretto e spudorato, almeno nel nuovo millennio. Si conclude con Michelle Williams su una giostra sulle note di Video Killed The Radio Star, mentre si rimane frastornati e senza parole. In qualche modo, credo di essermi accorto che qualcosa non andava, è che ho sperato che sparisse.


lunedì 7 ottobre 2013

La Risposta: Pacific Rim

La mattina del 5 agosto ero in una stanza di albergo di Tel Aviv, reduce da una notte da leoni in compagnia di due cari amici di vecchia data. Prima di addormentarmi, controllo lo smartphone con la speranza che qualche amica ubriaca mi abbia scritto e, invece, trovo nella casella privata di Facebook il seguente messaggio inviato da Alex Oscar, amico e teorico di Cinema. Il messaggio è la risposta alla recensione di Graziano Biglia di Potato Pie Bad Business (sito di altri amici col quale collaboro) sul film 'Pacific Rim' di Guillermo Del Toro (www.ppbb.it/sommario/cinema)

5 agosto 2013, 06:37

Caro Emi, ho letto la recensione su Pacific Rim di Potato Pie Bad Business postata sul tuo wall da Giagobo Gonde (ignoro il suo vero nome). E mi è salita una rabbia che non te la spiego. Ho scritto una risposta, poi ho preferito non intasare il tuo wall. La risposta è un po' polemica e non vorrei creare situazioni spiacevoli. Però te la posto, perchè voglio difendere il film, che secondo me merita. Ciao, un abbraccio. "A me la recensione su 'Pacific Rim' sembra puro dilettantismo. Tralasciando lo stile del pezzo (o cose tipo "Non ho nulla contro il 3D": dai, davvero siamo ancora a questo punto? Lo zoo, l'ottovolante, lo stupore primigenio, la mamma mi sembrano robe da seconda lacrima kitsch), mi sembrano gravi i limiti critici della recensione: sorvolando sull'accostamento con 'Alex l'ariete' e 'Jolly Blu' (una cosa che fa quasi tenerezza), le "colpe" che si imputano al film sono di aver scelto nomi, per l'autore del pezzo, involontariamente comici. Jaeger gli ricorda il nome di un ammazzacaffè (termine che è abbastanza desueto da far sorridere qualche matricola di lettere. Chè, per carità, non lo chiamiamo amaro. La bicicletta? Chiamiamola velocipede). L'attore di 'Hooligans' è anche splendido interprete di 'Sons of anarchy' (così, per dire). I personaggi sono scritti bene (anche se hanno numi buffi e vabbè), non ci sono tempi morti, i flashback puntuali e da "fotta a mille" (citazione dai ragazzi di 'I 400 calci'). Sui combattimenti, niente da dire. Comunque, un film di genere (quale 'Pacific Rim' è) funziona per stereotipi: il merito è quello di non cercare un'operazione intellettualistica, di non mettere in discussione gli stilemi narrativi del genere (o meglio, dei generi: c'è il genere giapponese dei tokusatsu, c'è il bromance, la dinamica nemici-amici, il buddy movie, il mecha dei manga), ma di portarli alle estreme conseguenze. Quindi, grande spettacolarità e personaggi che si muovono nella tradizione iconografica del genere. Può piacere o non piacere, ci sta: ma a quel punto non andare a vedere un film come 'Pacific Rim'. Cosa si aspettava il recensore? Bela Tarr non ha ancora girato un monster movie (però lo aspettiamo tutti con ansia). 'Pacific Rim' non si prende troppo sul serio, ha la consapevolezza di essere un film di genere ad altissimo costo. E Del Toro gioca con questi stereotipi, senza decostruirli, ma omaggiando quel modo di fare cinema. Poi, mi sembra importante sottolineare che c'è anche una grande finezza, qualcosa di estremamente interessante (perchè Del Toro non è solo un "mestierante", ma un regista di grandissima intelligenza): la mancata concretizzazione della coppia eterosessuale. I due protagonisti, pur coinvolti in una tensione sessuale costante, non scopano, nemmeno si baciano, il desiderio rimane sospeso, disattendendo le aspettative dello spettatore. Del Toro sceglie piuttosto di tratteggiare una relazione eterosociale, una complicità analoga a quella tra il protagonista e suo fratello nella parte iniziale del film, pur con le inevitabili differenze di gender. Una cosa che Nolan con l'ultimo capitolo di Batman è andato vicinissimo a fare ma poi si è cagato sotto e ha mandato tutto in vacca. Insomma, si potrebbe scrivere un saggio di gender studies solo su questo. E questo, in un film che per oltre due ore rifugge da ogni intellettualismo e si presenta come puro intrattenimento. Insomma, tantissima roba. Forse, non adatta a un aspirante critico con la puzza sotto il naso che tira in ballo i Lumiere (a quel punto, si poteva anche andare qualche anno indietro e buttare dentro pure Muybridge. Sarà per la prossima volta)".

Alex Oscar




Anteprima: Drinking Buddies

Ho deciso di evolvermi anche io e di cominciare a guardare i film in streaming, ottimo modo per poter recuperare alcuni gioielli che in Italia non vengono distribuiti. Spulciando tra le varie pagine delle rete, mi sono imbattuto in questo 'Drinking Buddies', fresco fresco, uscito ad agosto negli Stati Uniti, mentre a novembre uscirà nel Regno Unito. Si tratta, dunque, di un anteprima assoluta. E se mi spingo al punto tale da volerne parlare significa che stiamo parlando di un film da non perdere. Lui e lei sono colleghi in un birrificio, amicizia speciale, entrambi fidanzati. Vanno a trascorrere un weekend formula "doppia coppia" nella casa al mare del tipo di lei. Tra il tipo di lei e la tipa di lui ci scappa un bacio. Il tipo di lei torna dal weekend frastornato e decide di lasciarla. Tutto porterebbe a far pensare che sia la volta buona che tra i due protagonisti scocchi finalmente la passione ma le cose vanno diversamente, in maniera molto realistica e poco sdolcinata. Lei si mette a darla agli altri colleghi del lavoro ma non a lui, lui si ingelosisce ma si tiene stretto la sua fidanzatina e, seppur cornuto, non ha intenzione di mettere in discussione il rapporto. Ed è proprio nella mancata concretizzazione di un amore, costantemente suggerito e incitato, che il film di Joe Swanberg trova una propria ragione d'essere. 'Drinking Buddies' racconta un rapporto uomo-donna che non è d'amicizia, non è d'amore, ma è reale, autentico, sentimentale. Una via di mezzo, difficile, quasi impossibile da gestire tra due individui molto simili, che hanno il medesimo approccio alle situazioni della vita ma non sono in grado di individuare un punto di equilibrio per poter cominciare una relazione. Ovviamente, come suggerisce il titolo, scorre molto alcool, molta birra, che rende il tutto ancora più credibile. Si percepisce, comunque, un grande senso di tenerezza e di affetto per i personaggi, mai buoni nè cattivi, mai vittime nè carnefici. Bellissima ma anche brava Olivia Wilde, molto bene pure Jake Johnson proveniente dalla serie tv 'New Girl'. Sul tema contrasto tra i sessi/maschi contro femmine, è il film migliore degli ultimi anni insieme a 'Take this waltz' di Sarah Polley, altra magnifica chicca sull'imprevedibilità delle emozioni, vergognosamente non distribuita, recuperabile anch'essa in streaming. Sia il lavoro della Polley che quello di Swanberg condividono, poi, un finale di assoluta poesia, che non chiude, lascia i puntini di sospensione, perchè i sentimenti non hanno un inizio nè una fine ma sono in continuo movimento.

Emiliano Dal Toso






venerdì 27 settembre 2013

I Magnifici Sette: Luglio - Settembre 2013

Rush, Ron Howard: un film di uomini per uomini. Per tutti coloro che da piccoli amavano "fare le gare" con le macchinine e facevano vincere sempre il loro pilota preferito, esaltandosi. Per tutti coloro che intendono lo sport non solo come un gesto fisico, atletico, ma come l'espressione di un modo di intendere il lavoro, la fatica, il sacrificio, la vita. Il trionfo di un'epoca che trasudava di passione, rappresentata da due piloti indimenticabili dalla personalità opposta: il viveur, il donnaiolo, tutto genio e sregolatezza (James Hunt) contro il calcolatore, il freddo, il professionista che va sempre a letto presto (Niki Lauda). Un Cinema classico, entusiasmante, come non se ne fanno più. Ron Howard recupera la sua verve più appassionante (quella della conflittualità di 'Frost/Nixon' unita a quella dei sogni persi di 'Apollo 13') e firma il suo Capolavoro, che non offre risposte ma soltanto possibili soluzioni, mai completamente vincenti.

Mood Indigo - La Schiuma Dei Giorni, Michel Gondry: Gondry al pieno compimento del suo ideale di Cinema, impossibile ma non grottesco, fantastico ma non fantasy. Niente come l'amore o l'illusione dell'amore è un ingrediente fondamentale per scatenare la creatività. Il mondo surreale di Boris Vian non poteva che essere il campo migliore per dare libero sfogo al genio sconfinato del regista francese e alla sua sostanza poetica, il punto più lontano da una psicosi a due.

Sacro Gra, Gianfranco Rosi: uno sguardo straordinariamente pudico e umile al servizio di una umanità ai margini, raccontando individui buffi, estremi ma sempre autentici. Rosi fotografa un'Italia dimenticata, esteticamente brutta, che non pare nemmeno essere troppo interessata a integrarsi. Più di un paio di personaggi destinati a rimanere nella memoria (il pescatore di anguille, il nobile piemontese, il veterano di fotoromanzi) in uno dei migliori Leone D'Oro degli ultimi anni.

Facciamola Finita, Seth Rogen & Evan Goldberg: folle, eccessivo, geniale debutto alla regia del grande Seth Rogen, che prende in giro se stesso e la sua compagnia di amici con i quali è approdato al cinema, immaginando una fine del mondo assurda, che non ha pietà di nessuno. Sana volgarità, un numero impressionante di rimandi e citazioni, un ritmo indiavolato per quello che è molto probabilmente il film comico dell'anno.

Starbuck, Ken Scott: altro film per uomini, un buddy movie particolarmente divertente e garbato, Ken Scott pare la risposta canadese meno sboccata a Judd Apatow. Storia di un quarantenne calciofilo che vent'anni prima era stato un donatore per una banca del seme, padre biologico di 533 figli, cento dei quali, adesso, vogliono conoscere la sua identità. Grandissimo successo in patria, già pronto il remake hollywoodiano con Vince Vaughn.

Kick-Ass 2, Jeff Wadlow: svanito l'effetto novità, il sequel del film per ragazzi più violento di tutti i tempi si regge in piedi grazie all'irrefrenabile personaggio di Hit Girl, impersonato da una Chloe Grace Moretz destinata davvero a fare grandi cose. Puro intrattenimento, che si distanzia dagli altri comics movie per un interesse particolare nei confronti delle inquietudini adolescenziali, delle turbe giovanili di ragazzi emarginati, losers poco propensi ad essere alla moda.

Questi sono i 40, Judd Apatow: ovvero 'Scene da un matrimonio' nell'America obamiana finto-pacifista e sodomizzata da Steve Jobs e da Mark Zuckerberg. Judd Apatow nel suo film meno divertente, più conformista, eppure specchio di una borghesia ormai completamente asettica, molto più vicino a James L. Brooks che ai fratelli Farrelly. Paul Rudd è un perfetto attore da commedia umana, che amaramente mostra il banale e il quotidiano.



 

mercoledì 25 settembre 2013

Venezia 2013 - Seconda parte: Miss Violence, The Unknown Known, La Jalousie, The Canyons

Questa seconda tornata della rassegna non è stata soddisfacente come la prima. E' mancato un film sorpresa come 'Tom à la ferme' del giovane talento Xavier Dolan, il mio Leone D'Oro personale. La prima grande delusione è stata 'Miss Violence' (voto 5) di Alexandros Avranas, vincitore del Leone D'Argento per la miglior regia e della Colpa Volpi per l'interpretazione maschile di Themis Panou. Se quest'ultimo premio può anche essere condivisibile, lo stile del regista greco è molto programmatico e manierista. Mi è sembrato un modo di intendere il cinema in maniera troppo rigorosa ma anche un po' ricattatoria, a cominciare dalle inaspettate scene di violenza, inserite ad arte per impressionare lo spettatore. Uno di quei lavori che vorrebbero turbare e scandalizzare ma non sono mai in grado di coinvolgere ed emozionare, troppo freddi e calcolati per entrare sottopelle. Abbastanza ridicola, poi, la scena della ragazza incinta che vomita mentre in sottofondo ascolta 'L'italiano' di Toto Cutugno. Non mi ha convinto nemmeno l'acclamato 'The Unknown Known' (voto 5) di Errol Morris su Donald Rumsfeld, la persona più giovane e più anziana allo stesso tempo ad aver ricoperto l'incarico di segretario alla difesa americano. Non mi è sembrata nè un'operazione contro Rumsfeld, nè a difesa di Rumsfeld, quanto piuttosto un riepilogo didascalico della sua carriera. Non c'è il coinvolgimento passionario di un Ken Loach ma nemmeno di un Michael Moore, e non ne esce neppure un ritratto particolarmente carismatico del protagonista. Può essere, comunque, interessante per chi non è a conoscenza delle vicende di politica estera degli Stati Uniti, così come alla stessa maniera può essere interessante un reportage di Mentana su La7. Un grandissimo plauso va a Philippe Garrel per il suo 'La Jalousie' (voto 8), opera autobiografica nella quale l'autore francese racconta le proprie tormentate vicissitudini sentimentali da attore trentenne scapestrato. Lo fa, però, con il suo senso per il cinema: raffinato, profondo, essenziale. Una capacità di sintesi narrativa impressionante, accompagnata come al solito dalla bellezza di un bianco e nero di gran classe. Bravissimo il figlio Louis nei suoi panni, splendida Anna Mouglalis nel ruolo della donna prima perdutamente innamorata e poi perduta. Un film semplice, che racconta la Vita, andando immediatamente al suo (non) significato. Il Leone D'Oro per il miglior Scult va, invece, a 'The Canyons' (voto 3) di Paul Schrader, regista di ottimi film come 'Adam Resurrected' e sceneggiatore di capolavori come 'Taxi Driver' e 'Toro Scatenato'. Sotto tutti i punti di vista, un lavoro davvero scadente. Patinato marcio. Meravigliosamente sfatta Lindsay Lohan, maialona di proporzioni cosmiche. Eppure, risulta essere l'unica ad avere un'idea di recitazione se confrontata al resto del cast. Orribile la sceneggiatura di Bret Easton Ellis, tremenda la fotografia. Ciononostante, mi ha sicuramente divertito di più rispetto a Emma Dante e a Gianni Amelio, presuntuosi, moralisti e politicamente corretti, pronti per un prime time da Fabio Fazio.

Emiliano Dal Toso



venerdì 20 settembre 2013

Venezia 2013 - Prima Parte: Via Castellana Bandiera, Sacro Gra, Trap Street, Tom à La Ferme

Settembre è tempo di ripensamenti, come cantava Guccini, ma grazie al cielo ancora nessuno ha pensato di toglierci anche la rassegna milanese dei film di Venezia, appuntamento doc per la viva e vegeta borghesia cinefila, che sarà pure snob e con la puzza sotto il naso ma per fortuna c'è. Per mia sfortuna, invece, il primo film di quest'anno è stato 'Via Castellana Bandiera' (voto 4) di Emma Dante, premiato con la Coppa Volpi per l'interpretazione femminile di Elena Cotta. Il film della Dante racchiude tutto ciò che più odio del cinema italiano: intellettualismo, retorica, patetiche allegorie. Quello che poteva essere sulla carta un divertente spunto surreale viene addomesticato con una supponenza e una mancanza di ironia davvero inquietante. In mezzo, c'è anche una storia d'amore lesbo assolutamente non necessaria. Inspiegabile il premio alla Cotta, completamente assorta in un ruolo passivo e poco interessante. Molto più condivisibile il Leone D'Oro assegnato a 'Sacro Gra' (voto 8) di Gianfranco Rosi, documentario che racconta le vite che si muovono, i mondi invisibili che abitano il Grande Raccordo Anulare di Roma. Uno sguardo straordinariamente pudico e umile si mette a servizio di una umanità ai margini, raccontando individui buffi, estremi ma sempre autentici. Rosi fotografa un'Italia dimenticata, esteticamente brutta, che non pare nemmeno essere troppo interessata a integrarsi. Alcuni personaggi si rivelano indimenticabili: dall'intellettuale nobile piemontese al pescatore di anguille, dal veterano di fotoromanzi alle vecchie prostitute annoiate. Il presidente della Giuria Bernardo Bertolucci deve averne riconosciuto il significato politico, che va nella direzione opposta di quella di un cinema cerchiobottista e politicamente corretto (vedi Cotta e 'L'intrepido' di Amelio, cioè gli altri due film italiani in concorso). Una piccola sorpresa è arrivata, invece, dalla Cina con 'Trap Street' (voto 7) di Vivian Qu, che parte da uno spunto originale e arriva ad una riflessione sull'inquietudine e il senso di paranoia che attanaglia gli abitanti delle grandi città cinesi, sottoposti a un ossessionante controllo da parte degli organi di Stato. Dinamica narrativa coinvolgente, non banale, ottimi interpreti. Ma il miglior lavoro di questa prima tornata è sicuramente 'Tom à La Ferme' (voto 8) del ventiquattrenne canadese Xavier Dolan. E' la prima volta che amo un film il cui regista è più giovane del sottoscritto. Sto invecchiando. A parte questa dolente presa di consapevolezza, il giovane Xavier mostra una notevole maturità registica (nel lavoro con gli spazi, con il sonoro, negli improvvisi sbalzi di tensione) e una dimestichezza con le dinamiche psicologiche dei personaggi impressionante. Continui ribaltamente di ruolo, complessi edipici, sindromi di Stoccolma, omosessualità esplicita e latente. Si sfilaccia un po' nel finale, ciononostante rimane predominante un'idea di Cinema di assoluta intelligenza e carica emotiva.

Emiliano Dal Toso


mercoledì 28 agosto 2013

Riflessioni Spiazzanti: La Realtà

A un certo punto, ci si arrende e si riconosce che non saremo noi a cambiare i gusti e le preferenze delle persone. Potrei andare avanti tutta la vita a scrivere che i film di Harry Potter e di 'Lord Of The Rings' sono una porcheria, che il cinema demenziale dei Farrelly e di Judd Apatow ha una profondità umana che metà dei registi europei si sogna, che Toni Servillo era un grande ma adesso ha rotto i coglioni o che 'Le conseguenze dell'amore' è un capolavoro mentre 'La grande bellezza' è una schifezza. Potrei andare avanti ma non servirebbe a niente. Ciascuno ha i suoi idoli, i suoi eroi, i suoi maestri, buoni o cattivi che siano, e non sono io a doverli indicare. Qualche tempo fa ho scritto che il cinema non insegna e non fa crescere. Non è altro che l'emozione del momento. Non credo di pensarlo veramente. Il cinema offre delle possibilità, delle alternative e dobbiamo essere noi bravi a saperle cogliere. Ho pensato al cinema di fantascienza, a 'Matrix' e a Cronenberg quando ho deciso di abbandonare temporaneamente l'utilizzo dello smartphone. Ed ho pensato nuovamente a loro quando ho preso la decisione di riutilizzarlo. Penso a Jim Carrey tutti i giorni. Penso a 'The Truman Show' quando faccio la pipì di nascosto dietro a un albero perchè ho sempre paura che ci sia una telecamera che mi riprenda. Penso a 'Se mi lasci ti cancello' quando cancello le foto dal cellulare ma poi me ne pento. E penso a 'Man On The Moon' quando vorrei leggere ad alta voce il mio libro preferito davanti a una platea di studenti universitari. Basta lotte, dunque. Basta infervorarmi perchè per gli adolescenti di oggi 'Blow' è considerato un classico, quello che 'Trainspotting' era per gli adolescenti di ieri (ovvero, i venticinquenni di oggi). In fondo, io fino a tre anni fa non avevo mai visto un film di Orson Welles. Vorrei che esistessero una cinquantina di registi, non di più, e tutti gli altri se ne andassero a fanculo. Vorrei che Johnny Depp fosse morto di overdose subito dopo 'Paura e delirio a Las Vegas', così Jack Sparrow lo avrebbe interpretato Joseph Fiennes o qualche altro coglione. Vorrei che 'La casa del 1000 corpi' non fosse l'unico horror decente del nuovo millennio e vorrei che ogni volta che guardo un film con Natalie Portman o Keira Knightley si materializzassero e mi confessassero che non hanno una vita privata ma che se ce l'avessero passerebbero tutto il tempo a fare l'amore con me. Il cinema mi ha insegnato a guardare in faccia la realtà.

Emiliano Dal Toso