lunedì 4 luglio 2016

Serie: Billions

Da un punto di vista giuridico, l’insider trading è la compravendita di titoli di una determinata società da parte di soggetti che, per la loro posizione all’interno di essa o per la loro professione, sono a conoscenza di informazioni riservate non di dominio pubblico. Queste informazioni concedono la possibilità di posizionarsi su un livello privilegiato rispetto a investitori concorrenti, risparmiatori o consumatori. Questa pratica, in Italia, viene accomunata al reato di aggiotaggio, mentre negli Stati Uniti soltanto dagli anni Settanta è stata sanzionata dalla Corte Suprema, includendola tra le frodi che riguardano la compravendita di valori mobiliari. Cinematograficamente, l’insider trading è il principale spunto narrativo di Billions, serie americana attualmente in onda su Sky Atlantic, che trasmette ogni martedì due episodi in prima visione. L’ottimo successo avuto negli Stati Uniti dalla prima stagione ha reso possibile che venisse rinnovata per una seconda.
Il protagonista è Paul Giamatti (La versione di Barney, 12 anni schiavo), uno degli attori americani più versatili di Hollywood, dalle magnifiche sfumature tragicomiche, forse troppo spesso sottoutilizzato in ruoli secondari, di contorno. In Billions interpreta l’avvocato Chuck Rhoades, un irreprensibile procuratore distrettuale del Southern District di New York: un vero e proprio uomo di diritto, secondo cui la legge deve sempre e comunque avere la precedenza sull’aspetto umano e privato. Il suo antagonista è l’attore britannico Damian Lewis, volto noto per gli amanti di serie tv per Homeland, nei panni di Bobby Axelrod, un importante magnate, piuttosto popolare per essersi fortunosamente salvato dagli attentati dell’undici settembre;  un miliardario su cui però si cela, appunto, lo spettro di frode per insider trading. Rhoades non si è quasi mai occupato di questo genere di reati, forse per timore di mettersi contro il mondo dell’alta finanza; ma il dilemma più affascinante che pone questo avvincente e formalmente elegantissimo legal-drama scritto da Brian Koppelman, David Levien e Andrew Ross Sorkin è un altro. La moglie di Rhoades (la splendida Maggie Siff vista in Mad Men e Sons of Anarchy), infatti, lavora per Axelrod, è una consulente a pagamento e svolge anche un particolare ruolo da personal coach per i suoi uomini. L’avvocato si trova, così, di fronte a un bivio: istintivamente, non avrebbe alcun dubbio a portare avanti le indagini. Ciononostante, appare palese sin dalla prima scena che Chuck Rhoades  non sia poi così cristallino, abbia più di qualche scheletro nell’armadio, e sia un individuo sessualmente perverso, appassionato praticante di pissing e sadomaso. E così, come nelle più entusiasmanti serie americane degli ultimi anni, il bene e il male si inseguono e si confondono, i lati oscuri emergono gradualmente e senza soluzione di continuità. Sullo sfondo, domina una New York di piani alti e di guerre tra la magistratura e uomini ricchi e potenti, diversa dagli intrighi politici della Washington di House of Cards, ma altrettanto sgradevole e corrotta.
La forza di Billions consiste nella cura dei dettagli (anche giuridici) e nella credibile caratterizzazione dei personaggi. Dopo il suicidio di un amico del padre in procinto di essere condannato, Rhoades avverte i suoi collaboratori: “Continuate a perseguire i reati con forza, non vacillate.” E gli autori si divertono a provocare questa etica, conducendola fino all’esasperazione: il diritto deve e può essere sempre perseguito, ignorando affetti ed effetti personali? E la legge è davvero uguale per tutti, oppure un po’ più uguale per alcuni?


Emiliano Dal Toso



martedì 21 giugno 2016

Top Ten: Classifica Primo Semestre 2016

10 - The Neon Demon - Nicolas Winding Refn
Il manierismo di NWR trova finalmente una sua ragion d'essere: questa volta il modello di riferimento è il Dario Argento di Suspiria, il ponte ideale per ritrarre un universo della moda abitato da corpi vuoti che camminano. Una forma che s'identifica perfettamente con il suo contenuto: come Spring Breakers è un film sulla consistenza della superficie, come Maps To The Stars sulla correlazione tra morte ed establishment. Visivamente, un pugno nello stomaco.

9 - 1981: Indagine a New York - J.C. Chandor
Fino a che punto possono coesistere la rettitudine e un mondo sempre più orientato verso il mito dell'affermazione economica e la violenza? Un magnifico Oscar Isaac è il self-made man che non rinuncia al confronto e alla razionalità, e che ribadisce l'onestà come base fondamentale del proprio successo. Attorno a sé, le regole della sopraffazione, della competizione e del sangue hanno preso il sopravvento.

8 - Microbo & Gasolina - Michel Gondry
Michel Gondry continua a osservare la meccanica delle emozioni con una creatività che non appartiene a nessun altro cineasta del nuovo millennio. Questa volta, si sofferma su un dolente romanzo di formazione, un teen-road movie magico e semplice che evita ricatti emotivi e sentimentalismi. E, con ironia e affetto, definisce l'amicizia come un incontro tra solitudini e anticonformismi per affrontare gli ostacoli della crescita e del tempo.

7 - Mistress America - Noah Baumbach
Dopo Frances Ha e Giovani si diventa, la conferma del talento di Noah Baumbach di ritrarre personaggi femminili sfaccettati e contemporanei, che si affannano goffamente per essere al passo coi tempi e che faticano a rinunciare ai propri obiettivi. Le donne del regista newyorchese sono come le sorelle di Hannah di Woody Allen: romantiche e imperfette, confuse e felici, ma nell'epoca dei social network.

6 - Batman v Superman: Dawn of Justice - Zack Snyder
Lo onorano nell'unico modo che sanno fare: come soldato. L'assalto frontale della DC Comics alla leggerezza e alla solarità della Marvel, un kolossal capace di raccontare lo spirito del tempo attraverso un mondo cupo e soffocante. Due supereroi sull'orlo di una crisi di nervi, che si fanno guerra tra di loro, disorientati e impotenti di fronte al Male. Cadendo sul campo di battaglia, i nostri miti si trovano costretti a celebrare il funerale di Dio.

5 - Veloce come il vento - Matteo Rovere
Emozioni fuorigiri, personaggi iconici e indimenticabili, una grande storia famigliare tipicamente italiana ma raccontata con l'adrenalina del miglior cinema americano di genere e senza la retorica e il familismo nostrani. Matilda De Angelis è una vera e propria scoperta, Stefano Accorsi balza in testa nella classifica degli idoli assoluti: dopo il Leonardo Notte di 1992, il suo Loris detto "Ballerino" entra con prepotenza nell'immaginario collettivo.

4 - Tutti vogliono qualcosa - Richard Linklater
Un college movie apparentemente innocuo, godibile, divertente, più intelligente e meno nostalgico della media. Fino al finale, quando Linklater lascia i puntini di sospensione, non chiude, e fa cominciare un altro film, fuori campo, quello del risveglio dopo il sogno. E così, retroattivamente, ci si accorge della precisa capacità di un cineasta che sa raccontare i dettagli della crescita e incasellare i momenti di passaggio della vita con una sensibilità commovente. Frontiers are where you find them.

3 - Julieta - Pedro Almodovar
Dopo tre film anomali e poco riusciti, Pedro rispolvera il suo cinema di pura passione: non con un almodrama, ma con un drama seco. E, tranne qualche tema fin troppo risaputo (il sesso che lenisce il dolore), riflette sulle vite che abbandoniamo e su quelle a cui siamo costretti ad affidarci per ripartire. Un'opera sui cambiamenti, sui punto e a capo, spesso dovuti all'ineluttabilità del fato che paghiamo con il senso di colpa. Meravigliosa Adriana Ugarte. 

2 - The End of the Tour - James Ponsoldt
Folgorante gioco di specchi, stima reciproca e invidie tra lo scrittore David Foster Wallace e il giornalista David Lipsky. Riflessioni dolorose di un'anima fragile e geniale su successo, depressione e relazioni umane, delineando i contorni di un'America innevata di fast food, televisione e grandi magazzini. Il distacco tra noi stessi e gli altri, tra noi stessi e la realtà: sono solo parole, ma fanno male e tramortiscono.

1 - Steve Jobs - Danny Boyle
Terzo capitolo di Aaron Sorkin su uomini visionari e sulla contemporaneità, dopo The Social Network e Moneyball. Tre atti shakespeariani, cinici, senza cuore, travolgenti. Una canzone rap tradotta in immagini, parole mitragliate, vere e proprie rasoiate che attraversano uno dei personaggi più controversi e decisivi per quello che siamo oggi. La vita è sempre dietro le quinte: sul palcoscenico va in scena solo una versione dei fatti, quella più commerciabile e concorrenziale. 



Cannes e Dintorni 2016 - Parte Seconda: The Salesman, Neruda, Juste La Fin Du Monde

Non è stata una delle edizioni più esaltanti di Cannes e Dintorni quella di quest'anno. Troppi i grandi nomi assenti, presenti invece in Concorso: Olivier Assayas, Jim Jarmusch, Park Chan-wook, Jeff Nichols, solo per citare i più amati dal sottoscritto. Difficile, quindi, valutare le scelte della giuria presieduta da George Miller. Non ci hanno convinto certamente quanto la Palma d'oro né il Premio per la miglior sceneggiatura né quello per il miglior attore, assegnati entrambi a 'The Salesman' (voto 5) di Asghar Farhadi. La narrazione del regista iraniano di 'Una separazione' e 'Il passato' si è ormai standardizzata: Emad e Rana, una coppia di intellettuali di Teheran, sono costretti a trasferirsi in un appartamento precedentemente abitato da una prostituta, e un cliente di quest'ultima entra in casa e violenta la donna. Farhadi sottolinea insistentemente la formazione culturale dei due protagonisti: attori in procinto di mettere in scena 'Morte di un commesso viaggiatore', lui in particolare è anche un insegnante amatissimo dai suoi studenti, brillante e autorevole. Dopo il fattaccio, il film diventa un prevedibile viaggio negli inferi di Emad, che rivela un carattere inquisitorio, assalitore, vendicativo. Troppo forzato il parallelismo tra vita e teatro e, soprattutto, troppo ovvia la trasformazione di un personaggio costruito a tavolino, che appare soltanto un pretesto per riflettere su una cultura della violenza insita in ogni dimensione sociale. C'è da chiedersi, invece, come sia possibile che non fosse in Concorso ma "solo" nella Quinzaine des Réalisateurs 'Neruda' (voto 8) di Pablo Larrain. Un biopic anticonvenzionale, non un film su Pablo Neruda ma un'opera nerudiana nello spirito e nella poetica. L'impressione è di una pellicola enormemente ambiziosa, nello stile e nei contenuti: il regista cileno si lascia andare, a tratti, a un eccesso di manierismi e di barocchismi, compensati però da alcuni passaggi di puro cinema, capaci di flirtare con generi come il noir, il thriller politico e il western. Il film racconta di una caccia all'uomo: quella dell'ispettore Oscar Peluchonneau (interpretato da un magnetico Gael Garcia Bernal) nei confronti del poeta e senatore comunista. E la carta vincente risulta essere proprio l'assunzione del punto di vista di un uomo di stato, il suo flusso di coscienza dettato dal suo ruolo e dal desiderio di arrestare Neruda per conoscerlo. Suggestivo, discontinuo, onirico: un'allucinazione, un trip lisergico tra festini erotici e paesaggi metafisici. Delude, purtroppo, enormemente 'Juste La Fin Du Monde' (voto 4) di Xavier Dolan, incomprensibilmente premiato con il Grand Prix. Il ventisettenne regista canadese, dopo tanti bei film e un capolavoro emozionale come 'Mommy', adatta una piéce di Jean-Luc Lagarce e sprofonda clamorosamente in un kitsch fine a se stesso, inanellando una serie di scelte finte e artefatte: dagli asfissianti primi piani sui volti dei personaggi a una scelta musicale totalmente stonata e incongruente, questa volta per nulla funzionale (i Blink 182! Dragostea Din Tei!); dalla quantità fluviale di parole che si vomitano addosso i protagonisti a trovate registiche quasi imbarazzanti (il rossastro delle immagini nel finale per rimarcare la violenza emotiva a cui stiamo assistendo). Incredibilmente sprecato il cast di attori: Léa Seydoux, Marion Cotillard e Vincent Cassel sembrano le guest star di una narcisistica autoaffermazione di autorialità.

Emiliano Dal Toso



giovedì 16 giugno 2016

Cannes e Dintorni 2016 - Parte Prima: I, Daniel Blake, Bacalaureat, Sieranevada

Lunga vita a Cannes e dintorni, che ci permette di recuperare dopo poche settimane alcuni dei film presentati sulla Croisette, il nome del viale che costeggia il litorale della città della Costa Azzurra. Un'edizione caratterizzata da numerose polemiche, con buona parte della critica radical-chic inferocita per l'assegnazione dei premi da parte della Giuria presieduta dall'australiano George Miller. La Palma d'oro è andata a 'I, Daniel Blake' (voto 9) di Ken Loach: per molti, una decisione presa per non scontentare nessuno, un compromesso per dare risalto agli intenti nobili del film piuttosto che alla sua effettiva qualità. Beh, teniamocelo stretto il cinema del compagno Ken: il regista britannico è ancora l'unico cineasta in grado di coniugare l'impegno civile con una narrazione e un linguaggio popolari e universali. Il suo è un film che emoziona, commuove, indigna. Vibra. L'odissea di un uomo umile, con seri problemi di salute, che lotta contro la burocrazia statale per ottenere l'indennità di malattia o, perlomeno, il sussidio di disoccupazione è raccontata con un'energia e una lucidità che dovrebbero essere la colonna vertebrale di un'opera cinematografica: come spesso accade nel cinema di Loach, non mancano momenti più rilassanti e leggeri, ma risultano funzionali a coinvolgere e scuotere lo spettatore che altrimenti si troverebbe di fronte a un manifesto politico. E invece Ken utilizza la sfera privata per parlare delle contraddizioni della macchina pubblica, entrando nella gola e nel cuore di chi guarda. Per questo ho trovato davvero surreali le accuse di "film-comizio" proprio da parte di quei critici che fino a pochi anni fa esaltavano gli ingredienti di Loach: complimenti a Miller e agli altri giurati che se ne sono infischiati delle mode e hanno riconosciuto il valore di una pellicola bella, dolorosa, attuale. Uno dei due vincitori del premio per la miglior regia, 'Bacalaureat' (voto 7) di Cristian Mungiu, invece pecca un po' di coinvolgimento emotivo. L'autore rumeno riflette sulla forma mentis di corruzione e interessi personali che si è ormai appropriata non soltanto degli apparati statali ma anche dei comportamenti degli onesti cittadini. Nuovamente, l'obiettivo è raccontare un dramma famigliare per porre una lente di ingrandimento sulla Romania di oggi. Una Romania che, a dire il vero, non ci sembra tanto diversa dagli scandali dell'Italia, a cominciare da Mafia Capitale. Mungiu sembra indeciso tra due storie che fanno fatica a coniugarsi: quella di un padre disposto a tutto pur di garantire un futuro migliore in un altro Paese; e quella che denuncia un modus operandi che ha vinto e rappresenta ormai la normalità per ottenere servizi e assistenza. Il risultato è così un ibrido tra racconto morale e analisi sociale che non porta fino in fondo i suoi spunti di partenza. Meglio comunque Mungiu di 'Sieranevada' (voto 4) del connazionale Cristi Puiu. Tre ore lunghissime, interminabili, verbosissime di kammerspiel, in cui una famiglia allargata di Bucarest si ritrova per commemorare il patriarca da poco scomparso. Tre ore dove non accade praticamente nulla, al di fuori di molto poco interessanti dialoghi su politica interna e politica estera che si alternano a qualche scheletro nell'armadio, a qualche fantasma del passato e alle solite immancabili questioni di corna. La scelta suicida di Puiu è di adottare uno sguardo molto distaccato, evitando chissà perché di voler entrare in empatia con i personaggi. Lo spettatore si trova così costretto ad assistere a una pesantissima riunione di famiglia, dove non può neppure esprimere il suo dissenso o, almeno, inventarsi una scusa per alzarsi da tavola.

Emiliano Dal Toso



martedì 24 maggio 2016

Top 5: Maggio 2016

5 - Wilde Salomé - Al Pacino (voto 7)
Al Pacino omaggia in maniera originale e anticonvenzionale un personaggio geniale, scomodo e ribelle come Oscar Wilde: un atto d'amore che prende vita sia sul palcoscenico che tra i luoghi che hanno segnato l'esistenza dell'autore. Il film rasenta un eccesso di autoreferenzialità, compensata dalla clamorosa presenza scenica di Jessica Chastain, seducente ed erotica come possono essere soltanto il corpo, le labbra, l'anima di una donna alle prese con i demoni del peccato e del desiderio.

4 - Al di là delle montagne - Jia Zhang-ke (voto 7)
Sulla carta un melodramma famigliare, ma l'ambizione è di raccontare la graduale trasformazione della mentalità di un Paese come la Cina in una colonia capitalista, ormai abbandonatasi al richiamo del dio denaro. Alcuni passaggi sono di grande cinema e di indubbia forza emotiva, ma forse tutto poteva essere meno palese ed esplicito: il protagonista si chiama Dollar e si trasferisce in Australia, innamorandosi di una donna più grande che gli ricorda la madre che non vede da anni. Un po' troppo.

3 - Money Monster - Jodie Foster (voto 7)
Thriller ritmato, divertente, che cerca di farsi specchio del presente e racconta la società dei collassi finanziari e l'industria televisiva dell'infotainment. Tutto troppo veloce e intricato per essere compreso dall'americano medio: dopotutto, nessuno più fa giornalismo d'inchiesta, anzi, nessuno fa giornalismo e basta. A differenza di The Big Short, non è necessaria una laurea alla Bocconi per seguire i passaggi economici; e, senza intellettualismi, la Foster parla di oggi con la giusta dose di cinismo.

2 - Microbo & Gasolina - Michel Gondry (voto 8)
Il nostro amato Michel Gondry continua a osservare la meccanica delle emozioni con una delicatezza e una creatività che non appartiene a nessun altro cineasta del nuovo millennio. Questa volta, si sofferma su un dolente romanzo di formazione, un teen-road movie magico e semplice che evita ricatti emotivi e sentimentalismi. E, con ironia e affetto, definisce l'amicizia come un incontro tra solitudini e anticonformismi per affrontare gli ostacoli della crescita e del tempo.

1 - Julieta - Pedro Almodovar (voto 8)
Dopo tre film anomali e poco riusciti, Pedro rispolvera il suo cinema di pura passione: non con un almodrama, ma con un drama seco. E, tranne qualche tema fin troppo risaputo (il sesso che lenisce il dolore), riflette sulle vite che abbandoniamo e quelle a cui siamo costretti ad affidarci per ripartire. Un'opera sui cambiamenti, sui punto e a capo, spesso dovuti all'ineluttabilità del fato che paghiamo con il senso di colpa. Meravigliosa Adriana Ugarte, nuova musa con occhi da cerbiatto.




lunedì 2 maggio 2016

The French Touch: Mood Indigo - La Schiuma Dei Giorni

Michel Gondry va alla costante ricerca dei materiali per fabbricare emozioni. Nel suo cinema, l'emotività non è il risultato finale, ma lo strumento per provare a individuare quali siano gli ingredienti fisici, concreti dei sentimenti. L'obiettivo appare un'impresa impossibile: quello di dare visibilità a ciò che non è visibile, plasmare lo schermo cinematografico per renderlo un assoluto trasmettitore di immagini, nutrendo gli occhi dello spettatore, abituato prima a essere sedotto dalla forza visiva e soltanto poi emozionato. Con Michel Gondry accade il contrario. Il contenuto, la sostanza vengono subito dichiarati esplicitamente, perché sono un mezzo per arrivare a mostrarne la loro scienza, la loro genesi. Ne La schiuma dei giorni il regista francese arriva al pieno compimento del suo ideale di cinema. Ovverosia, l'immaginifica rappresentazione di ciò che non potrebbe essere rappresentato. La fedeltà creativa con cui prendono letteralmente vita le pagine del romanzo di Boris Vian deve essere riconosciuta come un atto d'amore, di devozione di Gondry nei confronti del proprio libro del cuore. Sarebbe stato un tradimento adattare in qualsiasi altra maniera un'opera talmente surreale, colma di trovate letterarie praticamente impossibili da raffigurare. Se l'eccessiva creatività è un difetto, allora critichiamo Gondry. La schiuma dei giorni è l'apoteosi di un cineasta illimitato ma non grottesco, fantastico ma non fantasy. Nella prima parte del film, le trovate e le invenzioni visive sono a rischio di glicemia, ma ribadiscono le potenzialità della Settima Arte di sfondare le barriere dell'immaginazione. Il tono gradualmente sempre più cupo, tetro, elegiaco della seconda parte, invece, rappresenta il contrasto tra l'universo cinematografico, alternativo e favolistico, e la Realtà, che può rispecchiarsi nel cinema ma è visivamente, concretamente limitata. Sono le cose che cambiano, non le persone. Divisa nettamente in due parti, la storia d'amore tra Colin e Chloe rimane tra le più romantiche e le meno sdolcinate che possano essere raccontate. Il fato rema contro di loro, nonostante tutta la loro buona volontà. Niente come il desiderio di amare e l'illusione dell'amore costituisce un elemento portante per la creatività. Per Gondry, il romanzo surreale di Vian non poteva che essere il campo migliore dove esprimere la sua sostanza. Poetica, ermetica, il punto più lontano dall'analisi psicologica di un disturbo ossessivo-compulsivo, di una psicosi a due.

Emiliano Dal Toso



lunedì 11 aprile 2016

Il Pagellino: Cinemadays 2016

Veloce come il vento - Matteo Rovere 9: da appendere il poster sulle pareti della cameretta. Emozioni fuorigiri, personaggi iconici e indimenticabili, una grande storia famigliare tipicamente italiana ma raccontata con l'adrenalina del miglior cinema americano di genere e senza la retorica e il familismo nostrani. Matilda De Angelis è una vera e propria scoperta, Stefano Accorsi balza in testa nella classifica degli idoli assoluti: dopo il Leonardo Notte di 1992, il suo Loris detto "Ballerino" entra con prepotenza nell'immaginario collettivo.

Batman v Superman: Dawn of Justice 8: l'assalto frontale della DC Comics alla leggerezza e alla solarità della Marvel, un kolossal capace di raccontare lo spirito del tempo attraverso un universo cupo e soffocante. Due supererori sull'orlo di una crisi di nervi, che si fanno guerra tra di loro e che appaiono impotenti e disorientati di fronte al Male. Cadendo come soldati sul campo di battaglia, i nostri miti si trovano costretti a celebrare il funerale di Dio.

Mistress America - Noah Baumbach 8: dopo Frances Ha e Giovani si diventa, la conferma del talento di Noah Baumbach di ritrarre personaggi femminili sfaccettati e contemporanei, che si affannano per essere al passo coi tempi e che faticano a rinunciare ai propri obiettivi. Le donne del regista newyorchese sono come le sorelle di Hannah di Woody Allen: romantiche e imperfette, confuse e felici, ma nell'epoca dei social network.

La comune - Thomas Vinterberg 7: ossessionato dalle ipocrisie che si celano dietro ogni tipo di microcosmo collettivo, Vinterberg adatta i demoni borghesi di Festen alle comuni hippie degli anni Settanta, dove i tanto chiacchierati ideali sembrano essere molto meno interessanti delle questioni di corna. Sulla carta poteva essere un capolavoro, ma stavolta il "cuginetto" di von Trier non graffia a dovere e si limita a un ritratto di famiglia tanto divertente quanto innocuo.

Il condominio dei cuori infranti - Samuel Benchetrit 7: tra Jim Jarmusch e Roy Andersson, un altro insieme di solitudini, sperdute nella periferia francese. Tre frammenti di vita agrodolci, ma diversamente riusciti: diverte con garbo l'astronauta americano Michael Pitt, emoziona una splendida Isabelle Huppert sul viale del tramonto, mentre irrita l'infermiera Valeria Bruni Tedeschi possibilimente da doppiare. Cinema francese medio, gradevole ma dimenticabile.

Ave, Cesare! - Joel ed Ethan Coen 6: sembrano ormai perduti nel loro giochino metacinematografico e autoreferenziale i fratelli Coen, irresistibili nei visionari omaggi alla Hollywood di un tempo ma incapaci di saper parlare ancora di quello che stiamo attraversando. E così il loro cinema magnifico e nichilista si è ridotto a un teatrino, a un divertissement funambolico che sfiora soltanto filosofia e religione.

Un bacio - Ivan Cotroneo 6: un altro tentativo di fuggire dagli schematismi del cinema italiota, purtroppo riuscito a metà. Un teen movie tanto coinvolgente quanto ingenuo, che parla di bullismo e omofobia in maniera nobile e sensibile ma si perde in una sceneggiatura fragile e in un finale incomprensibile. A metà strada tra Noi siamo infinito e Il primo giorno d'inverno, ma con interpreti meno incisivi.

Love and Mercy - Bill Pohlad 6: un film inspiegabilmente spaccato a metà. Da una parte, un monumentale Paul Dano è un Brian Wilson meravigliosamente dolente, vittima del proprio genio, dei propri demoni e dei propri incubi; dall'altra, John Cusack è un attempato e un po' patetico Brian Wilson costretto a districarsi tra il tutore Paul Giamatti e un'irritante Elizabeth Banks. Restano le canzoni, tutte meravigliose.

Race - Il colore della vittoria - Stephen Hopkins 6: Jesse Owens è una delle figure sportive più epocali di tutti i tempi e la sua storia avrebbe meritato senz'altro un biopic meno convenzionale, più palpitante e con maggiore rigore storico. Imperdonabile la scelta di ritrarre Leni Riefenstahl come una filoamericana anti-regime, fasulle le titubanze di Owens di partecipare alle Olimpiadi. Ciononostante, alcuni passaggi hanno un buon sapore democratico e spielberghiano.

On Air - Storia di un successo - Davide Simon Mazzoli 5: nessuno, davvero nessuno sentiva il bisogno di un biopic su Marco Mazzoli, deejay e conduttore dello Zoo di 105, dove lo stesso Mazzoli interpreta se stesso. Non è un film, ma un documento sociologico, con momenti totalmente deliranti, spesso volgari e populisti. Eppure, si rischia di rimanere affascinati di fronte a un'autocelebrazione che non si prende sul serio e suona tutto sommato sincera.

La corte - Christian Vincent 4: un cinema anacronistico, girato come una puntata di Forum, che affida soltanto al costruitissimo personaggio di Fabrice Luchini tutto il suo potenziale. Visto a Venezia, mi sono chiesto come sia possibile che una pellicola del genere possa essere selezionata in un concorso festivaliero: l'abbruttimento dei tempi non risparmia nessuno.

Criminal - Ariel Vromen 4: un bel cast (la certezza Tommy Lee Jones, il ritrovato Kevin Costner, la bellissima Gal Gadot) e un regista reduce dall'ottimo The Iceman non riescono a dare interesse all'intreccio di un thriller sempre più improbabile e paradossale: la tensione latita e le potenziali riflessioni sull'attualità si traducono in un'occasione persa.

Una notte con la regina - Julian Jarrold 3: peggio della peggiore puntata di Downton Abbey, il cosiddetto film per signore che ci chiediamo davvero che senso abbia distribuire al cinema. Una regia svogliata più di un Tv movie su Retequattro alle due del pomeriggio, una protagonista fastidiosa e antipatica. E chissenefrega delle turbe sentimentali di una principessina annoiata.