venerdì 23 agosto 2019

Top 10 Demenziali 2010 - 2019

10 - American Reunion - Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg, 2012
Il sequel migliore di American Pie. Classica rimpatriata degli amici del liceo, in cui ogni personaggio porta con sé soprattutto rimpianti e delusioni: quasi tutti sono frustrati dal lavoro oppure da una quotidianità che li imprigiona. Il film recupera la sfrenata vitalità del cult di vent'anni fa e, sotto la risata grassa, nasconde una nostalgia canaglia e un'amarezza inconsueta, ribadendo però la solita centralità dell'amicizia cameratesca.

9 - Candidato a sorpresa - Jay Roach, 2012
Caso più unico che raro di film demenziale sulle elezioni presidenziali americane uscito nel cuore della fase obamiana, che rivisto dopo sette anni anticipa in maniera farsesca ma precisa l'esplosione del populismo e la celebrazione dell'anti-politica. Poggia ovviamente tutto sull'istrionismo irrefrenabile di Will Ferrell e Zach Galifianakis, macchiette sconvenienti che ritraggono con discreta irriverenza il democratico arruffone e il "grillino" di turno.

8 - Le amiche della sposa - Paul Feig, 2011
La risposta femminista a Una notte da leoni, molto prima della diffusione globale del virus del #MeToo. Forse è una delle pellicole di Hollywood politicamente più rappresentative del decennio: anche le donne amano tutto ciò che ruota al sesso, dicono parolacce, ruttano e scorreggiano. E mandano a fanculo gli uomini. Il ritmo è indiavolato, l'aggiornamento della screwball comedy è pienamente riuscito: il merito è della strepitosa Kristen Wiig, vis comica allo stato puro.

7 - La fine del mondo - Edgar Wright, 2013
Il capitolo finale della "Trilogia del Cornetto" dopo l'orrorifico L'alba dei morti dementi e il poliziesco Hot Fuzz. Questa volta il bersaglio è il cinema di fantascienza, rivisto sotto la solita geniale chiave alcolica: uno spiantato Simon Pegg è l'ultra quarantenne mai cresciuto che costringe i compagni di sbronze di un tempo a concludere il giro dei dodici pub della loro città natale in una notte. Le conseguenze porteranno all'invasione degli ultracorpi.

6 - Un disastro di ragazza - Judd Apatow, 2015
In pratica l'unico film del decennio diretto dal Re Mida della commedia demenziale degli anni Duemila - eccetto l'autoanalisi di Questi sono i 40. Scatenato ritratto di una trentenne sboccata e senza inibizioni, un ruolo perfettamente su misura per le doti della vulcanica Amy Schumer. Addio alle bromance, forse per sempre, senza rinunciare alla priorità di Apatow di raccontare il quotidiano e il fattore umano molto prima di attivare la meccanica comica.

5 - Come ti spaccio la famiglia - Rawson Marshall Thurber, 2013
Dopo aver steso un velo pietoso sul titolo italiano, si possono esaltare i meriti di uno degli ultimi tentativi di commedia demenziale e pop rivolta a ogni target di pubblico, prima del dominio delle serie tv e delle piattaforme casalinghe. Jennifer Aniston e Jason Sudeikis non sono mai stati così divertenti, la disintegrazione del modello tipico della famiglia americana è attuata in maniera impietosa e irriverente, le gag sono originali e non lasciano un attimo di tregua.

4 - Ted - Seth MacFarlane, 2012
Se l'idea di mettere in bocca a un orsacchiotto di peluche parolacce e di farlo drogare non è così originale, è difficile resistere al numero infinito di invenzioni comiche e di riferimenti alla pop culture energicamente ordinati in una catena irresistibile di situazioni politicamente scorrette. Il film che ha sancito la fine definitiva della bromance degli anni Zero? Può darsi: in fondo, dietro alle risate con un amico immaginario, si nasconde sempre la miseria della solitudine umana.

3 - Scemo & + scemo 2 - Bobby & Peter Farrelly, 2014
Non fa ridere, la maggior parte delle gag è ripugnante, spiazzante e di pessimo gusto. Dopo aver rivoluzionato un genere con il primo film del 1994, i Farrelly celebrano la morte del comico, rimpiazzata dal cinismo del web e dall'esibizionismo di YouTube. Ma è una chiusura del cerchio esemplare: funerea, anarchica, suicida. Niente sarà più come prima: le strade si dividono e Peter trionferà a Hollywood con il politicamente corretto di Green Book.

2 - Facciamola finita - Seth Rogen, Evan Goldberg, 2013
Folle, eccessivo, geniale debutto alla regia del grande Seth Rogen, che prende in giro se stesso e la sua compagnia di amici con cui è approdato al cinema, immaginando una fine del mondo assurda, che non ha pietà di niente e di nessuno. Sanissima volgarità, un numero impressionante di rimandi e citazioni, una sequenza infinita di trovate esuberanti e distruttive. A posteriori, è un altro film che rappresenta la fine di un intero genere e di una comicità libera da restrizioni morali.

1 - The Disaster Artist - James Franco, 2017
La miglior espressione del genio irrefrenabile e spesso disordinato di James Franco, nei panni di Tommy Wiseau, regista pretenzioso e privo di talento oltre che individuo a dir poco misterioso e inspiegabilmente ricco. Un'intelligente e debordante prova sul confine sottile che separa successo e insuccesso, bellezza e bruttezza, riflettendo sulla contemporaneità: l'abbattimento delle scale di merito e di valore permette a chiunque di avere le luci della ribalta, il talento non conta più.



mercoledì 21 agosto 2019

Top 10 Horror 2010 - 2019

10 - Unsane - Steven Soderbergh, 2018
Cineasta molto operoso ed eclettico, non sempre ispirato, Soderbergh azzecca la metafora di una società dove è impossibile evitare di condividere ogni dato personale: tra incubi di stalking e denunce al sistema ospedaliero americano, trova una chiave stilistica originale, gelida e claustrofobica, filtrata dallo sperimentale utilizzo dell'iPhone 7 al posto della macchina da presa. Gestione della tensione da manuale hitchcockiano, la paranoia come elemento portante di un genere.

9 - Red State - Kevin Smith, 2011
La svolta horror di inizio decennio di Kevin Smith lasciò a bocca aperta, con una pellicola radicale e ferocemente anti-repubblicana, in cui tre classici american idiots di provincia cadono nel tranello di una congrega fondamentalista e vengono imprigionati in una specie di bunker. Sangue, sarcasmo e un'idea di cinema ancora vivida, politica e ruspante sullo sfondo di un Paese intrinsecamente mostruoso e guerrafondaio. Peccato che il regista di Clerks non abbia più portato avanti il discorso.

8 - Revenge - Coralie Fargeat, 2017
Pazzesca Matilda Lutz: una Lolita che si trasforma in Lara Croft dopo essere stata stuprata, concedendo fisico, sudore, saliva e urina alle trovate perverse di un rape and revenge movie che oggi è celebrato come uno dei manifesti cinematografici del #MeToo, ma forse qualche tempo fa sarebbe stato detestato. I modelli della regista sono Mad Max: Fury Road e l'horror francese di Alexandre Aja e Pascal Laugier: frullateli e avrete uno dei migliori esordi di genere del decennio.

7 - Babadook - Jennifer Kent, 2014
Horror profondo e viscerale, che si confronta con le paure e le ossessioni dell'infanzia, nascoste nella cameretta e nel buco nero emotivo di ogni bambino. E che, in fondo, sono le stesse di una madre vedova dalla mente devastata: il mostro convive con la nostra quotidianità, e dorme vicino a noi. Un instant cult di una regista australiana alla sua opera prima, che sorprende per la cura degli aspetti psicologici e per la potenza immaginifica, sensibile e disturbante.

6 - It - Andy Muschietti, 2017
Muschietti conserva lo spirito del romanzo di Stephen King, concentrandosi sull'instabilità emotiva dei personaggi. Il vero orrore è interiore, e si costruisce tanto nell'atto voyeuristico di un desiderio inespresso e sconosciuto ("it" è anche il pronome con cui ci si riferisce al sesso), quanto nel timore di vivere in un mondo che costringe a competere. Forse Pennywise non è altro che uno stimolo a prendere consapevolezza dei nostri limiti e a darci coraggio.

5 - The Neon Demon - Nicolas Winding Refn, 2016
Il manierismo di NWR trova finalmente una ragion d'essere: questa volta il modello dichiarato è Suspiria di Dario Argento, il ponte ideale per ritrarre un universo della moda abitato da corpi vuoti che camminano. Una forma che s'identifica perfettamente con il suo contenuto, in maniera persino clamorosa e definitiva: è una delle pellicole di riferimento del nostro tempo sulla consistenza della superficie e sulla correlazione tra morte ed establishment. Visivamente, un pugno nello stomaco.

4 - Climax - Gaspar Noé, 2018
Venti ballerini in un collegio in disuso per le prove di uno spettacolo. Il consumo collettivo di una sangria corretta con l'acido lisergico scatena il delirio e l'autodistruzione. Un gesto cinematografico che non ha bisogno di visti e permessi: Noé vuole rianimare gli organi vitali e verificare la resistenza di chi guarda, mettendo in discussione la passività di un ruolo sempre più rassicurato e inebetito dagli standard delle serie tv prefabbricate. Tradotto: il senso e il fine ultimo della parola horror, oggi.

3 - It Follows - David Robert Mitchell, 2014
Uno slasher movie capace di rinnovare e sconfessare gli archetipi, costruito sulla paranoia, sulle allucinazioni, sul senso di colpa connaturato all'inevitabilità della crescita, dell'attrazione fisica e delle prime esperienze sessuali. Mitchell si focalizza su uno stato d'animo generazionale e incornicia un mood soffocante e plumbeo, puntellato da una fotografia elettrica e notturna e dall'ambientazione di una provincia americana fuori dal mondo. Che cosa (non) significa avere vent'anni.

2 - The VVitch - Robert Eggers, 2015
L'esasperazione della fede religiosa come superstizione e annullamento delle facoltà razionali dell'individuo, raccontate attraverso l'inesorabile e graduale processo di autodistruzione di una famiglia che sceglie volontariamente di esiliarsi in una fattoria sperduta nei boschi per vivere lontana dal peccato. La sottile atmosfera demoniaca accompagna una riflessione dolente e irreversibile sulla natura umana e sulla sua inadeguatezza nei confronti dell'ignoto. Il primo, in ordine temporale, dei due folk-horror che hanno sconvolto il decennio.

1 - Midsommar - Ari Aster, 2019
La facciata che non t'aspetti. Ambientato interamente alla luce del sole, in uno spazio potenzialmente illimitato, è l'elaborazione del lutto più estrema, lisergica, nauseante e fastidiosa vista di recente su uno schermo. Rituali pagani assurdi e repellenti, morte conclamata del rapporto di coppia, inesistenza di affetti e solidarietà: l'unica soluzione per tornare a vivere è accettare il disgusto degli eventi e poi dargli fuoco. In equilibrio tra parodia e orrendo, è una visione spesso irritante, ma ancora capace di trasmettere imbarazzo, sgradevolezza e incredulità. Tanta roba.



martedì 16 luglio 2019

La Superclassifica del Decennio: 2010 - 2019

20 - Dolor y gloria - Pedro Almodovar, 2019
Trasparente e incredibile autobiografia di Pedro, che mettendo in scena la propria crisi artistica ritrova lo struggimento e le lacrime che incendiano il suo cinema: un colpo al cuore che travolge e ingloba ogni tema e aspetto del senso del regista spagnolo per l'arte e per la vita. Ricordo, sogno, emozione: l'atto creativo è il luogo dove finalmente i dolori trovano un bel posto. Banderas è di un equilibrio espressivo superlativo, il monologo di Alberto Crespo è entrato nella Storia.

19 - No - I giorni dell'arcobaleno - Pablo Larrain, 2013
Via la dittatura di Pinochet, avanzino la schiavitù del consumismo, il dominio delle pubblicità e della superficie. Neppure l'illusione di un mondo migliore può essere concepita senza un'abile strategia di marketing. Che grande film, finora il più importante della folgorante filmografia di un cineasta politico che penetra nelle pieghe del privato per raccontare il malsano corso della Storia. Lo sguardo è sempre complesso, obliquo e distorto, nemico delle convenzioni e delle facili letture.

18 - La casa di Jack - Lars von Trier, 2018
La summa poetica di Lars. Etichettato come provocatore, von Trier realizza il film definitivo sul dolente conflitto interiore tra autocontrollo e pulsione. Un'operazione di chirurgia all'interno delle contraddizioni dell'animo umano, capace di sviscerare ciò che nella vita di tutti i giorni è inaccettabile e scandaloso e di estirparlo abbattendo imposizioni etiche. Un nuovo inno all'umanesimo e un'altra beffarda e divina commedia di un illusionista finissimo e un cineasta fondamentale.

17 - Manchester by the Sea - Kenneth Lonergan, 2016
La forza insopprimibile del dramma famigliare. Amore, lutto, crollo, rinascita e romanzo di formazione: una formula classica ed eterna, che si regge sull'intensità degli interpreti, sulla narrazione e sulla sensibilità di una regia pulita, impeccabile, interessata innanzitutto al fattore umano. Ed è anche la fotografia rara di un'America proletaria e marginale, che combatte quotidianamente con solitudine e senso di colpa mentre i sogni si frantumano.

16 - Miracolo a Le Havre - Aki Kaurismaki, 2011
Sembra un mondo parallelo quello di Kaurismaki, un mondo costruito con i materiali nostri preferiti, la solidarietà, l'umanità, l'amicizia, l'amore. Un mondo pur sempre ancorato all'attualità e a una società capitalista, classista e razzista. Un mondo in cui gli umili e gli sconfitti si ritrovano insieme, coinvolti nella stessa barca a farsi forza reciprocamente, con l'orgoglio e la dignità di chi non rinuncerà mai alla propria direzione ostinata e contraria.

15 - La scomparsa di Eleanor Rigby: Lei/Lui - Ned Benson, 2014
L'elaborazione di un lutto, la fine di un amore e un doppio punto di vista, maschile e femminile. Un esperimento cinematografico magico, magistralmente incastrato, unico ma divisibile, differente tra le due parti per umori e temperature dell'anima. Alla fine, il Tempo è il vero grande protagonista. E specchiandoci nei conflitti di James McAvoy, piangiamo con una magnifica, dolente, inarrivabile Jessica Chastain.

14 - Io, Daniel Blake - Ken Loach, 2016
Teniamocelo stretto il compagno Ken, altroché: il suo è un cinema che emoziona, commuove, indigna, vibra. L'unica pellicola del decennio che merita davvero la definizione di necessaria. Perché affronta la distanza sempre più netta tra le istituzioni e il cittadino - quella che ha portato in Inghilterra alla Brexit e negli Stati Uniti a Donald Trump. E perché, come nessun altro, Loach sa manipolare la sfera privata per denunciare le contraddizioni della macchina pubblica.

13 - Frantz - François Ozon, 2016
Il capolavoro della filmografia fluviale di Ozon. Un melodramma all'apparenza nostalgico e calligrafico, tra Lubitsch, Reitz e Haneke, ma che possiede una forza di racconto unica e struggente: una tensione di morte costante fa da sfondo a una delle più poetiche e profonde riflessioni sul suicidio. Eppure il finale, magnifico, è un inno alla vita e alla dolorosa e inevitabile presa di consapevolezza della propria libertà. Perché vivere aiuta a non morire.

12 - Un sapore di ruggine e ossa - Jacques Audiard, 2012
Senti i sospiri, le lacrime e la rabbia dei protagonisti di Audiard. Glieli senti addosso. Senti i magoni, i batticuori, i graffi nell'anima. Sulla pelle. Stringere i denti, e poi ripartire. Il grande Jacques è così: ti stringe per il collo e ti molla soltanto quando hai raggiunto il limite. Che vuoi farci. La Cotillard più bella di sempre nella sua interpretazione più appassionata e sanguinosa. Basterebbe questo. Ma c'è molto altro. Riassumendo in un concetto solo: il cinema.

11 - Dogman - Matteo Garrone, 2018
Il pugno nello stomaco di Garrone. Una sintesi implacabile di tenerezza e crudeltà, romanticismo e cinismo: il destino degli sfortunati è la miseria. Lontano dagli stereotipi e dal sensazionalismo pulp, affettuoso nei confronti di un protagonista memorabile ma senza concedere alternative di fuga alla sua gabbia esistenziale. Senza epica e retorica, ma partendo da un particolare episodio di cronaca nera e diventando un panorama sulle condizioni instabili e precarie dell'essere umano.

10 - The Wolf of Wall Street - Martin Scorsese, 2013
Un party edonista e autodistruttivo di tre ore, sniffando cocaina, fumando crack, giocando al tiro al bersaglio con i nani, spendendo e scopando senza limiti e freni inibitori. Tra i migliori cinque film di Scorsese di tutti i tempi, perché nessun altro riesce a ritrarre la vitalità e la gioia di chi si sta fottendo il mondo raccontando nello stesso tempo la miseria della natura umana. Beffardo, inquietante, senza tregua. Una tragedia contemporanea che si vede e si vende come una commedia di cialtroni.

9 - Joker - Todd Phillips, 2019
La performance estrema e perversa di Joaquin Phoenix incarna un'insanità mentale che oltrepassa i limiti della comprensione psicanalitica. Ma il suo Arthur Fleck è anche l'emblema dell'individuo calpestato e ignorato dalla società americana di oggi, il reietto che diventa suo malgrado il simbolo di un odio di classe che non ha coordinate né modelli di riferimento. Il capolavoro pop che uccide i suoi padri, i cinecomix e Martin Scorsese, ripartendo dalle umiliazioni della strada e registrando un sentimento confuso che è alla radice dei mostri del populismo dei nostri giorni.

8 - Civiltà perduta - James Gray, 2017
Nell'ossessione di Percy Fawcett di proclamare la scoperta della città di Z nel cuore della foresta sudamericana e di provare l'esistenza di una civiltà sconosciuta risiede tutto ciò che non possiamo lasciare indietro: il senso del cinema come sentimento fuori dal tempo, che prescinde da ogni catalogo, manuale, contestualizzazione. E un finale tra i più grandiosi di sempre: la morte non si vede, circola sospettosa, suggerendo che non sia un arrivo ma un'altra partenza, forse quella definitiva per la realizzazione del nostro inquieto vagare.

7 - The Social Network - David Fincher, 2010
Il film simbolo dei primi vent'anni del terzo millennio. Una sceneggiatura a orologeria, incalzante, cinica. Un film di oggi e sull'Oggi, sulla velocità, sull'insensibile frenesia, sulla schiuma dei giorni. Ma, soprattutto, su un'amicizia tradita. Non basteranno mai milioni di amici virtuali quando la solitudine è parte di noi, e il primo amore è molto più di un'ossessione: un fantasma che non scompare, un profilo social impossibile da cancellare.

6 - Boyhood - Richard Linklater, 2014
Il coming-of-age definitivo, che prende di petto il desiderio di identificazione dello spettatore, domandandosi se il cinema possa essere uno specchio fedele dell'esistenza, oppure se le necessità di sintesi debbano prendere il sopravvento. Un miracolo affidato all'ignoto, alla Storia che deve ancora essere scritta, ma che lascia spazio all'emozione: le giornate di Mason possiedono il dono magico dell'autenticità, del futuro e della lacrima trattenuta.

5 - Spring Breakers - Harmony Korine, 2012
Quanta bellezza ancora da vedere. La celebrazione assoluta dell'estetica, della consistenza della superficie, che meglio non può esser rappresentata che dalle adolescenti in fiore sopravvissute ma deformate cerebralmente dal terrorismo intellettuale della patina e del pop. Visivamente epocale, un capolavoro senza cuore, una sinfonica celebrazione del Niente. Il nostro immaginario passa inevitabilmente da qui, da Everytime di Britney Spears, dalle armi, dal sesso, niente è vero, tutto lo è.

4 - Personal Shopper - Olivier Assayas, 2016
Schermi, immagini, riflessi, fantasmi che rispecchiano il nostro narcisismo social e l'idea di mondo di cui siamo prigionieri: la messaggistica istantanea si consacra come unico strumento di comunicazione, ed emozione. Il corpo di Kristen Stewart insegue un segno, una reazione, rivolgendosi sempre verso qualcosa che non ha carne, è immateriale. Gli inganni della vita e del cinema portati alle estreme conseguenze: non esistono, ma siamo convinti che ci siano.

3 - La vita di Adele - Abdellatif Kechiche, 2013
Il regista più grande, il film più bello. L'amore, il sesso, il sudore, le lacrime. Il dolore, la vita. Abdel Kechiche filma i nostri giorni, ponendo la macchina da presa al livello della carne e del fiato. Colmo e ripieno di odori e di sapori, di gioie e di sofferenze. Erotico e anti-retorico. La ricerca della verità e della libertà dello sguardo nella massima espressione. Bisogna soltanto ringraziarlo. Un nemico della morale e dell'ipocrisia. Un fuoriclasse.

2 - Il cigno nero - Darren Aronofsky, 2010
Meravigliosamente conturbante, torbido e avvolgente. Aronofsky e il corpo: un capitolo a sé della storia del cinema. Il corpo di Natalie Portman parte come un sogno e termina come un incubo. Bellissimo e ossessionato. Il sangue, la perdita di controllo, il demone sotto pelle. Osa Aronofsky, come pochissimi, forse come nessuno. Un manifesto sulla disintegrazione dei sogni. Tra Hitchcock e Polanski: il lato oscuro non è mai stato così eccitante e autodistruttivo.

1 - The Master - Paul Thomas Anderson, 2012
Come hai fatto a trovarmi. Anime perse. PTA riflette sul significato di sette, movimenti e personaggi che si propongono di dare conforto, offrire un abbraccio a chi ha perduto ogni punto di riferimento. Un capolavoro sulla fede, sugli appigli a cui si aggrappa chi tenta di reagire allo sconforto e alla disperazione. Oppure è soltanto un film su due maschi, soli e spaesati, che si riconoscono e provano a mantenersi in piedi. Non vale: Joaquin Phoenix è grande. Phil è semplicemente lassù, immenso, insuperabile, immortale. 




venerdì 12 luglio 2019

Guarda Giacinti

Il gol è l'orgasmo del calcio.
Eduardo Galeano

Sono le 12.30 di una domenica di gennaio, non ho intenzione di fare altro che non sia guardare partite di calcio. Fuori piove, rimango in pigiama, mi viene in mente che Sky non trasmette più l'anticipo di mezzogiorno. Ho disdetto Dazn da poco per risparmiare dieci euro al mese. Devo attendere le tre del pomeriggio e l'unica offerta della tv a pagamento è Milan - Sassuolo di calcio femminile, giocata sotto la neve, praticamente senza pubblico. Si sentono le voci delle allenatrici e i commenti dei pochissimi tifosi sugli spalti. Rimango infastidito dalla concitazione della telecronista con cui commenta il primo gol del Milan, gridando il nome di <<Valentinaaaa Giacintiiiiiii!!!!>> come se Carlo Pellegatti esultasse per una vittoria in semifinale di Champions. Passano pochi minuti e il Milan è già sul 4-0. Pura fantascienza, penso. Credibilità zero. La stessa Giacinti sbaglia il quinto gol in maniera madornale, sola a un metro dal portiere avversario. Il calcio femminile non fa per me. Sdraiato sul divano, scorro nevroticamente la bacheca degli eventi su Facebook per cercare un'alternativa domenicale. Cambio canale, ovvio, e metto in sottofondo la Euro Top Chart di Mtv Music. Arrivano le 14.15 e non ho ancora combinato niente, devo aspettare quarantacinque minuti per l'inizio delle partite, la musica pop-trap di oggi intanto ha superato la mia soglia di sopportazione. Più per noia che per curiosità, mi ricollego con le ragazze di Milan - Sassuolo. <<Ancora leiiiiiii, Valentinaaaa Giacintiiiiiii!!!!>>. Il Milan ha appena segnato il 5-2. Mi incuriosisco: vado su Wikipedia per capire chi sia l'autrice della doppietta e scopro che è già stata per due volte capocannoniere della serie A e che è attualmente in testa nella classifica marcatori. Ha segnato 86 volte su 96 presenze nel Mozzanica e 21 su 22 nel Brescia. Nel Milan viaggia a una media di un gol a partita. Le metto il Like su Facebook e decido di avventurarmi su Instagram. Decido di seguirla.

Mi immagino come possa essere la prima volta di un ragazzo che gioca a calcio con Valentina Giacinti. Rievoco quei primi giorni di settembre che anticipano l'inizio della scuola e mi configuro un campetto di calcio di qualche sperduta provincia bergamasca. Si ritrovano in dieci: nove uomini e una donna. <<Va beh, lei sta con voi>> decide il più bullo. Valentina è in squadra con un panzone destinato chiaramente a fare il portiere, con uno smilzo con la maglia dell'Inter che rimane fermo in difesa, con uno basso e tozzo che indossa una maglietta stretta di una palestra di Bergamo e con un tizio silenzioso la cui scritta di Montolivo sulle spalle tradisce un tifo romantico e malinconico per l'Atalanta. <<Io mi muovo in attacco>> sentenzia determinata Valentina. Il finto palestrato si gira con una smorfia verso il difensore dell'Inter, che allarga perplesso le braccia. Il ciccione in porta scorreggia. Inizia la partita. Passaggio in profondità di Montolivo per Valentina, che segna subito. L'azione successiva è simile: Vale ruba la palla a un avversario, ne scarta un altro, la passa a Monto che le restituisce il favore. Lei è veloce, gli altri non lo sono. Doppietta. Il bullo bestemmia in dialetto, uno degli altri ride istericamente e tenta di far ricadere la colpa sul portiere, prendendolo per il culo. Vale dà il cinque al nano palestrato, fa il pollice in alto all'interista e al panzer, sorride a Monto che si avvicina a lei tentennando un abbraccio con l'insicurezza di sé di chi potrebbe sembrare una persona riflessiva, così come un serial killer. Si limiterà a dirle un timido "grande" e a darle una debole pacca sulla schiena. Valentina non può vederlo ma dentro a Montolivo, il tizio che le ha fatto i due assist, si è appena aperto un cratere devastante che il ragazzo faticherà a rimarginare per tutti gli anni delle superiori. Il giorno dopo, per tutti quanti, comincia la scuola.

Valentina Giacinti si racconta in un'intervista sul suo profilo Instagram: <<Da piccola mi è capitato tante volte di sentirmi dire che il calcio non è uno sport per le donne. Quando giocavo insieme ai maschi il mio obiettivo era farli ricredere. Spesso quando giocavo contro di loro mi piaceva fare tanti gol, per fargli capire che anche le donne potevano giocare. Il calcio ti dà tanto e richiede tanto tempo, ma l'emozione di fare un gol il sabato e di portare a casa una vittoria ripaga tutto il sacrificio che si fa durante la settimana>>. Guardando le partite dell'Italia femminile agli ultimi Mondiali mi sono entusiasmato. Non mi capitava da un po'. La responsabile è Valentina Giacinti, perché nel suo gol contro la Cina c'è tutto quello che amo di più del gioco d'attacco. Il pressing ossessivo sull'esterno cinese le permette di recuperare palla e di allungarsi sulla destra. Non c'è superiorità numerica, perché le cinesi in area sono comunque quattro. Non le resta che passare il pallone alla compagna di reparto e buttarsi in area sperando che arrivi poi un cross dalla fascia opposta. Il pallone le arriva molto sporco, figlio di un brutto passaggio di Barbara Bonansea che viene deviato di fortuna da una cinese, e di una ribattuta del portiere sul tiro della nostra mezzala. Valentina c'è, perché è più veloce della marcatrice. Valentina sente quel pallone. Valentina segna. Davanti a Italia - Cina mi tornano in mente le sue parole di Instagram. Per conquistare il rispetto dei maschi, Valentina Giacinti non avrebbe mai potuto accontentarsi di giocare bene. Per giocare con i maschi, devi segnare. Dopo che l'ho vista con il Milan nelle ultime partite di campionato e con la Nazionale, mi sono convinto che lei si muova con l'idea che sia sempre una lotta di genere. Come se le avversarie fossero uomini. Qualcosa di simile a una lotta di classe, con il pallone. Senza dubbio - che si tratti di un campetto della Val Cavallina, di uno stadio di provincia oppure dei Mondiali - il suo è un movimento politico.

Ho pensato a Inzaghi. Penso a Cutrone perché gioca "tarantolata" come lui, ma Giacinti tecnicamente è molto più forte. Scopro con un pizzico di delusione che da bambina tifava Juventus e che i suoi calciatori preferiti sono Bobo Vieri e Alvaro Morata. Recupero un bell'aneddoto: quando da bambina le regalavano le bambole, strappava subito le teste e le prendeva a calci. Nell'intervista dopo Italia - Cina si commuove, perché il nonno che l'ha sempre incoraggiata a diventare una calciatrice non c'è più. In Splendori e miserie del gioco del calcio Eduardo Galeano scrive: "Per fortuna appare ancora sui campi di gioco, sia pure molto di rado, qualche sfacciato con la faccia sporca che esce dallo spartito e commette lo sproposito di mettere a sedere tutta la squadra avversaria, l'arbitro e il pubblico delle tribune, per il puro piacere del corpo che si lancia verso l'avventura proibita della libertà". Gli ultimi in Italia a provarci sono stati Antonio Cassano e Mario Balotelli, perché covavano l'autentica intenzione di distruggere il sistema dall'interno. Ne sono stati risucchiati e hanno finito per autodistruggersi. Per uscire dallo spartito, allora, bisogna guardare altrove: nella tenacia, nella determinazione, nella necessità del gol per ribaltare gli ordini, le gerarchie e le prospettive. Ripartire da capo, semplicemente. Tabula rasa. Per rinnovarsi e avere una spinta propulsiva, il calcio non può prescindere dal sentimento della lotta. Davanti a quel Milan - Sassuolo di una mattina di gennaio pensavo di annoiarmi, ma stava nascendo una nuova consapevolezza. Guardare giocare Valentina Giacinti è bellissimo. Fare il tifo per lei è una cosa bellissima.

Emiliano Dal Toso



martedì 4 giugno 2019

Top Ten: Classifica Primo Semestre 2019

10 - Green Book - Peter Farrelly
Il buddy movie è più disneyano che farrellyano: piacione e trasversale, adatto per accontentare i gusti di tutti. L'America vintage ritratta è favolistica e la confezione è edificante e politicamente corretta, ma è impossibile rimproverare ulteriori difetti: la coppia di interpreti è grandiosa, i dialoghi sono effervescenti e il tono non è mai retorico e didattico ma garbato e accattivante. E il finale natalizio, tra Frank Capra e Un biglietto in due, rientra nella miglior tradizione della commedia americana.

9 - Ricordi? - Valerio Mieli
Nove anni dopo Dieci inverni, Mieli si fa perdonare la lunga attesa con un'opera seconda visionaria, densa di allegorie e significati, ambiziosa e vertiginosa, che sorprende per alcune prodigiose soluzioni registiche e per le prove di un malinconico Luca Marinelli e di una luminosa Linda Caridi. E compie il piccolo grande miracolo di riuscire a tradurre in immagini le irrazionali alchimie che alimentano un legame sentimentale e gli interrogativi e le briciole che restano dopo averlo vissuto.

8 - Oro verde - C'era una volta in Colombia - Ciro Guerra, Cristina Gallego
Un originalissimo e rutilante affresco rurale e malavitoso, dove le tradizioni della comunità indigena e contadina dei wayuu del deserto di Guajira vengono calamitate dai moderni codici di comunicazione, quelli della criminalità e della legge del mercato. Un ambizioso e shakespeariano racconto antropologico ed etnografico in cui i rituali tribali e le culture arcaiche si evolvono e si scontrano con la nascita dei cartelli del narcotraffico, perciò con l'avidità e con il sangue.

7 - Climax - Gaspar Noé
Venti ballerini si ritrovano in un collegio in disuso per le prove di uno spettacolo. Il consumo collettivo di una sangria corretta con l'acido lisergico scatena il delirio e l'autodistruzione. Un gesto cinematografico che non ha bisogno di visti e di permessi: Gaspar Noé vuole rianimare gli organi e verificare la resistenza di chi guarda, mettendo in discussione la passività di un ruolo sempre più rassicurato e inebetito dagli standard delle serie tv. Un'esperienza psicovisiva sconvolgente.

6 - Il traditore - Marco Bellocchio
Il film che non t'aspetti del regista di Bobbio: un punto di vista sulla mafia inedito e dinamico, che parte come un episodio di Narcos e si evolve in una tragicommedia processuale folgorante, un teatrino di maschere criminali che rappresenta un Paese in cui la forma mentis è intrinsecamente corrotta. Buscetta non è un eroe, né una vittima e neppure un pentito delinquente, ma soltanto un testimone senza patria che attraversa le ambiguità e le zone oscure di una redenzione impossibile.

5 - Il corriere - Clint Eastwood
Clint all'ennesima potenza: il tempo che passa, i rimorsi e i rimpianti di un'esistenza trascorsa a sottovalutare gli affetti personali, oppure a non avere il coraggio di viverli. Una lettera d'amore sincera e commovente e che, oltre alle confessioni personali dell'autore, percorre le strade di un'America sempre più razzista e paranoica, che tende a ghettizzare ogni minoranza, tra "nonni", "lesbiche", "negri" e messicani. Gli perdoniamo anche quell'eccesso di elogio alla famiglia.

4 - Peterloo - Mike Leigh
Un monumento storico urgente e necessario sul massacro di St. Peter's Field del 1819, dove un gigantesco corteo di operai manifestò insieme a contadini, artigiani e donne per chiedere pane e suffragio universale. Lo sguardo di Leigh però è distaccato e perciò ancor più straziante e struggente e la morale non è di certo pacifista: nelle disparità, il confronto è sempre impari, l'unica possibilità è lo scontro. Una lucidità tagliente per un cinema di parola e di accuratissima ricostruzione politica.

3 - I fratelli Sisters - Jacques Audiard
Audiard approda in America e realizza il film dei sogni di ogni cineasta europeo, rivitalizzando la colonna vertebrale dei nostri padri e, con rispetto e ammirazione, sconfessando la sua poetica: gli uomini sanno essere anche fragili, sodalizzare, abbandonare le armi, tornare a casa. In epoca di "girl power" a ogni costo, il regista francese mette a nudo i sentimenti e i dubbi che ognuno nasconde sotto il costume di cowboy, preferendo i battiti del cuore alle fondine per la pistola.

2 - Dolor y gloria - Pedro Almodovar
Trasparente e incredibile autobiografia di Pedro, che mettendo in scena la propria crisi artistica ritrova lo struggimento e le lacrime che incendiano il suo cinema: un colpo al cuore che travolge e che ingloba ogni tema e ogni aspetto del senso del regista spagnolo per l'arte e per la vita. Ricordo, sogno, emozione: l'atto creativo è il luogo dove finalmente i dolori trovano un bel posto. Banderas è  di un equilibrio espressivo superlativo, il monologo teatrale di Alberto Crespo è già nella Storia.

1 - La casa di Jack - Lars von Trier
La summa poetica di Lars. Etichettato come provocatore, von Trier realizza il film definitivo sul dolente conflitto interiore tra autocontrollo e pulsione. Un'operazione di chirurgia all'interno delle inquietudini dell'animo umano, capace di sviscerare ciò che nella vita di tutti i giorni è inaccettabile e scandaloso e di estirparlo abbattendo imposizioni etiche. Un raggelante Dante/Matt Dillon si fa guidare da Verge/Bruno Ganz verso la dannazione eterna, in una mezz'ora finale di rutilante meraviglia visiva. Un nuovo inno all'umanesimo e un'altra beffarda e divina commedia di un illusionista finissimo e un cineasta fondamentale.



lunedì 13 maggio 2019

Top 5: Maggio 2019

5 - Quando eravamo fratelli - Jeremiah Zagar (voto 7)
Un'opera prima matura e di impatto immediato, che ritrae con poesia e tenerezza un lessico famigliare di provincia americana verace e genuino. L'efficacia e la potenza di alcune suggestioni eteree rimandano al cinema sinuoso, visionario e avvolgente di Terrence Malick. Un coming-of-age che miscela realismo, disegni animati e un tocco di lirismo magico, attraversando paure e insicurezze, ma anche innocenza, curiosità, scoperta del mondo e della vita.

4 - The Brink - Sull'orlo dell'abisso - Alison Klayman (voto 7)
Steve Bannon è l'uomo che rappresenta meglio i populismi di estrema destra di tutto il mondo. Scaltro manipolatore, individuo dimesso e affabile, nel film emerge lo spaccato di un individuo straordinariamente pericoloso per la superficialità con cui parla di razzismo e antisemitismo. Un documento necessario per decifrare le dinamiche e le strategie della propaganda neofascista che si sta espandendo a macchia d'olio in molte zone del mondo.

3 - Stanlio & Ollio - Jon S. Baird (voto 7)
Evitando le trappole del biopic agiografico e commemorativo, la celebrazione della più grandiosa coppia comica di tutti i tempi avviene raccontando il loro momento di difficoltà negli anni Cinquanta, quando la popolarità stava diminuendo a favore di nuovi modelli di intrattenimento. Sinceramente commosso ed emozionante, si regge ovviamente sulla prova degli incredibili Steve Coogan e John C. Reilly che replicano in modo mimetico le mosse e i vezzi degli eterni Stan Laurel & Oliver Hardy.

2 - Che fare quando il mondo è in fiamme? - Roberto Minervini (voto 8)
Brucia il cinema di Minervini, in prima linea laddove la macchina da presa necessita di riprendere e documentare il conflitto sociale e razziale che pervade l'America del Sud dei nostri giorni. Si può discutere sull'opportunità di certe immagini, sicuramente non sulla forza e sull'impatto dell'unico vero cinema politico di oggi. La miglior testimonianza sulle New Black Panthers proviene dallo sguardo borderline di un film-maker marchigiano che dobbiamo tenerci stretto.

1 - I fratelli Sisters - Jacques Audiard (voto 10)
Audiard approda in America e realizza il film dei sogni di ogni cineasta europeo, rivitalizzando la colonna vertebrale del western dei nostri padri e, con rispetto e ammirazione, sconfessando la sua poetica: gli uomini sanno essere anche fragili, sodalizzare, abbandonare le armi, tornare a casa. In epoca di "girl power" a ogni costo, il regista francese procede in direzione ostinata e contraria, mettendo a nudo i sentimenti e i dubbi che ognuno nasconde sotto il costume di cowboy, preferendo i battiti del cuore alle fondine per la pistola.



lunedì 1 aprile 2019

Top 5: Aprile 2019

5 - Dumbo - Tim Burton (voto 7)
La magia è intatta, rinnovata e aggiornata. Lo spirito disneyano è fedele alla linea. Esaurita la creatività dopo Big Fish, Burton decide finalmente di lavorare al servizio di un prodotto dichiaratamente - onestamente - commerciale ma che serve a conservare icone e mitologie narrative per tramandarle alle generazioni future. Con una leggerezza e uno struggimento che non diventa mai nostalgia fine a se stessa, ma soltanto infinita tenerezza per un racconto senza tempo.

4 - L'uomo fedele - Louis Garrel (voto 7)
Louis diverte con una commedia sentimentale che raccoglie l'eredità del padre Philippe, senza scimmiottarlo. E con grande autoironia interpreta un fascinoso bobo innamorato da sempre della stessa donna (una splendida Laetitia Casta) ma che si fa coinvolgere dalle avances di una spudorata adolescente (un'acerba ma promettente Lily-Rose Depp). Cinema francese all'ennesima potenza, con pregi e difetti, che ha però l'intelligenza di essere sintetico ed essenziale, a partire dalla durata.

3 - Triple Frontier - J.C. Chandor (voto 8)
Sotto le spoglie dei generi (heist movie, survival movie, action, western), Chandor imbastisce una cinica avventura sul potere dei soldi di determinare il corso degli eventi. L'unico dio che viene universalmente riconosciuto nella società di oggi è il denaro, concepito come l'unica risorsa di riscatto oppure come l'unica consolazione ai dolori e ai traumi della vita. Eccellente cast maschile, dove spicca Oscar Isaac e in cui la monoespressività di Ben Affleck risulta funzionale. Su Netflix.

2 - Oro verde - C'era una volta in Colombia - Ciro Guerra, Cristina Gallego (voto 9)
Un originalissimo e rutilante affresco rurale e malavitoso, dove le tradizioni della comunità indigena e contadina dei wayuu del deserto di Guajira vengono calamitate dai moderni codici di comunicazione, quelli della criminalità e della legge del mercato. Un ambizioso e shakespeariano racconto antropologico ed etnografico in cui i rituali tribali e le culture arcaiche si evolvono e si scontrano con la nascita dei cartelli del narcotraffico, e perciò con l'avidità e il sangue.

1 - Peterloo - Mike Leigh (voto 9)
Il ritorno della lotta di classe, un monumento storico urgente e necessario sul massacro di St. Peter's Field del 1819, dove un gigantesco corteo di operai manifestò insieme a contadini, artigiani e donne rivoluzionarie per chiedere pane e suffragio universale. Lo sguardo di Leigh però è distaccato e perciò ancor più straziante e struggente e la morale non è di certo compiacente e pacifista: nella disparità, il confronto è sempre impari, l'unica possibilità è lo scontro. Una lucidità tagliente per un cinema di parola e di accuratissima ricostruzione politica, come è sempre più raro trovare.