martedì 1 agosto 2017

Mediterranea

Un nome su cui deve puntare il cinema italiano? Jonas Carpignano, trentatreenne cresciuto tra New York e la Sicilia, arrivato al secondo lungometraggio con A Ciambra, che ha ottenuto un'accoglienza trionfale all'ultimo Festival di Cannes. Vale la pena di recuperare allora la sua opera d'esordio, quel Mediterranea che due anni fa rivelò la potenza dello sguardo di questo giovane cineasta capace di affrontare in maniera cruda e autentica l'odissea di Ayiva che, insieme all'amico Abbas, parte da Ouagadougu, capitale del Burkina Faso, attraversa il deserto, arriva in Libia e sale su un gommone per raggiungere il Sud Italia. Il dramma dei migranti è uno dei temi centrali del cinema europeo di questo decennio: basti pensare a Deephan di Jacques Audiard, vincitore della Palma d'oro nel 2015, oppure a Fuocoammare di Gianfranco Rosi, Orso d'oro a Berlino nel 2016. Carpignano assume il punto di vista del migrante ridotto a schiavo in una baraccopoli e costretto a raccogliere arance per pochi euro, lavorando a ritmi disumani. Senza retorica e pietismo, mette a confronto i due atteggiamenti diversi di Ayiva e Abbas: il primo si sforza di entrare in contatto con le persone che lo circondano, dandosi da fare per trovare un luogo dove sopravvivere; il secondo invece mostra una sempre più crescente insofferenza nei confronti della sua drammatica condizione. Il culmine di questa tensione è raggiunto nelle scioccanti immagini degli scontri tra locali e immigrati che rimandano a quelli avvenuti a Rosarno nel 2010: ed è così che il viaggio della speranza dei due ragazzi africani si abbatte contro la violenza e l'illusione di una convivenza tuttora impossibile da realizzarsi. La mano di Carpignano non è né didattica né consolatoria, e nella seconda parte il regista individua il punto d'incontro empatico tra lo spettatore e Ayiva, permettendosi un momento intimo di pura e sincera commozione: quello in cui il protagonista si mette in contatto virtuale con la figlia via Skype e quest'ultima lo ringrazia per il lettore mp3 che è riuscito a spedirle, facendola innamorare di una semplice canzone pop di Rihanna. Jonas si sofferma sugli occhi rossi, pieni d'amore e sofferenza, del protagonista, rivelando così un sapiente equilibrio tra il rigore della descrizione sociale e la magnifica debolezza per l'idea di un cinema che non è in grado di rinunciare all'emozione e agli affetti speciali.

Emiliano Dal Toso





sabato 22 luglio 2017

Top 5: Luglio 2017

5 - Parliamo delle mie donne - Claude Lelouch (voto 7)
Johnny Hallyday, fotografo e bastardo donnaiolo, decide di ritirarsi in Alta Savoia e si innamora dell'agente immobiliare. Ma, senza le sue figlie, non è vera felicità. Per un'ora e mezza è un Lelouch gradevole e divertente, poi crolla in un finale incomprensibilmente drammatico. Ma un momento solo vale il prezzo del biglietto: quando il protagonista e il suo migliore amico, sdraiati sul loro divano da borghesi, guardano in tv Rio Bravo e cantano For my rifle, my pony and Me.

4 - Una vita - Stéphane Brizé (voto 7)
Una fedele, rigorosa ed esteticamente impeccabile traduzione cinematografica del romanzo capolavoro di Guy de Maupassant del 1883. Un racconto di formazione sempre autentico e doloroso, dove la protagonista Jeanne si trova a dover fare i conti con lo sgretolamento della propria idea dell'amore. Una lezione sull'essenzialità di riuscire ad acquisire la giusta distanza per sapersi difendere dalle delusioni. Bravissima Judith Chemla.

3 - Codice criminale - Adam Smith (voto 7)
Lasciatevi trasportare dallo spirito anarchico e fuorilegge di questa storia famigliare un po' incivile e disordinata: Michael Fassbender, uno dei divi assoluti di questo decennio, in un ruolo primitivo e animalesco, fisico e passionale, padre affettuoso e abile scassinatore; uno sguardo sugli ambienti inedito e anticonvenzionale; l'elogio degli Irish Travellers, veri e propri Robin Hood di oggi che rifiutano lo stile di vita contemporaneo, vestono tute da ginnastica e praticano la boxe a mani nude.

2 - The War - Il pianeta delle scimmie - Matt Reeves (voto 7)
Il capitolo conclusivo di una delle saghe più cupe e riuscite del nuovo millennio. Peccato per un Woody Harrelson ormai macchietta di se stesso e per un tono apocalittico eccessivamente insistito, ma quello che conta sono le scimmie che resistono alla brutalità, alla violenza e alla mediocrità dell'essere umano: Cesare è la vera icona rivoluzionaria del nostro tempo. Più vicino ad Apocalypse Now che ai vecchi film di Schaffner e Burton.

1 - Civiltà perduta - James Gray (voto 10)
Nell'ossessione di Percy Fawcett di proclamare la scoperta della città di Z nel cuore della foresta sudamericana e di provare l'esistenza di una civiltà sconosciuta risiede tutto ciò che non possiamo lasciare indietro: il Cinema come sentimento eterno, che prescinde da ogni etichetta, catalogo, manuale, contestualizzazione. E neppure nel finale di un film così perdente e sognatore si ottiene una chiusura del cerchio: la morte non si vede, circola sospettosa, suggerendo che non sia un arrivo ma un'altra partenza, forse quella definitiva per la realizzazione del nostro inquieto vagare.







mercoledì 5 luglio 2017

Civiltà perduta

Sembra incredibile che oggi il cinema di James Gray possa esistere, essere prodotto ed essere realizzato. Ed è meraviglioso che possa essere ammirato su un grande schermo: vedere in un cinema nel 2017 un film come Civiltà perduta è un ultimo atto romantico, un gesto ribelle, un momento fuori dal tempo che appartiene a quegli spazi della nostra vita che abitano in una terra di nessuno. Nell'ossessione del protagonista Percy Fawcett di proclamare la scoperta della città di Z nel cuore della foresta sudamericana e di provare l'esistenza di una civiltà sconosciuta risiede tutto ciò che non possiamo lasciare indietro: il Cinema come opera eterna, che prescinde da ogni etichetta, classifica, catalogo, manuale, contestualizzazione. Questa è la grandezza dei capolavori impossibili, imperfetti e sbagliati, perché non si regolano in funzione di un pubblico, una moda, uno zeitgeist. A tal proposito, non può non venire in mente I cancelli del cielo di Michael Cimino, il più grande fallimento commerciale di tutti i tempi. Eppure, quanto amore esiste in questa idea di cinema. Un'idea che combatte contro la stessa inesorabilità del Tempo: non è certamente casuale che in Civiltà perduta si superino con naturalezza mesi e anni e ci si trovi catapultati con poco preavviso in diversi luoghi e continenti. Perché l'ossessione e il sentimento sono eterni e nomadi, e non hanno un luogo dove stabilirsi, sistemarsi, costruire un progetto, una famiglia. E gli affetti di Fawcett, la moglie e i figli, sono costretti a essere spesso abbandonati, sacrificati, oppure non hanno altra scelta che la collaborazione e l'unione all'ossessione di Percy, quella che lo tiene in vita e che gli permette una quotidianità domestica, una relativa e parziale serenità famigliare. Moriremmo uomini felici se dovessimo aver speso la nostra permanenza terrena all'insegna dello stesso sogno di James Gray e di Percy Fawcett: significherebbe aver viaggiato con il cuore e la testa tutti i giorni, cercando di raggiungere quel miraggio in cui siamo profondamente certi abiti il senso della nostra irrequieta esistenza. Purtroppo, non basta niente, nulla che non sia l'incontro con la nostra città di Z. Neppure nel finale di questo film così consapevolmente perdente e sognatore si ottiene una chiusura del cerchio: la morte non si vede, circola sospettosa come in tutti gli altri frammenti, suggerendo che non sia un arrivo ma un'altra partenza, forse quella definitiva per la realizzazione del nostro inquieto vagare.

Emiliano Dal Toso





domenica 25 giugno 2017

Cannes 2017: Ismael's Ghosts, L'amant d'un jour, How to Talk to Girls at Parties, Le Redoutable

Non ci sono dubbi che l'ultima rassegna di 'Cannes e dintorni' sia stata tra le più deboli di sempre: pochissimi titoli in Concorso, assenti la Palma d'oro 'The Square' di Ruben Ostlund e gli attesissimi 'The Beguiled' di Sofia Coppola, 'The Killing of a Sacred Deer' di Yorgos Lanthimos e 'The Meyerowitz Stories' di Noah Baumbach - che recupereremo però a breve su Netflix. Non sono mancate in programma, invece, le proiezioni del discusso film d'apertura del Festival, Ismael's Ghosts (voto 5) di Arnaud Desplechin. Dopo averlo visto, ci iscriviamo al partito di chi pensa che questa scelta sia stata dovuta soltanto al cast di stelle del cinema francese da far passeggiare sul red carpet: Mathieu Amalric, Marion Cotillard, Charlotte Gainsbourg e Louis Garrel. L'impressione è quella di un'opera autorializzante e confusa, che attraversa molti temi e suggestioni e si affida a numerosi riferimenti letterari (James Joyce), incapace però di prendere una precisa direzione poetica. Troppi personaggi, troppi punti di vista che vorrebbero rappresentare l'incapacità di oggi di poter dare una sola prospettiva ai racconti e alle storie. Ma la riflessione del regista è troppo intellettualizzante e compiaciuta e il risultato è poco nitido, disinteressato alla ricezione dello spettatore. Francesissimo e garanzia di un cinema d'autore militante è il Philippe Garrel di L'amant d'un jour (voto 6), cineasta che porta avanti da decenni un'idea visiva di Settima Arte sempre fedele a se stessa. Quest'ultimo lavoro non raggiunge però le vette emotive e commoventi di Les amants réguliers e La gelosia, risultando più autoreferenziale che personale, un po' ingabbiato in uno schema narrativo troppo esile: una ragazza torna a vivere a casa del padre dopo la fine di una relazione, ma quest'ultimo ora convive con una coetanea della figlia. Tranne la solita raffinatissima attenzione ai dettagli, a dialoghi e a situazioni così credibili, non sembra che ci si discosti dai più classici temi edipici senza aggiungere alcun elemento innovativo. Un po' sgangherata ma vitale e originale è la fantascienza punk di How to Talk to Girls at Parties (voto 7) del regista cult John Cameron Mitchell (Hedwig, Shortbus), dove un gruppo di adolescenti fa conoscenza di una comunità aliena dalle sembianze umane: tantissimi i riferimenti cinefili e pop, che spaziano da Arancia meccanica a The Rocky Horror Picture Show, dal cinema camp di John Waters al David Bowie di Labyrinth e L'uomo che cadde sulla terra. Un frullato ironico che ricalca i tipici percorsi dei "coming of age": innamoramenti, goffi approcci sessuali e spirito ribelle. Da segnalare le irresistibili interpretazioni della sempre più brava Elle Fanning e di una Nicole Kidman in versione leader anarchica. Un elogio debosciato dell'anticonformismo e dell'uguaglianza tra specie (e razze) diverse. Che grandissima sorpresa, invece, Le Redoutable (voto 9) di Michel Hazanavicius: ecco il film che ci aspettavamo dal regista parigino dopo il trionfo di The Artist. Non sorprende che abbia infastidito i critici più attempati e puristi: il ritratto del Jean-Luc Godard nella sua fase più militante è semplicemente impietoso. Hazanavicius si diverte come un matto a sfottere il mito di Godard utilizzando proprio le forme e i vezzi del suo stile, come se fosse uno studente irrispettoso, irriverente e talentuosissimo. Esilarante come The Artist, ma ancora più politico e radicale: scomponendo e mettendo assieme gli stereotipi della Nouvelle Vague, il risultato è un atto d'amore alla forza popolare e iconografica del Cinema. Louis Garrel è in stato di grazia, ma a donare bellezza e luminosità è un'incantevole Stacy Martin, nei panni dell'attrice Anne Wiazemsky, vittima dell'amore per un artista geniale e arrogante.

Emiliano Dal Toso




mercoledì 7 giugno 2017

Top Ten: Classifica Primo Semestre 2017

10 - Ritratto di famiglia con tempesta - Hirokazu Koreeda
La vita dal punto di vista di un irresistibile loser: scrittore fallito, scommettitore incallito, goffo investigatore privato e padre affettuoso ancora innamorato della ex cerca di ricomporre il nucleo famigliare sfruttando il riparo della casa materna dalle intemperanze meteo. Ma dopo la tempesta, la presa di consapevolezza della sconfitta lo porterà verso un nuovo domani. Grande Hiroshi Abe, interprete comico e struggente, e bravissimo Koreeda a raccontare con equilibrio e delicatezza la tragicommedia dei nostri giorni.

9 - Dopo l'amore - Joachim Lafosse
Un dolente kammerspiel sulla fine di un matrimonio con prole, radiografia di un divorzio che coinvolge anche tutto ciò che lo circonda. Straordinari Cédric Kahn e Bérénice Bejo, che donano a litigi, ritorsioni ed esplosioni di rabbia quel senso di verità che appartiene soltanto al cinema d'autore più attento e raffinato, che non diventa mai presuntuoso. Assente ogni tipo di retorica moralista e familista, ma anche eccessi di pessimismo: non è altro che il tempo a cambiare geometrie e declinazioni emotive.

8 - Cuori puri - Roberto De Paolis
Ottimo esordio italiano, duro e tenero come il miglior Jacques Audiard. Nella periferia romana, due personaggi quasi agli antipodi si attraggono e si innamorano, ma devono affrontare difficoltà economiche, disagi sociali e il senso di colpa cattolico. Sorprendono istintività, rabbia e romanticismo, all'altezza di un cinema europeo in grado di raccontare il presente senza scorciatoie consolatorie. E attenzione a una delle scene di sesso più autentiche, emozionanti e naturali degli ultimi anni, caratteristiche rare per il nostro cinema cattofustigato.

7 - Victoria - Sebastian Schipper
Il film più riuscito che sia stato realizzato sinora con un unico piano sequenza. Certo, la scrittura non è sempre del tutto credibile ma la mano di Schipper è travolgente e immerge lo spettatore nel trip notturno vissuto da una ragazza spagnola a Berlino che esce da una discoteca techno e si fa coinvolgere da quattro ragazzi in una rapina in banca. Dalle quattro alle sei e venti del mattino succede di tutto: ma è un cinema sperimentale e febbrile che ipnotizza e coinvolge. Straordinaria la protagonista Laia Costa.

6 - Arrival - Denis Villeneuve
La fantascienza più colta, raffinata e profonda del nuovo millennio. Ogni opera di Villeneuve si rivela diversa da quella precedente, capace di apportare stimolanti interrogativi intellettuali agli archetipi dei generi. E quelli che arrivano nel cuore sono gli stessi che riportano a La donna che canta: l'importanza della comunicazione tra specie diverse, e l'amore di una madre che si manifesta attraverso la scelta di vivere. Utilizzando, nello stesso tempo, la forza di un cinema interessato prima di tutto a nutrire gli occhi.

5 - L'altro volto della speranza - Aki Kaurismaki
Stupendo Aki: un altro grandioso tassello di una filmografia dedicata esclusivamente agli ultimi, ai perdenti, ai ribelli e ai dimenticati. Si parla di nuovo di immigrazione e disperato bisogno di integrazione: perché nell'Europa di oggi è necessario. Lo stile è sempre unico, immediatamente riconoscibile, caratterizzato da quell'ironia secca e da quel minimalismo colorato che riesce a non diventare mai maniera. E un paio di sequenze sono da antologia della risata: la partita a poker, la birreria che si reinventa ristorante giapponese per essere alla moda. 

4 - Jackie - Pablo Larrain
Immensa Natalie Portman: non ci sono più aggettivi per questa piccola e meravigliosa donna. Il primo film statunitense di Larrain è il suo capolavoro privato, dove i virtuosismi del regista cileno si attenuano a favore di un intimismo sempre più marcato, interrogandosi su vita e morte, suicidio e dignità. Pablo si incolla a Jacqueline e segue il suo percorso di elaborazione del dolore, che contrasta con il suo ruolo e con le aspettative del popolo americano. E ci mostra un altro memorabile cigno nero.

3 - Vi presento Toni Erdmann - Maren Ade
Può esistere una commedia tedesca di 2 ore e 45 minuti capace di divertire e commuovere, senza mai annoiare? Sì, sempre che si sia disposti a qualche mazzata emotiva per nulla indifferente: il rapporto tra il papà burlone Winfried e la figlia workaholic Ines è di quelli che improvvisamente lacerano l'anima. Perché è un gioco di maschere che rivela l'incomunicabilità affettiva che caratterizza il nostro presente. E perché semina il dubbio che tolti i panni del clown si faccia davvero fatica a rimanere soli.

2 - Manchester By The Sea - Kenneth Lonergan
La forza insopprimibile del dramma famigliare. Amore, lutto, crollo, rinascita e romanzo di formazione: un cinema classico ed eterno, che si regge sull'intensità degli attori (Casey Affleck e Michelle Williams magnifici e struggenti), sulla potenza della narrazione e sullo sguardo di una regia delicata, impeccabile e funzionale al fattore umano. Ed è anche la fotografia di un pezzo d'America che combatte quotidianamente con solitudine e senso di colpa. Il terzo film di Kenneth Lonergan in diciassette anni, dopo Conta su di me e Margaret: a different class.

1 - Personal Shopper - Olivier Assayas
Assayas riflette sull'immaterialità del nostro tempo, sugli schermi, le immagini e i riflessi che rispecchiano il nostro narcisismo social e l'idea di mondo di cui siamo prigionieri: la messaggistica istantanea che si consacra come unico strumento di comunicazione, ed emozione. Il corpo di Kristen Stewart insegue un segno, una reazione proveniente da un Altrove, rivolgendosi sempre verso qualcosa che carnalmente non c'è più. Il film definitivo sulla nuova configurazione del nostro modo di (non) essere. Gli inganni della vita e del cinema alle estreme conseguenze: non esistono, ma siamo convinti che ci siano.



lunedì 5 giugno 2017

Teatro: Buon anno, ragazzi.

Non mi capita spesso di rimanere favorevolmente impressionato da uno spettacolo teatrale, tanto che sulle pagine di questo blog finora non me n'ero occupato. Ma per Buon anno, ragazzi. farò un'eccezione, e magari inaugurerò un nuovo corso che mi porterà a includere anche il teatro tra gli argomenti trattati. Non sono riuscito a rimanere indifferente di fronte al talento di Francesco Brandi, attore e drammaturgo trentacinquenne, che avevo visto al cinema in pellicole come Dieci inverni e Habemus Papam, seppur in ruoli secondari. Ma la faccia, un po' buffa e stralunata, mi era rimasta impressa. Ed è stata una splendida sorpresa scoprire che dietro a questa faccia si nasconde un autore di teatro in grado di radiografare l'umore e la disillusione di una generazione di trentenni con una penna deliziosa, amara e pungente. Brandi interpreta Giacomo, uno scrittore destinato a non affermarsi e già consapevole della sua sconfitta. Tutto attorno a lui è precario e trasmette un senso di instabilità: dal rapporto controverso con il suo migliore amico (Sebastiano Bottari), mai uscito dai "fumi" dell'adolescenza, a quello ancor più complicato con i genitori (Daniela Piperno e Miro Landoni), probabilmente più interessati a loro stessi e più legati all'idea di un figlio ideale piuttosto che attenti alle sue reali necessità e alle sue vere attitudini. Ma ovviamente la relazione più difficile e dolorosa per Giacomo è quella con la ex compagna attrice (la bravissima Camilla Semino Favro, che proprio in queste settimane stiamo ammirando nella serie 1993), nonché madre di una bimba che i due hanno avuto insieme ma che è stata cresciuta senza il supporto materno. Eppure l'amore di Giacomo per la ragazza non si è mai davvero affievolito, nonostante si sia inevitabilmente confuso con l'amarezza dovuta all'abbandono e il risentimento. Sullo sfondo, la notte di un Capodanno sarà il pretesto per far ritrovare tutti i personaggi e costringerli a mostrare i conti con loro stessi, sfidandosi con affetto represso e senza protezioni sul ring della vita e delle emozioni. Non siamo di fronte a un semplice ritratto generazionale, ma a un'opera teatrale rara, capace di incasellare il mood pessimista e non privo di autoironia che appartiene a tutti coloro a cui questo mondo non permette di realizzare in pieno sogni e talenti, e che costringe a non potersi concedere garanzie e certezze. Ed è così che lo spettro della normalità e della mediocrità ingabbia chi insegue il romantico miraggio di una vita artistica e intellettuale. Brandi non si piange addosso, e non oltrepassa mai il limite per cui il proprio personaggio rischi di diventare troppo autoriferito. Il suo è un elogio e, nello stesso tempo, una condanna, quella di un loser che non si compiace e a cui è impossibile non volere bene: si ride tanto, ma senza mai cadere nell'eccesso farsesco.

Emiliano Dal Toso




venerdì 5 maggio 2017

Top 5: Maggio 2017

5 - La ragazza dei miei sogni - Saverio Di Biagio (voto 7)
Un tentativo originale e coraggioso di esplorare generi sconosciuti al cinema italiano degli ultimi anni, un mystery movie sentimentale con accenni fantasy che prova a rivolgersi a quel pubblico disaffezionato all'ennesima commedia preconfezionata e rassicurante. Una sfida impossibile da vincere, e peccato per il finale troppo frettoloso: ma è giusto prendere nota e seguire il percorso di un regista che nel precedente Qualche nuvola si era distinto per una genuinità altrettanto insolita.

4 - Insospettabili sospetti - Zach Braff (voto 7)
Remake di Vivere alla grande di Martin Brest e primo film di Zach Braff (La mia vita a Garden State, Wish I Was Here) senza confessioni personali, dove il terzetto di vecchietti premi Oscar Arkin-Caine-Freeman viene defraudato del fondo pensione e organizza una rapina per riprendersi quel che gli spetta. Apparentemente innocuo, eppure non è un caso che sia un'altra pellicola americana di questi tempi che prende di mira le banche, in maniera certamente leggera, ma frizzante ed efficace.

3 - Le donne e il desiderio - Tomasz Wasilewski (voto 7)
Tutta la frustrazione sessuale ed esistenziale di quattro donne di età diverse che inseguono il miraggio di una libertà parallela a quella di una Polonia che si apre alla modernità post-comunista, ma che non riesce ad annullare una cultura prevalentemente maschilista e il grigiore dominante dei suoi ambienti. Un film rigoroso, impeccabile per forma ed estetica, forse eccessivamente distaccato e anti-retorico, premiato alla Berlinale per la sceneggiatura.

2 - Sole cuore amore - Daniele Vicari (voto 7)
Non è il miglior film di Vicari (Il passato è una terra straniera, Diaz), ma è uno dei pochissimi casi in cui il termine necessario ha un senso. Per una volta, i difetti cinematografici possono soccombere alla nobiltà del tema: la storia di Eli è un pugno nello stomaco, e rappresenta un Paese che il nostro cinema non ha più il coraggio di raccontare. Isabella Ragonese mette anima e corpo, carne e fiato, offrendo una delle interpretazioni più importanti della sua carriera.

1 - The Circle - James Ponsoldt (voto 8)
Dopo gli struggenti The Spectacular Now e The End of the Tour, l'indie James Ponsoldt realizza l'opera perfetta per il consumatore medio di Netflix, un episodio di Black Mirror più soft e meno ricattatorio, in grado di frullare Steve Jobs, The Social Network e The Truman Show con il linguaggio di un romanzo di Dave Eggers. Il target è l'adolescente colto: il risultato è migliore di qualsiasi altro young adult, perché la morte della privacy qui non è un pretesto ma un incubo sempre più reale.