domenica 21 giugno 2015

5 contro 5: Vince Vaughn VS. Colin Farrell

I 5 FILM DA NON PERDERE CON VINCE VAUGHN
Swingers - Doug Liman, 1996: a ventisei anni, la premiata ditta Jon Favreau-Vince Vaughn scrive per sé la prima vera bromantic comedy americana postmoderna. Gag fulminanti, dialoghi a raffica, personaggi mai troppo vincenti che fanno fatica a trovare la postura giusta per cavalcare l'onda. Con un omaggio sentito a Scorsese e qualche parodia tarantiniana, si ride con grande eleganza. Vegas, campione, Vegas.

Psycho - Gus Van Sant, 1998: incredibile impresa cinematografica di Gus Van Sant che ripropone millimetricamente il capolavoro di Hitchcok, aggiornando soltanto qualche dettaglio di narrazione. Allo stesso modo, Vaughn compie il miracolo di replicare la stessa identica inquietudine e malattia che Anthony Perkins riusciva a dare al suo Norman Bates. Prova d'attore pazzesca.

Due single a nozze - David Dobkin, 2005: metà anni Duemila, siamo in pieno periodo Frat Pack. E Vince è diventato uno dei membri più riconoscibili del gruppo. Questa è forse la sua commedia più riuscita e divertente, cazzara con garbo. Grande sintonia con Owen Wilson, un altro che dietro al sorriso rassicurante nasconde un suo lato oscuro.

Ti odio, ti lascio, ti... - Peyton Reed, 2006: psicosi di coppia molto più intelligente del suo titolo italiano. Vince è l'americano medio, cappellino da baseball, playstation, chili di troppo. A sorpresa, il finale è molto più vicino alla realtà che alla maggior parte dei prodotti hollywoodiani. Primi accenni di una certa insofferenza nei confronti del demenziale puro e necessità di un ritorno alla malinconia repressa.

Into The Wild - Sean Penn, 2007: quella del trebbiatore Wayne Westerberg è la prova capolavoro di Vince, in grado di esprimere finalmente tutto l'insofferente anticonformismo che ha faticato a tenere a bada. Un personaggio commovente, che si rivelerà fondamentale per il protagonista Emile Hirsch per compiere il suo viaggio fino alle terre selvagge.

I 5 FILM DA NON PERDERE CON COLIN FARRELL
The New World - Terrence Malick, 2005:
dopo i primi film, nessuno crede che Colin Farrell possa essere chiamato a lavorare con i più grandi registi contemporanei. Malick è soltanto il primo di questi, e gli concede l'opportunità di impersonare John Smith in una delle versioni di Pocahontas più dolorose e visionarie che siano mai state realizzate. Sconcertante e sublime.

Miami Vice - Michael Mann, 2006: uno dei tanti capolavori manniani, nel quale la tamarraggine di un certo immaginario viene rielaborata in maniera epica e sentimentale, rendendo immensamente liberatoria una traversata su un motoscafo o una sparatoria in discoteca sulle note di una canzone dei Linkin Park. E poi c'è la faccia di Colin, che basta e avanza.

Sogni e delitti - Woody Allen, 2007: chissà perché, uno dei film più bistrattati di Allen, chirurgico e tragico esattamente come 'Match Point'. Colin si abbandona completamente all'alcol e ai demoni interiori, al lato oscuro della sopravvivenza. Da adesso in poi, cambia tutto: Farrell è un attore a tutto tondo, e la parte bad prevale su quella boy in maniera definitiva.

In Bruges - Martin McDonagh,  2008: geniale, ironica versione belga-irlandese del pulp tarantiniano. Colin porta avanti il personaggio di 'Sogni e delitti' con ancora più nevrosi e insofferenza. Magnifici i duetti con Brendan Gleeson, accompagnati da momenti surreali ed improvvise esplosioni di violenza. E' il noir postmoderno, bellezza.

The Lobster - Yorgos Lanthimos, 2015: Colin torna al vero e proprio cinema d'autore, interpretando un uomo che ha 45 giorni di tempo per trovare l'anima gemella, altrimenti verrà trasformato in un'aragosta. E se questa volta il greco Lanthimos appare meno manierista e più autoironico che in 'Kynodontas' lo deve proprio alle sue sfumature tragicomiche.

Emiliano Dal Toso


mercoledì 17 giugno 2015

Cannes e Dintorni 2015 - Seconda Parte: Our Little Sister, The Lobster, Son Of Saul, La Tierra y La Sombra

Quest'anno la qualità cinematografica proposta da 'Cannes e dintorni' è stata un po' al di sotto delle aspettative. Troppi grandi nomi sono rimasti privi di una collocazione nel calendario: dalla Palma d'oro 'Dheepan' di Jacques Audiard al miglior regista Hou Hsiao-Hsien, da Gus Van Sant a Denis Villeneuve, da Todd Haynes al 'Macbeth' con Fassbender e la Cotillard. Troppo dolciastro e pieno zeppo di carinerie 'Our Little Sister' (voto 5) del giapponese Hirokazu Kore-eda ('Father And Son'), che a questo punto potrebbe essere considerato un po' il Pupi Avati d'Oriente. Dopo il funerale del padre, tre sorelle invitano la quarta figlia avuta dall'uomo ad andare a vivere con loro: per tutte, si rivelerà un'occasione di crescita personale. Se si fosse trattato dello stesso identico script ma con una produzione hollywoodiana e con attrici come Cameron Diaz, Jennifer Lopez, Rachel McAdams e Susan Sarandon, probabilmente la critica mondiale lo avrebbe tacciato di buonismo e di familismo. Ma siamo in Giappone, dove le banalità diventano profonde riflessioni spirituali e i momenti morti sono silenzi artistici. Si apprezzava nel precedente lavoro un tocco delicato nei confronti delle differenze sociali senza cadere nella retorica ma, in questo caso, l'elogio della solidarietà femminile appare fin troppo ovvio e zuccheroso. Va decisamente meglio con l'attesissimo 'The Lobster' (voto 8) del greco Yorgos Lanthimos, vincitore del Premio della Giuria. Si ipotizza un futuro prossimo in cui chi è single viene portato in un hotel e deve trovare un'anima gemella entro 45 giorni, altrimenti sarà trasformato in un animale a suo piacimento. L'incipit è accattivante e alcune trovate sono geniali. Rispetto al precedente 'Kynodontas', deve essere riconosciuta una buona dose di ironia, anche grazie alle sfumature tragicomiche in grado di trasmettere gli attori Colin Farrell e John C. Reilly, e la bellissima Rachel Weisz. Il tono è straniante, houellebecquiano, capace di mettere a nudo le mediocrità dell'uomo, contrapposte a una società che non può evitare di etichettare e catalogare per poter esercitare il suo controllo. Non convince del tutto l'acclamatissimo 'Son Of Saul' (voto 6) dell'ungherese Laszlo Nemes, vincitore del Grand Prix. Si parla di Olocausto, ponendo una lente di ingrandimento sul lavoro dei sonderkommando, gli ebrei che nei campi di concentramento si occupavano di accompagnare i prigionieri nelle camere a gas e di recuperare successivamente i loro corpi. La macchina da presa non molla per un secondo il protagonista, quasi si fosse di fronte a un film completamente in soggettiva. Gli orrori sono fuori campo o fuori fuoco: la sensazione è che Nemes abbia cercato di trovare un punto di vista per raccontare qualcosa che non si conosca già o che possa sollevare ulteriore indignazione, senza però riuscirci. La trovata stilistica rischia di oscurare la forza del suo contenuto e, anche a livello narrativo, tutto è troppo raffazzonato. Un grande film è il colombiano 'La Tierra y La Sombra' (voto 8), esordio di César Augusto Acevedo, vincitore della Camera d'Or. Un intimo e sconvolgente ritratto di una famiglia contadina, che vive attorniata da una pioggia di cenere, causata dallo sfruttamento industriale delle piantagioni di canna da zucchero che circondano la proprietà. Sorprende e scuote lo sguardo del regista: mai ricattatorio, sempre asciutto e potente, senza consolazioni. Però affettuoso ed emozionante nella descrizione dei rapporti umani. Un cinema esteticamente perfetto, che getta una luce dolorosa su un mondo dimenticato, ai margini della sopravvivenza, eppure desideroso di vita e pulsante di sentimenti.

Emiliano Dal Toso


domenica 14 giugno 2015

Cannes e Dintorni 2015 - Prima Parte: Mountains May Depart, The Here After, Les Cowboys, A Perfect Day

E anche questo giugno la buona cinefilia milanese può esultare: 'Cannes e dintorni' c'è, come direbbe Guido Meda. Non ci sono, invece, Mondiali o Europei di calcio a far da concorrenza e, quindi, noi calciofili e amanti di cinema di gran classe possiamo dedicarci esclusivamente alla beneamata rassegna, che propone opere provenienti non soltanto dal Concorso ma anche dalle sezioni Un Certain Regard, Semaine de la Critique, Quinzaine des Réalisateurs e da altri Festival come Torino, Bergamo e qualcosina anche dall'ultima Berlinale. Cannes, dicevamo. E' stata a detta di molti una delle edizioni più discusse: non sono piaciuti i premi assegnati dalla Giuria presieduta da Joel ed Ethan Coen, non è piaciuta in generale la selezione dei film in Concorso e si è ravvisata grande delusione da parte della stampa italiana e degli addetti al settore per i mancati riconoscimenti a Sorrentino, Garrone e Moretti. Sia chiaro che, a mio modo di vedere, 'Youth' è meraviglioso, 'Mia madre' un episodio non troppo anticonvenzionale nella filmografia morettiana, mentre 'Il racconto dei racconti' è un film decisamente sbagliato. Ad ogni modo, rimango convinto che le polemiche siano state fuori luogo: i premi cinematografici non sono la Nazionale, si dovrebbe tifare per l'opera che si ritiene qualitativamente migliore e non per quella del proprio Paese, a prescindere. Tra i favoriti alla vigilia per la Palma d'oro e rimasti delusi, anche la nuova fatica del regista cinese Jia Zhang-ke 'Mountains May Depart' (voto 6), vincitore due anni fa del Premio per la sceneggiatura per il bellissimo 'Il tocco del peccato'. Questa volta, Jia non si è ripetuto. Tre segmenti diversi, quasi tre cortometraggi che potrebbero avere vita propria, girati in tre formati differenti, ambientati uno nel 1999, un altro nel 2014 e un altro ancora nel 2025. Sulla carta, un melodramma famigliare, ma l'ambizione è quella di raccontare dal punto di vista del privato la graduale trasformazione della mentalità di un Paese come la Cina in una colonia capitalista, ormai abbandonatasi al richiamo del dio denaro. Alcuni passaggi sono di grande cinema e di indubbia forza emotiva, ma tutto è troppo esplicito, palese e stereotipato: la giovane insegnante ovviamente sceglierà di fidanzarsi col ricco uomo d'affari piuttosto che con il minatore che si ammalerà, per poi forse pentirsene; mentre il figlio Dollar si trasferirà in Australia, dimenticandosi del tutto la lingua natia, e innamorandosi di una insegnante più anziana di lui che potrebbe ricordargli la madre che non vede da undici anni. Non c'è da folgorarsi neppure per 'The Here After' (voto 6) dello svedese Magnus von Horn, nel quale un adolescente esce dal riformatorio dopo aver commesso un crimine terribile ma farà grandissima fatica a reintegrarsi a scuola e tra le mura domestiche. Giuste dinamiche psicologiche, grande cura dei dettagli: però, vi prego, basta con questo cinema per forza glaciale e distaccato. Proprio una storia del genere avrebbe meritato uno sguardo più coinvolgente e affettuoso. Malissimo il francese 'Les Cowboys' (voto 4) di Thomas Bidegain: non voglio più vivere in un mondo in cui un attore come John C. Reilly viene così brutalmente sprecato. Un pasticcio confuso che vorrebbe indirizzarsi su traiettorie action senza averne il coraggio, con riflessioni sull'Islam poco chiare e buttate a casaccio. Deludente anche 'A Perfect Day' (voto 5) dello spagnolo Fernando Leòn de Aranoa, con le star Tim Robbins e Benicio Del Toro. Più esplicita, in questo caso, la rinuncia alle pretese autoriali: peccato però che il tentativo di raccontare l'assurdità della guerra con un taglio non privo di battute ironiche e di dilemmi sentimentali resti sospeso a metà senza incidere, come se non si fosse convinti del tutto. Nel frattempo, lo spettatore riflette dubbioso su quale sia davvero il significato dell'operazione. 'Cannes e dintorni' c'è: i bei film non ancora.

Emiliano Dal Toso



lunedì 8 giugno 2015

Top Ten - Film Che Mi Commuovono

10 - Parla Con Lei - Pedro Almodovar, 2001
Forse può apparire un po' troppo scontato inserire un film del grande Pedro in una classifica del genere, ma in fondo si tratta proprio del suo omaggio all'universo maschile che sa piangere, ritratto negli straordinari personaggi di Benigno e di Marco. Dai dolori del passato si può approdare alla speranza del futuro, in fondo siamo solo carne e fiato. Dentro c'è tutto il suo mondo, oltre alla passione infame: Caetano Veloso, Pina Bausch, il porno, la corrida, l'amicizia.

9 - School Of Rock - Richard Linklater, 2003
Farà piangere chi non è passato indenne di fronte alla scoperta più incredibile ed entusiasmante che possa offrire il periodo dell'adolescenza: il rock. Un irrefrenabile Jack Black, perdigiorno anticonformista, si spaccia maestro di scuola ma nelle sue lezioni insegna la discografia degli AC/DC e dei Led Zeppelin. Dopotutto, si tratta dell'unica maniera "per poter fottere il potente". La musica come salvezza e ribellione, riscatto e cerimonia.

8 - Rush - Ron Howard, 2013
Per tutti coloro che da piccoli amavano "fare le gare" con le macchinine e facevano vincere sempre il loro pilota preferito, esaltandosi. Per tutti coloro che intendono lo sport non solo come un gesto fisico, atletico, ma come l'espressione di un modo di intendere il lavoro, la fatica, il sacrificio, la vita. Da una parte il donnaiolo tutto genio e sregolatezza, dall'altra il professionista che va sempre a letto presto. Il destino regola sempre il conto.

7 - La Venticinquesima Ora - Spike Lee, 2002
Sulle ceneri delle Torri Gemelle, seduti su una panchina guardando il New Jersey, si attende la Fine: gli errori che si pagano, gli amici che (non) tradiscono, le donne che (non) amano, i padri che sorreggono. Spike al suo meglio, con il cinismo dei romantici che hanno sofferto, racconta l'America del nuovo millennio. Ed è una ballata dilaniata, uno sfondo lacerato, mentre si cerca una volta per tutte di chiudere i conti con se stessi. Ma non basta mai, non basta niente.

6 - The Wrestler - Darren Aronofsky, 2008
Andare avanti fino all'ultimo respiro, indossare la propria maschera fino all'ultimo secondo di questa messinscena. Gli uomini sono eroi perdenti se non rinunciano alla dignità e alla coerenza. E Mickey Rourke porta se stesso sullo schermo con l'onestà di chi ha raggiunto il successo per autodistruggersi. Non si sa come andrà a finire, ma questa nasce e muore come una storia di provincia, nasce e muore come una parabola discendente. Nessun compromesso.

5 - In The Mood For Love - Wong Kar-wai, 2000
Una storia d'amore che annulla il senso di tutte le altre storie d'amore. Il tempo scorre inesorabile, e si arriva sempre troppo presto o troppo tardi con gli appuntamenti della vita. Nessun altro regista al mondo possiede il lirismo e la malinconia estetica del Maestro Wong. Tony Leung è un arbiter elegantiarum che è capace di amare una magnifica Maggie Cheung senza perdere la lucidità della consapevolezza: tutto è fuggente e momentaneo. Ma le passioni, quelle vere, forse no.

4 - Un Mercoledì Da Leoni - John Milius, 1978
Gli anni Sessanta. E poi, il surf, la California, la guerra. Perdersi e ritrovarsi, per cavalcare la più grande mareggiata che si sia mai vista: il mito non aspetta. Un capolavoro di una semplicità disarmante, eppure struggente oggi come allora, in grado di far commuovere anche lo spettatore più palestrato e insensibile. Non c'è Nouvelle Vague che tenga, come il cinema americano ha raccontato i legami e le dinamiche d'amicizia tra uomini nessuno mai.

3 - Rocky - John G. Avildsen, 1976
Vabbè, di cosa stiamo parlando? Una pellicola tra le più grandi di sempre, che è un inno ai suoi personaggi, ai suoi luoghi, alle sue facce. Forse neanche Ken Loach ha raccontato con questo furore quella che in fondo non è altro che una vera favola proletaria. Si può essere uomini per una volta soltanto. E in questo trionfo di sentimenti contrastanti, non resta altro da fare che alzarsi in piedi ed applaudire: chissenefrega del risultato, non c'è altro che conta al di fuori di una Adriana con la quale farci compagnia.

2 - L'Estate Di Kikujiro - Takeshi Kitano, 1999
L'estate di Kikujiro è il mio film preferito in assoluto. Per quale motivo allora si trova al secondo posto? Beh, facile. I migliori arrivano sempre secondi (o ultimi). E il Maestro Takeshi sarebbe sicuramente d'accordo, anzi, credo che il miglior omaggio che possa attribuirgli sia quello di metterlo sempre, in qualsiasi classifica, al secondo posto. Per far scendere le lacrime, è sufficiente accennare giusto qualche nota della musica di Joe Hisaishi ed è fatta.

1 - Suxbad - Tre Menti Sopra Il Pelo - Greg Mottola, 2007
Capolavoro assoluto del demenziale, bromantic comedy per antonomasia, goffa, esilarante e anarchica dichiarazione d'amore al genere maschile. Il commiato finale tra i due amici per la pelle Jonah Hill e Michael Cera sulle scale mobili di un centro commerciale sembra Frank Capra che dà una risistemata ad American Pie. Uno di quei pochi film per cui vale la pena conoscere i dialoghi a memoria, perché non stancano mai e devono poter essere riprodotti filologicamente in caso di Fine del Mondo.



sabato 23 maggio 2015

Youth - La Giovinezza

Io non guardo il tramonto sentendo le voci, penso solo che Dio ha un bell'impianto luci.

Mi ha sorpreso molto che questa volta Paolo Sorrentino non si sia lasciato travolgere dai suoi virtuosismi e che sia tornato a direzionare il suo impressionante talento registico alle funzionalità di un contenuto che si coniuga perfettamente con la sua forma, che aderisce in maniera totale a una messa in scena luccicante, sontuosa, figurativamente impeccabile. I preziosismi tecnici di Youth - La giovinezza si ritrovano nei passaggi più descrittivi, mentre nei momenti chiave della pellicola lo stile si fa essenziale e misurato, al servizio della narrazione. Questo non accadeva in This Must Be The Place e ne La grande bellezza, tacciati dal sottoscritto di programmaticità e di manierismo, mentre nelle prime pellicole del regista napoletano si restava ammaliati dalla sua capacità di porre in contrasto le contraddizioni e le alterità dell'Uomo con uno sguardo pop, sincopato e pirotecnico. Quest'ultimo film è visivamente indimenticabile e credo che ciò sia fuori discussione per chiunque abbia buon gusto negli occhi; ad ogni modo, i movimenti di macchina e gli eccessivi formalismi che soffocavano i lavori con Penn e Servillo stavolta sono controllati e gestiti con grande intelligenza. Ma non è certamente questo che fa di Youth un'opera cinematografica dal valore immenso. Youth ha un unico grande filo conduttore, che lega tutti i suoi fotogrammi, dal primo all'ultimo: la richiesta di adesione al proprio ruolo nel mondo. E si tratta sempre e comunque di un ruolo che è determinato dalle proprie passioni e dalle proprie esigenze: il direttore d'orchestra Fred Ballinger e il regista Mick Boyle si sorreggono vicendevolmente, raccontandosi solo le cose belle e rispecchiandosi nella creatività artistica dell'altro; l'attore Jimmy Tree insegue il desiderio puro, impossibile e immorale ma è costretto a interpretare l'orrore e l'assurdo; Leda, la figlia di Fred, è incapace di rimanere senza un amore; e così tutti gli altri personaggi - dal finto Maradona al piccolo musicista, da Miss Universo all'emissario della regina - non fanno altro che portare avanti fino all'ultimo, fino alle estreme conseguenze, quello per cui lavorano, quello per cui esistono. C'è tutto, c'è tanto, c'è troppo in quella che è una partitura musicale piuttosto che una sceneggiatura: eppure - diversamente da La grande bellezza - la scrittura è straordinariamente coerente, diretta e brutale, sincera, generosa ma mai cervellotica. Si inneggia alla leggerezza, alla semplicità: e sono proprio queste le caratteristiche principali di una visione costellata di momenti di Puro Cinema. Chi rimprovera l'eccessivo numero di aforismi, si dimentica che sono i tratti distintivi di Sorrentino, fin dai suoi esordi; chi si accanisce contro l'assenza di consequenzialità degli eventi, forse, si è fatto contaminare dalla linearità e dalla logicità narrativa delle serie televisive. In nessun altro film mi è capitato di pensare che una frase come "appresso a te, ho perso i migliori anni della mia vita" sia in realtà una dichiarazione d'amore. Youth va in direzione ostinata e contraria, celebrando amarezze e rimpianti, rancori e delusioni come ingredienti fondamentali della bellezza.

Emiliano Dal Toso




mercoledì 6 maggio 2015

1985 - 2015: Vivere e morire a Los Angeles

Opera chiave, crocevia fondamentale del genere poliziesco e documento imprescindibile per riflettere su un decennio, Vivere e morire a Los Angeles è un cupo e pessimista noir metropolitano, che si nasconde dietro a una facciata da buddy movie, una colonna sonora dei Wang Chung tipicamente eighties, scanzonata e spensierata, e titoli di testa colorati e accesi, pienamente in sintonia con quello che era "lo spirito dei tempi" ma in antitesi con il vorticoso ritratto di una malavita losangelina spietata e violenta e con quello di una coppia di poliziotti che più si avvicina al proprio obiettivo, e più si avvicina alla morte. William Friedkin girò uno dei suoi capolavori, a basso budget - la produzione passò improvvisamente dalla 20th Century Fox alla Mgm - ma facendone di necessità virtù: tutto il cast e la troupe furono ingaggiati a costi non elevati ma tutti si adoperarono al meglio delle loro possibilità, dall'apporto fondamentale della fotografia di Bobby Muller alla scenografia di Lilly Kluivert. Fin dalla prima scena, il film non si dimentica per impatto e forza espressiva. Howard Hawks confidò allo stesso Friedkin che si diventa grandi registi quando si è in grado di girare inseguimenti spettacolari, e il regista di L'esorcista apprese immediatamente la lezione: Vivere e morire a Los Angeles si distingue per uno dei più eccitanti e tecnicamente complessi “car chase” che si siano mai visti al cinema, caratterizzato da tagli velocissimi e da adrenaliniche soggettive. Oltretutto, l’automobile che lo spettatore vede finire contromano, in realtà, percorre la strada nel giusto verso, a differenza di tutte le altre macchine che, invece, corrono al contrario. Questo accorgimento fu voluto fortemente da Friedkin perché si avvertisse in maniera ancora più angosciosa e oppressiva la sequenza di auto che si susseguono in direzione opposta a quella dei protagonisti. Ancora oggi, questo inseguimento non perde un briciolo della sua dirompenza, senza sfigurare se messo al fianco delle adrenaliniche e vertiginose riprese dei vari Fast and Furious. Eccellente la prova della coppia William Petersen e John Pankow, inquietante quella del villain Willem Dafoe, ma a rendere indimenticabile questa pellicola è una Los Angeles mai vista prima così nevrotica e schizzata, divisa tra il culto della forma fisica e della superficie e lo spettro della denaro, della violenza e dell’autodistruzione. A tal proposito, deve essere posto l’accento sulla scelta di Friedkin di riprenderla spesso al tramonto, evidenziando la sua ingannevole bellezza che pian piano si spinge verso l’oscurità. Dopotutto, lo stesso personaggio interpretato da Willem Dafoe è un falsario e questa falsità, questo mito dell’apparenza è il vero centro nevralgico di un’opera, che è lo specchio fedele di un’epoca nella quale vivere è sembrato facile fino al momento in cui non si è dovuto fare i conti con la fine dei sogni e delle possibilità. Vivere e morire a Los Angeles è la corsa non curante di chi ha abbattuto ogni limite di velocità ma non ha avuto nemmeno il tempo di pagarne le conseguenze.

Emiliano Dal Toso


venerdì 17 aprile 2015

Mia Madre

Di cosa parliamo quando parliamo di Nanni Moretti? Io sinceramente non lo so, a volte ho l'impressione che non ce ne sia soltanto uno, ma che esistano tanti Nanni Moretti, ciascuno dei quali dedito a diverse occupazioni: c'è il Nanni Moretti "girotondino", che molti avrebbero auspicato come leader del centro-sinistra all'inizio del millennio; c'è il Nanni Moretti presidente del Festival di Cannes, che premia soltanto opere austriache o rumene, ed è un nemico dichiarato del cinema americano; c'è il Nanni Moretti icona hipster, il Nanni Moretti pallanuotista, il Nanni Moretti produttore, il Nanni Moretti "dispiaciuto di non essere credente". E poi, c'è il Nanni Moretti regista, che è indubbiamente quello che preferiamo e a cui vogliamo più bene, l'unico davvero insostituibile. Secondo l'opinione comune, Caro diario è il suo ultimo grande film. "La stanza del figlio? Il caimano? Habemus Papam? Sì, belli, ma non come Caro diario". Mi prendo umilmente e con un po' di timore il permesso di dissentire, almeno per quel che riguarda gli ultimi due: credo che Il caimano sia l'apice della sua poetica, il trionfo del Moretti-pensiero, un film inarrivabile che ha profondamente deluso chiunque si aspettasse un approccio retorico su Berlusconi e il berlusconismo; così come Habemus Papam ha disatteso le aspettative di chi preannunciava una pellicola indirizzata a bersagliare la Chiesa e il sistema ecclesiastico. Entrambi raggiungono un equilibrio miracoloso tra pubblico e privato, mettendo sempre l'Uomo al centro di un discorso esistenzial-politico. Per questo, mi ha sorpreso leggere alcune recensioni di Mia madre che sottolineano l'inedito intimismo di Moretti, la sorprendente abilità di coniugare comicità e dramma, ironia e disincanto. Dal mio punto di vista, questa capacità di bilanciare i toni e di alternare con grande coerenza le diverse sfumature della vita è il vero marchio di fabbrica, il grande tratto distintivo del suo cinema. E Mia madre, rispetto agli altri, dichiara apertamente questa sua natura: da una parte, il dolore della perdita all'interno del nucleo famigliare (tema già ampiamente sviluppato ne La stanza del figlio); dall'altra, la comica disavventura della quotidianità, che si esprime attraverso gli ostacoli che la protagonista Margherita deve affrontare sul set di un film, a cominciare dal rapporto con un insopportabile ed egocentrico attore americano (e, inevitabilmente, torna in mente Il caimano). Questa maggiore trasparenza d'intenti potrebbe aver smorzato un po' la creatività e la sana follia del suo autore: ciò non toglie che Mia madre sia comunque un buon film, nel quale in realtà si ride di meno e ci si emoziona di meno rispetto alle precedenti fatiche di questo poliedrico intellettuale.

Emiliano Dal Toso