domenica 6 gennaio 2013

I Film da 10 del Nuovo Millennio

2000
American Beauty
- Sam Mendes
Magnolia - Paul Thomas Anderson
Man On The Moon - Milos Forman
I Cento Passi - Marco Tullio Giordana
 
2001
L'Uomo Che Non C'Era - Joel ed Ethan Coen

2002
Mulholland Drive - David Lynch
Alì - Michael Mann
Parla Con Lei - Pedro Almodovar
I Tenenbaum - Wes Anderson
L'Uomo Senza Passato - Aki Kaurismaki

2003
La Venticinquesima Ora - Spike Lee
Elephant - Gus Van Sant
Mystic River - Clint Eastwood
Dogville - Lars Von Trier
Lost In Translation - Sofia Coppola

2004
Big Fish -
Tim Burton
Collateral - Michael Mann
Se Mi Lasci Ti Cancello - Michel Gondry

2005
Million Dollar Baby - Clint Eastwood
Old Boy - Park Chan Wook
Broken Flowers - Jim Jarmusch

2006
Match Point -
Woody Allen
Il Vento Che Accarezza L'Erba - Ken Loach

2007
Vero Come La Finzione -
Marc Forster
Le Vite Degli Altri - Florian Henckel von Donnersmarck
Suxbad - Greg Mottola

2008
Into The Wild -
Sean Penn
Il Petroliere - Paul Thomas Anderson
Il Divo - Paolo Sorrentino

2009
The Wrestler -
Darren Aronofsky
Adventureland - Greg Mottola
Il Nastro Bianco - Michael Haneke

2010
Departures -
Yojiro Takita
The Social Network - David Fincher

2011
Il Cigno Nero -
Darren Aronofsky
Miracolo a Le Havre - Aki Kaurismaki

2012
Cesare Deve Morire -
Paolo e Vittorio Taviani
Un Sapore Di Ruggine E Ossa - Jacques Audiard

2013
The Master
- Paul Thomas Anderson
Django Unchained - Quentin Tarantino

Continua...




L'Uomo Che Non C'Era, l'unico capolavoro del 2001


giovedì 3 gennaio 2013

The Master

Come hai fatto a trovarmi.

Sembrava che il sesto film di Paul Thomas Anderson dovesse essere il racconto della nascita di Scientology e l'idea che uno dei registi americani più indipendenti e pirotecnici mettesse mano sulla genesi di una delle sette più potenti e chiacchierate del Sistema americano (e non solo) ha sollevato fantasie e polemiche su che cosa sarebbe potuto venirne fuori. No, The Master non è una biografia, non è un film storico, non è un film che ripercorre delle tappe. Scientology, Dianetics, Ron Hubbard sono soltanto un pretesto per raccontare l'incontro tra due uomini agli antipodi: l'uno dominatore e seduttore, fondatore di una dottrina che offre delle risposte a chi è in balìa dei propri demoni; l'altro tormentato e sedotto, marinaio reduce dalla seconda guerra mondiale in preda all'alcolismo e alla confusione esistenziale. L'uno sicuro di sè e della propria forza ammaliatrice, l'altro anima fragile. Ciascuno ha bisogno dell'altro: il primo per poter dimostrare l'infallibilità del proprio credo, l'altro per poter essere accolto, perdonato e rieducato da qualcuno che si prenda cura di lui. Quello che si instaura non è, però, un semplice rapporto basato su una reciproca utilità, ma un vero sentimento d'amore. Un amore che deriva dall'utilitarismo e dalla funzione del ruolo di maestro e da quello di allievo, ma che si esprimerà autenticamente come quello tra un padre e un figlio. Il padre è Lancaster Dodd (un mastodontico, immenso Philip Seymour Hoffman) che necessita di un figlio come Freddie Quell (un intenso, doloroso Joaquin Phoenix) per poter reindirizzare qualcuno sulla retta via, per poter legittimare il significato che lui stesso ha dato all'Esistenza e averne una controprova. Freddie è un disgraziato che non può far altro che aggrapparsi alla possibilità di una nuova famiglia, lui che non ha più nessuno, e non può averlo perchè la guerra gli ha tolto tutto, innanzitutto la dignità di essere umano. Lancaster è una opportunità e La Causa (il nome fittizio della dottrina) può essere il fondamento su cui poggiare delle nuove convinzioni, la propria morale, ed espiare il proprio senso di colpa. The Master non è la storia di Scientology ma una riflessione sul significato che hanno movimenti, sette e personaggi che si propongono di dare un Senso, un abbraccio spirituale a chi ha perduto ogni punto di riferimento. E' un film sulla fede, sulle religioni, su quegli ideali che sono sempre e soltanto dettati dal tentativo di reazione allo sconforto e alla disperazione. E può trattarsi di qualsiasi agglomerato di persone che si raccoglie dietro a un dogma che non faccia i conti con la tragicità, le contraddizioni e l'insensatezza delle cose, illudendo che la vita sia facile. Ora, questo può essere tradotto in una comunità religiosa o in un partito politico. Ma può essere anche qualcosa di molto più banale, che riguarda ciascuno di noi e al quale ci affidiamo senza rendercene conto. The Master parla di questo ed è un capolavoro. Quando, nel blog, auspico un cinema che dal particolare diventa universale mi riferisco proprio a film di questo calibro e ad autori immensi come Paul Thomas Anderson, che concepiscono la Settima Arte come una tecnica strumentale al risultato, come una visione finalizzata al significato. E come una filosofia che racchiude l'Assoluto e poi scompare.

Emiliano Dal Toso

La Migliore Offerta

Il cinema di Giuseppe Tornatore ha due volti nettamente distinti. Il primo è quello felicemente malinconico, quello che gli ha fatto ottenere l'Oscar, quell'autobiografismo bigger than life emozionante e scontato, popolare e cerchiobottista, che lo fa piacere un po' de qua e un po' de là. Per intenderci, quello dell'infanzia e dei Philippe Noiret, quello dei pianisti sull'oceano e dei Tim Roth, quello dell'autoerotismo e delle Monica Bellucci. Purtroppo, anche quello che è naufragato nel tronfio e confuso Baarìa, la sua opera peggiore di sempre. Il secondo è più oscuro, complesso ma indubbiamente più interessante, cioè quello che lo ha consacrato come un autore sensibile e feroce ne La sconosciuta e in Una pura formalità, il suo lavoro migliore. Fino ad ieri. Da oggi, con grande sorpresa e piacere, è possibile annoverare tra i capolavori del regista siciliano La Migliore Offerta, il primo film distribuito nelle sale cinematografiche nel 2013. Si tratta di un inizio grandioso. Peppuccio ha tenuto riservato il set e ha anticipato pochissimo sulla trama. Si sa che il cast è di levatura internazionale e che l'ambientazione è in una indefinita città europea. Il protagonista è Geoffrey Rush nei panni di un battitore d'aste solitario ed enigmatico. Non aggiungerei altro. Lo sviluppo narrativo è talmente coinvolgente e coraggioso che merita di non essere svelato. Per definizione dello stesso Tornatore, è "un film sull'arte intesa come sublimazione dell'amore, ma anche un film sull'amore inteso come frutto dell'arte." E', però, anche una riflessione dolorosa e attuale sulla maniacalità e sull'ossessione, sul collezionismo e sull'alienazione, concetti che vengono genialmente riconcepiti in un'ottica salvifica. Non c'è dubbio che La Migliore Offerta possieda una forza contenente uno spirito dei tempi cupo e pessimista. Non ho in mente un Tornatore così privo di speranza, così abbandonato a una disillusione cosmica. Per la prima volta, i suoi personaggi non offrono alcuna empatia con lo spettatore, rimanendo distaccati e ostici anche nei momenti apparentemente più rilassati. Alcuni passaggi, addirittura, sembrano provenire dall'horror, raccontati nella tessitura del thriller. Ciononostante, non mancano battute di grande brillantezza ("Vivere con una donna è come un’asta: non sai mai se la tua è la migliore offerta" oppure "Nella simulazione c'è sempre qualcosa di autentico. Si può simulare anche l'amore?"). Esteticamente, è un film di una eleganza strepitosa ma di fronte a una sostanza talmente terribile e viscerale la forma passa in secondo piano, cosa insolita per Tornatore. Inutile rimarcare la grandezza di un attore come Rush, mentre è da evidenziare il ritorno di un Morricone in gran forma, che offre un tessuto sonoro variegato e sorprendente, perfettamente in armonia con i toni ambigui e disturbanti di una inaspettata pietra miliare del cinema del nuovo millennio.

Emiliano Dal Toso



sabato 29 dicembre 2012

Tre Belli - Dicembre 2012

La Parte Degli Angeli - Ken Loach
Il più bel film di Natale. Ken è costretto a fare i conti con la fine dei sogni e, per non piangere, si dedica a un'altra favola proletaria, col cuore di chi non ha mai alcun dubbio per chi parteggiare. I suoi misfits regalano alcuni momenti di comicità vera, umana, senza aver nulla da perdere perchè ormai non si ha più niente. Ad inseguire una strada migliore, a stringere i denti e a sputare per terra, perchè il mondo non si può cambiare ma dobbiamo almeno assaggiare il suo gusto più dolce. Voto: 8

Ruby Sparks - Jonathan Dayton, Valerie Faris
Vorremmo tutti la nostra Ruby Sparks, vedersi materializzare la nostra ragazza dei sogni, solo per noi, tutta per noi, come piace a noi. O forse no. Un bravissimo e alleniano Paul Dano, scrittore enfant prodige in crisi creativa, è il trascinatore di una commedia molto carina, forse troppo, che diverte e si fa dimenticare. Restano, però, un paio di passaggi da inguaribili romantici, nel quale il nostro lato più malinconico prende il sopravvento e ci invade. Voto: 7

E Se Vivessimo Tutti Insieme? - Stephane Robelin
Una sorpresa inaspettata, un ritratto della terza età tenero e realista, molto più vicino agli aspetti dolorosi ma ancora vitali della Polley di Away From Her piuttosto che alla cupa e pesante descrizione di Haneke. Robelin calibra ottimamente sorriso e lacrima, sostenuto da un quintetto di attori in grandissima condizione (Jane Fonda su tutti). Cinema francese, mai superficiale, si esce dalla sala con l'umore un po' più alto. Voto: 7
Emiliano Dal Toso
 





 


mercoledì 26 dicembre 2012

Paul Thomas Anderson Gallery: Ubriaco D'Amore

Ho una tale forza dentro che neanche te la sogni.
 
Rimarrà alla storia come il film minore di Paul Thomas Anderson, forse perchè il più corto, forse perchè il meno articolato, forse perchè viene immediatamente dopo Magnolia. Ubriaco D'Amore è sghembo, spiazzante. E' certamente il lavoro più suggestivo, anarchico ed ermetico di Anderson, quello in cui il regista americano si fa maggiormente trascinare dall'intuito, dall'irrazionalità, dal proprio talento tecnico. Stilisticamente, mette le basi per il successivo Il Petroliere. Contenutisticamente, prosegue il discorso di Magnolia sull'insensatezza delle combinazioni e sull'inspiegabilità del mondo. Si concentra sulla vita di Barry Egan, americano goffo, insicuro, schiacciato dal peso di sette insopportabili sorelle. Uno che non poteva far altro che mettere su una ditta di sturalavandini. Uno che non ha altri interessi che comprare la maggior quantità possibile di budini per sfruttare una promozione che permette di accumulare miglia aeree. Uno che chiama le linee erotiche e le utilizza per parlare della propria vita personale. Conosce Lena che, forse per spirito crocerossino forse per nessun motivo sensato, si interessa a lui, finendo per innamorarsene. Lui, però, prima deve comprare più budini possibili e risolvere una questione con quelli delle linee erotiche, che stavano per approfittarsi della sua ingenuità per utilizzare la sua carta di credito. Barry Egan è interpretato da Adam Sandler, attore che prima di Ubriaco D'Amore aveva girato soltanto film demenziali di grado bassissimo, robe in confronto alle quali i Farrelly hanno la profondità di Bergman. Per questo, probabilmente, il quarto lavoro di Paul Thomas non è stato subito preso sul serio. Lo metto subito in chiaro: Sandler è gigantesco. Paul Thomas gli tira fuori tutto ciò che di drammatico, patetico, terribile e romantico nasconde un attore comico. Lo esalta, portandolo a diventare un termine di paragone (spesso, con gli amici, lo prendo come esempio per confrontare prestazioni di altri attori comici in ruoli più o meno drammatici). Come Carrey in The Truman Show. Come Ferrell in Vero come la finzione. Peccato che solo in poche altre occasioni Sandler si sia ripetuto (molto bene in Funny People e Spanglish, meno bene in Reign Over Me). Per il resto, Ubriaco D'Amore prende una direzione tutta sua, quasi sbeffeggiando i canoni della commedia classica americana. Racconta una storia d'amore vissuta da un uomo che non ha la minima comprensione di che cosa sia il mondo e come funzioni. Almeno un paio di passaggi di bellezza esagerata: la prima telefonata alla linea erotica, girata in interno con un lungo piano sequenza (dio, come usa il piano sequenza); la citofonata di Lena al portinaio per avvisare Barry che lo avrebbe voluto baciare. E' una delle commedie romantiche più disequilibrate e parossistiche del decennio passato, una delle più belle. Forse, più di Magnolia, è il vero film di Paul Thomas sul vuoto pneumatico dell'esistenza.

Emiliano Dal Toso
 


lunedì 24 dicembre 2012

Paul Thomas Anderson Gallery: Il Petroliere

Io sono un falso profeta, Dio è una superstizione.
 
Credo che sia dovuto prepararsi all'uscita imminente di The Master ripassando un po' la filmografia di Paul Thomas Anderson, dal mio punto di vista il regista americano più importante e imponente degli ultimi vent'anni, forse l'unico che persegue una statura classica e magniloquente ma, nello stesso tempo, autorale e fortemente anticommerciale. Non c'è il minimo dubbio che Il Petroliere sia un film epico, e potrebbe apparire come il recupero di un certo cinema popolare e colossale, caratterizzato da un grosso dispendio di mezzi e di denaro. E' sorprendente, invece, che il costo totale del film non superi i 25 milioni di dollari, cifra assolutamente contenuta per gli standard hollywoodiani. Ciò non toglie che il quinto lavoro di Paul Thomas sia uno spettacolo assoluto di sfruttamento di tutte le risorse possibili che può offrire una macchina da presa. Anderson si era già rivelato un regista tecnicamente mostruoso con Magnolia, ma in questo caso compie un lavoro davvero eccezionale, coordinando come un direttore d'orchestra ogni minimo aspetto. Numerose sequenze sono caratterizzate da un graduale crescendo che si realizza con piani sequenza e carrellate, supportate da una colonna sonora nervosa e sincopata, fatta di incessanti dissonanze minimali. L'effetto è pazzesco, un registro tecnico perfettamente in sintonia con il suo contenuto. Il Petroliere racconta l'ascesa economica di Daniel Plainview, cercatore di petrolio, descrivendolo in tutta la sua devastante ambizione. Paul Thomas scava nelle radici del capitalismo, concentrandosi sulla sua naturale e smisurata negatività. Sarebbe, però, semplicistico concentrarsi esclusivamente sugli aspetti legati al denaro e al potere. Come tutti i suoi lavori precedenti, descrive gli aspetti dominanti della società americana, contrapponendoli, analizzando le sue contraddizioni: il successo, la famiglia, la religione, l'individualismo. A tal proposito, emblematici  i contrasti tra il capitalista Plainview e l'evangelista Eli Sunday, entrambi rappresentanti di due capisaldi della cultura americana, entrambi corrotti e corruttori, spinti al compromesso soltanto per convenienza, affamati di cupidigia e sopraffazione. Vorrebbero scannarsi in ogni sequenza ma non lo fanno perchè l'uno può essere utile all'altro, almeno fino a quando non rimane altro che il desiderio di umiliazione. Troppi i passaggi indimenticabili: impossibile non segnalare l'incidente che causa la sordità del piccolo H.W., adottato da Plainview per questioni di immagine e non per desiderio di paternità; la confessione di Plainview in Chiesa e la sua richiesta di perdono; l'animalesca resa dei conti in una sala da bowling. Di fronte a questa grandiosa parabola di fango, sangue e nichilista ricerca della felicità, le donne scompaiono, non hanno un ruolo. Uscito in Italia nei primi mesi del 2008, ebbe 8 nomination agli Oscar, tra le quali quella per Miglior Film, che andò scandalosamente a Non è un paese per vecchi. Vinse per la fotografia e per il Miglior Attore, un Daniel Day-Lewis da Storia Del Cinema, posseduto da Satana e da Dio.
 
Emiliano Dal Toso
 
 

 

giovedì 20 dicembre 2012

The French Touch: Dobermann

Giallo: buon intreccio narrativo, convenzionale senso morale del protagonista, lieto fine. Noir: intreccio narrativo curato maniacalmente, protagonista vittima di una personalissima e cristallina etica, velata critica sociale, tutti i personaggi dotati di un lato oscuro. Hard boiled: esilissimo intreccio della trama, la morale se ne va nel cesso, tutti cattivi, ultraviolenza. Le grandi regole sono più o meno queste. Nel 1997 Jan Kounen, olandese adottato dalla Francia, ha girato un capolavoro assoluto dell'hard boiled, "Dobermann". Il film è tratto da una serie di fumetti degli anni Ottanta del parigino Joel Houssin. La trama è una cazzata. Il bandito Dobermann (Vincent Cassel) rapina banche assieme alla fidanzata sordomuta (incredibilmente Monica Bellucci) e ad un improbabile circo di criminali. C'è quello ossessionato dalla religione che cita passi della Bibbia, c'è il feroce tenerone che non si separa mai dal suo cagnolino, c'è lo schizzato erotomane (Romain Duris), c'è il travestito con tanto di figlio lattante, e così via. Sono dei bastardi. Ma gli sbirri sono anche peggio. Uno su tutti, l'ispettore Cristini, sanguinario, ricattatore, simile a Mussolini nell'aspetto. Dopo una rapina la banda festeggia in un night, ma Cristini irrompe nel locale coi suoi uomini e inizia un massacro scandito dai battiti della musica techno. Alla fine il Dobermann ammazza Cristini tenendogli la testa premuta sull'asfalto, mentre sta andando a cento all'ora lungo uno dei tunnel di Parigi. Le donne sono puttane, gli uomini assassini, i travestiti traditori. Non esiste nulla di buono, tranne la cocaina. Solo un flebile soffio di ironia. Questo è l'hard boiled. Che poi magari non piace, però è questo. D'altra parte "Dobermann" è un cult, e i cult non piacciono mai a tutti. Piccola nota: durante il dolly verso l'alto che allontana la macchina da presa dal cadavere di Cristini, l'ispettore assomiglia paurosamente al duce tumefatto, fotografato dopo piazzale Loreto. Il caso non è un caso in questo film, per questo è un ottimo lavoro e non una fregnaccia, come poteva essere. Cristini, infatti, è un cognome italiano. E finisce pure in "ini".

Ivan Brentari