venerdì 17 gennaio 2014

Retrospective: Elio Petri - Parte Prima

Il bello, il brutto e il cattivo dedica una retrospettiva al grande e per certi  versi dimenticato regista Elio Petri, in occasione degli 85 anni dalla nascita (29 gennaio 1929). Le citazioni nel pezzo sono da considerarsi provenienti da Elio Petri di Alfredo Rossi (La Nuova Italia, 1979), o da vari articoli dell’epoca de “l’Unità”. Per chi volesse ulteriormente approfondire, consigliamo una visita all’aggiornatissimo sito eliopetri.net, oltre che la visione del bel documentario Elio Petri, appunti su un autore, reperibile su Youtube.
 

La figura di Elio Petri è figura complessa. Figlio del proletariato urbano romano, Petri non completa gli studi. La sua scuola si trova «per le strade, nelle cellule del partito comunista, nei cantieri del genio civile, al cinema, al varietà, nelle biblioteche comunali, leggendo i giornali e le riviste del partito, amando “Politecnico”, facendo la scuola di partito, nelle lotte dei disoccupati (…)». Comincia negli anni Cinquanta come «vice-titolare della rubrica cinematografica de “l’Unità”» e poi diventa assistente di Giuseppe De Santis, per il quale scrive diverse sceneggiature. Militante del PCI, resta vicino al partito anche dopo i fatti d’Ungheria del 1956, ma mai su posizioni piattamente acritiche. Il partito lo riama, lo coccola, gli offre visibilità, almeno fino ad un certo momento. L’assassino (1961), suo lungometraggio d’esordio ambientato a Roma, vede Marcello Mastroianni, ricettatore infame e un po’ cialtrone, coinvolto nell’omicidio dell’amante. Il film fu censurato perché dava un’immagine negativa della polizia italiana, pronta anche ad usare metodi poco ortodossi per estorcere confessioni ai sospettati. Il secondo film, I giorni contati, vincitore del Festival di Mar De La Plata ’62, è indubbiamente il più riuscito della prima parte della sua carriera. Un signore di mezza età, interpretato da Salvo Randone, vede morire un uomo e comincia a ragionare sulla propria vita. Non riesce più a lavorare, tutto perde senso. Si tratta di una riflessione sul rapporto tra tempo e vita, sul degrado nascosto che si cela nelle esistenze più comuni. Nel ’63 arriva la grande produzione. De Laurentiis finanzia Il maestro di Vigevano, tratto dal libro omonimo di Lucio Mastronardi, e offre il ruolo di protagonista ad Alberto Sordi, che impersona un insegnante elementare di ambizioni borghesi ma costretto a misurarsi con la propria condizione economica di povero. È il film peggiore di Petri, qui troppo schiacciato dalla personalità di Sordi. In realtà, per altro, Petri avrebbe dovuto dirigere I Mostri (la sceneggiatura è sua) e Risi Il maestro di Vigevano, ma poi la produzione optò per un’inversione tra i due. La decima vittima (1965), tratto da un racconto di Robert Sheckley, è un film di respiro internazionale e stilisticamente moderno, prodotto e mutilato, nel finale, da Carlo Ponti. In un futuro fumettistico, le autorità, per incanalare la violenza sociale, hanno organizzato un grande gioco in cui cacciatori e prede si fronteggiano in una gara di morte, cercando di rimanere vivi. Ursula Andress caccia un Mastroianni insolitamente biondo, ma i due poi si innamorano e volano verso il finale edulcorato dalla produzione. Con A ciascuno il suo (1967), tratto dal romanzo di Sciascia, comincia con maggior forza a baluginare in lontananza l’attitudine politica del cinema di Petri, che, fino ad allora, era stata percepibile ma non manifesta. La storia parla di una Sicilia controllata da una mafia che c’è ma non si vede e di un intellettuale vicino al PCI (Gian Maria Volontè) che cerca di risolvere un mistero. La locandina del film fu sequestrata per via della manina furbetta di Volontè che si infila tra le cosce di Irene Papas. La pellicola vinse il premio per la sceneggiatura a Cannes. Un tranquillo posto di campagna (1968), orso d’argento a Berlino, segna la svolta del cinema di Elio Petri. Il plot ruota attorno alle insicurezze e vertigini creative di un pittore di successo, le sue angosce, le sue fissazioni sentimentali e sessuali, il rischio di un’arte che diventa autoreferenziale. Era anche un’ossessione di Petri: «Dovevo affrontare i problemi di un artista che aveva perso l’ispirazione, nel senso romantico del termine, e che cercava di ritrovare i suoi rapporti con la realtà, ma ingannandosi (…). È stato a quel momento che ho deciso di non girare che film politici». O forse film popolari; per Petri politico e popolare sono sinonimi. L’opera è anche una svolta stilistica. Affiorano finalmente le inquadrature allucinate e funzionali alla resa drammatica della psicopatologia individuale e sociale, dell’allegoria politica. Un universo onirico che in Fellini affascina con una certa frivolezza, ma in Petri dilania. Nel 1969 c’è il botto. A Petri si affianca lo sceneggiatore Ugo Pirro, suo compagno anche per i successivi due film, e insieme scrivono Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Il protagonista, un clamoroso Volontè, è un alto funzionario di polizia che commette un omicidio e cerca di farsi arrestare dai suoi colleghi. Solo che non può essere arrestato. È travolto dalla propria psicologia infantile, perversa, che altro non è che l’allegoria stessa del Potere: stupido, crudele, arbitrario. Un’allegoria che però affonda le radici nel reale. Volontè parla siciliano, come molti degli alti dirigenti delle forze di polizia. È uno sbirro reale, così come reale è stata la violenza della Celere sugli studenti, pochi mesi prima dell’uscita del film. L’opera fa scalpore anche all’estero e viene recensita positivamente da Vincent Canby sul “New York Times”. È il primo passo verso l’oscar, che infatti arriva. Petri non va a ritirarlo, si fa sostituire dall’attrice Leslie Caron. Qualche settimana dopo, Indagine riceverà, sempre in America, anche il “Premio Edgar Allan Poe” per la sceneggiatura.
CONTINUA...
                                                                                                                                    Ivan Brentari
 
 

giovedì 16 gennaio 2014

Opinions: Nomination Oscar 2014

I sostenitori di Paolo Sorrentino possono cominciare a stappare le bottiglie di champagne. 'La Grande Bellezza' non avrà rivali, vincerà l'Oscar come miglior film straniero, quindici anni dopo il trionfo di Benigni. Nella cinquina finale, non ci sono 'La Vie D'Adele' di Kechiche (incredibilmente non candidato dalla Francia), 'Il Passato' di Farhadi, e non c'è nemmeno 'The Grandmaster' di Wong Kar Wai, l'unico film che poteva davvero impensierire il regista partenopeo. C'è soltanto 'Il Sospetto' di Vinterberg, eccellente thriller psicologico, che però non presenta certamente quegli ingredienti che fanno parte dell'opera di Sorrentino: non ci sono citazioni letterarie colte e inutili, non si parla di Italia in maniera guascona e ruffiana, ma di un povero disgraziato che viene scambiato per pedofilo. Non ho dubbi che i giurati dell'Academy preferiranno la prima più rassicurante proposta. Via, bene così, bravo Paolo, prendiamolo come un premio al tuo talento di regista, che si è magistralmente espresso nei tuoi primi quattro lavori. Per quanto riguarda le altre categorie, la prima cosa che salta all'occhio è la candidatura di Leonardo DiCaprio come miglior attore protagonista per 'The Wolf of Wall Street', soltanto la seconda dopo 'The Aviator'. Tifiamo per lui, anche se dovrà vedersela soprattutto con Matthew McConaughey in 'Dallas Buyers Club', quotatissimo, soprattutto per la tematica delicata che ha a che fare con il suo personaggio. Gli altri candidati sono Bale, Ejiofor e Dern: li vedo un po' indietro. Tra i non protagonisti, l'impressione è che possa farcela Bradley Cooper per 'American Hustle', alla sua seconda nomination consecutiva. Attenzione a Jared Leto e a Micheal Fassbender, anche se la mia simpatia va certamente al grande Jonah Hill (co-protagonista in 'The Wolf Of Wall Street'). Sfida a due tra Cate Blanchett ('Blue Jasmine') e Judi Dench ('Philomena') per la statuetta come attrice protagonista. Non credo che la vinceranno nuovamente la Streep e la Bullock (grazie al cielo), ma darei un'occhiata alla provocante Amy Adams di 'American Hustle'. Grande equilibrio tra le non protagoniste: non saprei dare un nome, mi piace molto la Sally Hawkins di 'Blue Jasmine', non mi è dispiaciuta la Lawrence in 'American Hustle', ma il cuore batte sempre per Julia Roberts, candidata per 'I Segreti Di Osage County'. Julia è come il buon vino, migliora invecchiando, sotto tutti i punti di vista. Arrivando ai candidati per la statuetta principale, trovo davvero ingiustificata la presenza di 'Gravity', normalissimo prodotto medio, che è stato vittima di una quantità eccessiva di sovrainterpretazioni. Non mi strappo i capelli per 'Captain Phillips' e per 'American Hustle', mentre ho molta simpatia per 'Philomena' di Stephen Frears. Attendiamo di vedere gli altri candidati: 'Nebraska' di Payne (che esce oggi), 'The Wolf Of Wall Street' di Scorsese (giovedì prossimo), 'Dallas Buyers Club' di Jean-Marc Vallèe (il 30 gennaio), 'Her' di Spike Jonze (il 13 marzo) e, soprattutto, il favorito '12 Anni Schiavo', terza fatica di Steve McQueen dopo i bellissimi 'Hunger' e 'Shame', in uscita il 20 febbraio. Chiudo facendo notare l'assenza del mio film americano preferito degli ultimi mesi, ovverosia 'The Counselor' di Ridley Scott, noir cupissimo e disperato, per il quale Javier Bardem e Cameron Diaz avrebbero senz'altro meritato una menzione tra i non protagonisti, e anche qualcosa in più. Troppo sgradevoli, troppo iconoclasti i loro personaggi, per poter convincere il perbenismo obamiano dell'Academy.

Emiliano Dal Toso


lunedì 13 gennaio 2014

Il Capitale Umano VS. La Grande Bellezza

Ho visto recentemente 'Il Capitale Umano' di Paolo Virzì e, nel giorno dell'assegnazione del Golden Globe come miglior film straniero a Paolo Sorrentino per 'La Grande Bellezza' (premio che lo rende il favorito principale alla notte degli Oscar), è stato per me inevitabile raffrontare i due lavori. Per l'amor di dio, sono due film diversissimi, e non è obbligatorio trovarci, per forza, qualcosa in comune. Personalmente, a me diverte molto di più farlo che non farlo, mi sembra un giochetto divertente, anche se non del tutto corretto. Va detto che per entrambi è indubbio che ci sia l'ambizione di gettare uno sguardo sulla contemporaneità del nostro Paese, in maniera alquanto critica. Su entrambi, si cela l'ombra delle conseguenze del berlusconismo: nel film di Sorrentino, è inutile negarlo, sono chiari i riferimenti alla degenerazione dei costumi, alla disillusione, al trionfo del vacuo e del superficiale; in quello di Virzì, invece, i temi centrali sono l'avidità e la centralità del denaro e degli interessi economici nei rapporti interpersonali. Ora, non voglio entrare nelle polemiche relative a quanto questi film rappresentino più o meno correttamente il nostro Paese. Mi interessa, però, soffermarmi sul modo diverso con il quale i due registi si sono approcciati al loro obiettivo: Virzì sceglie di adottare un genere ben preciso, quello del noir, adottando oltretutto uno schema narrativo anticonvenzionale (il film è suddiviso in quattro capitoli, ciascuno dei quali ha un punto di vista differente); Sorrentino, invece, preferisce un approccio molto più anarchico e meno schematico. Ciononostante, per quanto apparentemente più libero, è proprio il film di Sorrentino a essermi sembrato più schiavo delle sue convinzioni e della sua retorica. 'La Grande Bellezza' non riesce mai ad andare veramente fuori dal macchiettismo dei suoi personaggi, da un certo autocompiacimento registico, e, soprattutto, trova proprio nella gestione narrativa e nella sceneggiatura i suoi punti più deboli: troppi passaggi vengono lasciati in sospeso, talmente è tanta la carne al fuoco, e i riferimenti colti e letterali sembrano più uno sfoggio ridondante e intellettualistico, piuttosto che una reale necessità. Il risultato è quello di un film che sembra voglia sparare su un universo borghese, palesemente ridicolo e volgare, troppo facile da prendere come bersaglio. Aggiungo che non sono affatto sorpreso che 'La Grande Bellezza' possa piacere agli americani, o meglio, penso che piaccia proprio perchè rappresenta bene l'idea che hanno gli americani di noi: quella di un Paese simpatico, guascone, che sa anche fare autocritica, autocelebrandosi (dopotutto, Roma è sempre la città più bella del mondo). Tutte queste caratteristiche non si ritrovano certamente ne 'Il Capitale Umano'. Per quanto il tono del regista livornese sia più ironico che veramente sarcastico, mi è sembrato che il ritratto alto-borghese dei personaggi risulti più feroce e meno ruffiano. E questo, soprattutto grazie a una solida costruzione narrativa, a una trama semplice che non viene mai lasciata al caso. Ne 'Il Capitale Umano' tutto torna, ogni suggestione, emotiva e narrativa, ha la sua chiusura del cerchio. In questo modo, la robustezza dell'incastro risulta in grado di offrire una particolare credibilità al contesto: la Brianza descritta da Virzì è davvero un luogo universale, nel quale tutto ha una valutazione economica, non esistono altri criteri di valutazione, non hanno senso altre sfumature. Ne 'Il Capitale Umano', la scelta vincente è quella di optare per delle regole (narrative e di genere) precise e definite: non c'è spazio per superflue considerazioni filosofiche, e si evitano concessioni a un certo tipo di retorica un po' populista. Eppure, ne viene fuori una rappresentazione di una certa Italia più complessa e più inquietante, per la quale non è mai davvero possibile provare un po' di compassione, e non è possibile trovare un minimo di consolazione.

Emiliano Dal Toso



mercoledì 8 gennaio 2014

Il Grande Match


Per tutti quelli che a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta hanno fatto di 'Rocky' e 'Toro Scatenato' i loro film preferiti, non può essere ignorata l'uscita nei cinema de 'Il Grande Match', nona regia del commediante Peter Segal, che raduna due campioni assoluti del cinema americano, Sylvester Stallone e Robert De Niro, per una commedia dai risvolti citazionisti e autoironici. Infatti, la pellicola è colma di riferimenti proprio a quei titoli sopra citati, quei titoli che ancora oggi sono in grado di emozionare e commuovere grazie alla loro epica narrativa e al loro fascino sportivo, virile, maschio. Stallone e De Niro interpretano rispettivamente Henry "Razor" Sharp e Billy "The Kid" McDonnen, due pugili di Pittsburgh finiti sotto ai riflettori a causa della loro accanita rivalità. Trent'anni dopo il loro ultimo match, il promoter Dante Slate Jr., intuendo la possibilità di creare uno strabiliante evento televisivo, fa ai due ex boxers, acciaccati e mezzi disoccupati, una proposta che non possono rifiutare: tornare sul ring e regolare i conti una volta per tutte. Inizialmente restii all'idea, i due si faranno convincere proprio perchè il loro odio reciproco è rimasto intatto e viscerale. Non solo rivalità sportiva, dunque, ma anche antipatia umana, dovuta oltretutto alla presenza di una donna (Kim Basinger) che ai tempi non si fece scrupoli a infilarsi nel letto dell'uno e dell'altro. I nostri cari amati Sly e Bob si divertono e fanno divertire. Lo spettatore non può far altro che prendere atto dell'assoluta mancanza di pretese della pellicola e stare al gioco, magari giocando a cogliere il numero più alto possibile di citazioni e di parodie che vengono fatte nel film. A tal proposito, non possiamo evitare di citare la sequenza in cui "Razor" viene obbligato dal suo allenatore (Alan Arkin) a bere un bicchiere di uova, oppure quella in cui si rifiuta di prendere a cazzotti la carne nella cella frigorifera. Ma la più riuscita e divertente è quella in cui nell'incontro contro "The Kid" chiede ai suoi "uomini" di aprirgli l'occhio, proprio come faceva Balboa nell'indimenticabile finale del primo 'Rocky'. Questi sono solo alcuni dei graditi "richiami" de 'Il Grande Match', che non risparmia neppure una stoccata nei confronti dell'MMA, la disciplina sportiva che era al centro del film 'Warrior', rea di essere in realtà fasulla, avvicinandosi più al wrestiling che alla Nobile Arte del pugilato. In conclusione, 'Il Grande Match' risulta essere un'operazione lieve e godibile, ironica e autoironica, caratteristiche rare in un Cinema sempre più privo di nuovi eroi in cui riconoscersi, di icone maschili a cui affidarsi. E anche se imparagonabile ai (capo)lavori di Avildsen e Scorsese, Peter Segal riesce a regalare due ore di puro divertimento, dando la possibilità a Stallone e a De Niro di ridere di loro stessi e della loro carriera, in modo particolare di quei ruoli che li hanno fatti entrare nell'immaginario collettivo. Che bella cosa. E in un mondo sempre più dominato dalla paura di non essere presi sul serio, un film, seppur passatista, come 'Il Grande Match' sembra una ventata di aria fresca.

Emiliano Dal Toso


sabato 4 gennaio 2014

Top Ten Video Musicali

10 - Bittersweet Symphony - The Verve diretto da Walter Stern (1997)
Richard Ashcroft, magro, altissimo, arrogante, superfigo, cammina per la strada fottendosene di scostarsi quando incrocia le altre persone. Grande pezzo, video efficacissimo, che rende molto bene l'idea del personaggio, il leader di una delle migliori band Anni Novanta, che ha espresso molto meno del suo potenziale.

9 - The Importance Of Being Idle - Oasis diretto da Dawn Shadforth (2005)
Uno dei pezzi più belli degli Oasis per un video davvero eccezionale, che rende omaggio ai film neorealisti inglesi degli anni Sessanta, con un Rhys Ifans scatenato che balla e dirige il funerale di se stesso. La canzone è un auto celebrazione di Noel Gallagher, che rivendica "l'importanza di essere pigro". Il titolo è tratto da un romanzo del 2001 di Stephen Robins.

8 - Scar Tissue - Red Hot Chili Peppers diretto da Stephane Sednaoui (1999)
I RHCP ritornarono sulle scene alla fine degli Anni Novanta, reintegrando nella formazione John Frusciante, allontanato per motivi di droga. Nel video, compaiono su un auto nel deserto sfatti, feriti e incerottati, come a voler ribardire che la droga e le disgrazie della vita li hanno segnati ma non li hanno sconfitti. Il pezzo fa parte di 'Californication', album celeberrimo, quello della svolta dal funky alle ballate malinconiche.

7 - Heart-Shaped Glasses - Marilyn Manson diretto da Marilyn Manson (2007)
Pezzo capolavoro del Reverendo, tratto dal suo album di gran lunga migliore, ovverosia 'Eat Me, Drink Me', tutto incentrato sulla rottura con la ex moglie Dita Von Teese. Non a caso, nel video la protagonista assoluta è Evan Rachel Wood, all'epoca sua fidanzata, che cita 'Lolita' e insieme a Marilyn guidano a massima velocità, fanno sesso ricoperti di sangue, e alla fine muoiono. Amore e autodistruzione.

6 - Weapon Of Choice - Fatboy Slim diretto da Spike Jonze (2001)
Video premiatissimo, con Christopher Walken, elegante cliente dell'albergo Marriott di Los Angeles, che si lascia andare a danze irrefrenabili e spericolate, ballando sulle note irresistibili di Fatboy Slim. Il pezzo fa parte dell'album 'Halfway Between The Gutter And The Stars', titolo che allude all'aforisma di Oscar Wilde "we are all in the gutter but some of us are looking at the stars".

5 - Out Of Control - Chemical Brothers diretto da W.I.Z. (1999)
Video davvero pazzesco, che si riferisce al conflitto tra il governo messicano e il gruppo rivoluzionario dell'EZLN. Rosario Dawson cerca di distrarre l'esercito provocandolo sessualmente, e poi lancia una bottiglia incendiaria che si rivela essere quella di una marca che si rifà alla Coca-Cola. In realtà, si tratta di uno spot pubblicitario e il video si chiude con le immagini reali della battaglia ripresi da una camera a spalla.

4 - Aerodynamic - Daft Punk diretto da Leiji Matsumoto (2001)
Scelgo questo pezzo tra tutti quelli dell'album 'Discovery', legato inscindibilmente alle immagini del cartone animato 'Interstella 5555' di Matsumoto. Durante 'Aerodynamic', i quattro protagonisti musicisti tentano di fuggire dall'attacco degli invasori. Immortale il riff elettro-rock dopo un minuto e tre secondi, che sottolinea la corsa disperata del chitarrista.

3 - We Don't Care - Audio Bullys diretto da Walter Stern (2003)
Eccezionale. La quotidianità di un ragazzino zarro di dodici anni che cammina per la periferia inglese, guarda male il proprietario di una Volkswagen, entra in un pub, si mette a flirtare con una strattona ultra quarantenne e viene bloccato da un amico più grande di lui prima di sfogarsi in una rissa. Finisce con lui che esce e torna a casa a testa bassa.

2 - Coffee & Tv - Blur
diretto da Garth Jennings (1999)
Uno dei brani più indimenticabili del gruppo di Albarn e Coxon, con quest'ultimo protagonista del video insieme a un contenitore del latte, che va alla sua ricerca perchè dato per scomparso dalla famiglia. Nel tragitto, affronterà diverse peripezie e avrà modo di innamorarsi di una contenitrice del latte femmina. Nel finale, lo stesso Coxon lo getterà nella spazzatura, ma la sua anima salirà in cielo dolcemente accompagnata.

1 - Hurt - Johnny Cash diretto da Mark Romanek (2002)
L'epitaffio di Johnny Cash. Poche cose sono più commoventi di questi quattro minuti. Dentro c'è tutta la sua vita, insieme ad alcuni passaggi di Storia degli Stati Uniti D'America. Il primo a vederlo fu Trent Reznor, l'autore originale delle canzone, che rimase senza parole. Cash la fece sua e la travolse in un pezzo incredibile, in un atto d'amore elegiaco e consapevole.








domenica 29 dicembre 2013

Top Ten Attori Brillanti

10 - Owen Cunningham Wilson - Dallas, 1968
Attore di una simpatia naturale, un po' malinconico, ha senz'altro convinto in modo definitivo interpretando l'alter ego di Woody Allen in 'Midnight in Paris' ma già l'amico Wes Anderson ne aveva intuito le potenzialità ne 'I Tenenbaum', in 'Steve Zissou' e, soprattutto, ne 'Il Treno Per Il Darjeeling'. Nel 2007 ha tentato il suicidio per depressione e dipendenze da droghe, dopo la tormentata relazione con la poetessa Erzsebet Beck. Da notare il naso storto e schiacciato, dovuto a una rissa dei tempi del liceo.

9 - Jason Jordan Segel - Los Angeles, 1980
Lanciato dalla serie televisiva 'How I Met Your Mother', si rivela anche al cinema con l'esilarante interpretazione di 'Non Mi Scaricare', seguita da quella altrettanto spassosa di 'I Love You, Man', bigino della bromantic comedy. E' anche sceneggiatore e compositore musicale, e ha fortemente voluto l'ultimo film dei Muppet, di cui è un grande fan, che ha scritto e prodotto. Faccia da bontempone e ruoli da bravo ragazzo fessacchiotto non gli hanno impedito di essere l'ultimo fidanzato dell'incantevole Michelle Williams.

8 - Thomas Jacob Black in arte Jack Black - Hermosa Beach, 1969
A detta mia e di un mio amico, uno dei talenti più sprecati dal cinema americano degli ultimi anni. Definito una decina di anni fa "il nuovo John Belushi", ha avuto tutte le potenzialità per replicarne la comicità fisica e sovversiva. Purtroppo, non sono tantissimi i ruoli da protagonista andati a segno: 'School Of Rock' di Linklater e 'Be Kind Rewind' di Gondry. E', comunque, un eccellente musicista rock, leader dei Tenacious D, dai quali è sorto il divertente 'Tenacious D e il destino del rock'. Sposato, non ci sono gossip rilevanti da segnalare.

7 - Paul Stephen Rudd - Passaic, 1969
Negli anni Novanta veniva utilizzato come un possibile sex symbol da copertina, ha dato una radicale svolta alla sua carriera grazie a Judd Apatow, che ne ha intuito le caratteristiche dell'ideale attore da commedia. Molto prolifico, in Italia non è conosciutissimo, benchè siano molti i titoli interessanti: oltre ai già citati 'Non Mi Scaricare' e 'I Love You, Man' non può essere ignorato quel delizioso gioiello che è 'Come Lo Sai', firmato James L. Brooks. Lo aspettiamo al varco in 'Prince Avalanche' di David Gordon Green. Anche su di lui, poco gossip.

6 - Adam Richard Sandler - New York, 1966
Attore comico unico, di una fisicità goffa e sgraziata strepitosa, anche lui malamente utilizzato dal cinema americano. Tra i pochi ad averlo capito Paul Thomas Anderson, che gli offre la clamorosa interpretazione di Barry Egan in 'Ubriaco D'Amore'. Altri titoli notevoli: 'Spanglish' di James L. Brooks e 'Funny People' di Judd Apatow. Si è perso in una serie infinita di lavori di una comicità di grado infimo, ovverosia quelli girati da tale Dennis Dugan. Inizialmente, Tarantino aveva pensato a lui per un ruolo in 'Bastardi senza gloria', ma anche quella fu un'occasione persa.

5 - Vincent Anthony Vaughn in arte Vince Vaughn - Minneapolis, 1970
Adorabile, la sua sola presenza mi mette di buon umore, anche quando non ha battute. Parte alla grande scrivendo con l'amico Jon Favreau l'intelligentissimo 'Swingers', seguono una serie di ruoli drammatici più o meno convincenti. Ma la sua incredibile simpatia si rivela in alcune pellicole di cui è mattatore: 'Old School', 'Palle al Balzo', 'Wedding Crushers'. Si permette anche una parte indimenticabile nel meraviglioso 'Into The Wild', in cui interpreta il trebbiatore Wayne Westerberg. E' stato fidanzato per cinque anni con Jennifer Aniston, con la quale ha girato il godibile 'The Break-Up'.

4 - John William Ferrell in arte Will Ferrell - Newport Beach, 1967
Un folle, geniale e imprevedibile demente. Incredibile ed esilarante nel ruolo dello stilista Mugatu in 'Zoolander', fuori di testa in 'Elf', irrefrenabile in 'Anchorman'. Che non sia un completo coglione, però, lo intuisce Woody Allen, che gli offre un gran bel personaggio in 'Melinda e Melinda'. Ed è il protagonista di quella che considero la commedia più bella del decennio passato, 'Vero Come La Finzione', in cui interpreta un funzionario delle tasse con grazia nostalgica e poesia. Sposato da quindici anni, viene doppiato quasi sempre da Pino Insegno.

3 - Seth Rogen - Vancouver, 1982
Giovanissimo, propone ad Apatow la sceneggiatura di 'Suxbad', un capolavoro. Scrive anche quelle di 'Strafumati' di Gordon Green e di 'The Green Hornet' di Gondry e a trent'anni gira il suo primo film da regista, 'Facciamola Finita'. Attore totale, "malin-comico", ha già una serie di titoli alle spalle di assoluto valore: 'Zack And Miri', 'Funny People', '50 e 50'. Ma è soprattutto in 'Take This Waltz' che si rivela di una spanna superiore, impressionando nei panni del marito lasciato da Michelle Williams con un'interpretazione sfumata e commovente. Nulla da segnalare per quanto riguarda la vita privata.

2 - William James Murray in arte Bill Murray - Wilmette, 1950
Monumentale. Un mito vivente. Seppur di una generazione più vecchia, non me la sono sentita di escluderlo, perchè nello scorso decennio è stato capace di reinventarsi una nuova carriera e di proporsi alle nuove generazioni: praticamente presente in tutto Wes Anderson, struggente, elegante, magnifico in 'Lost In Translation' e in 'Broken Flowers'. Il titolo più amato, però, è 'Ricomincio Da Capo', tragicommedia esistenziale. E pensare che se fosse rimasto in vita Belushi non sarebbe stato nel cast di 'Ghostbusters', mentre inizialmente il protagonista de 'L'Attimo Fuggente' doveva essere lui e non Robin Williams.

1 - James Eugene Redmond Carrey in arte Jim Carrey - Newmarket, 1962
Jim Carrey è una delle ragioni per le quali ho deciso di fare del Cinema non un semplice interesse, ma una passione. Jim Carrey ritorna sempre, nelle giornate, nella Vita, perchè basterebbero quelle facce, quei personaggi a dare un significato a tutto questo. In film come 'The Truman Show', 'Man On The Moon', 'Se Mi Lasci Ti Cancello' Jim Carrey trasforma la sua comicità in Arte Drammatica, in sconfitta, in ribellione, in Poesia. E' la maschera comica che diventa tragica, è la risata che nasconde una lacerante insofferenza. Ed è il dolore che si fa travolgere dal riso liberatorio e dal suo Genio, senza regole, senza limiti.












mercoledì 25 dicembre 2013

Top Ten Attrici Che Mi Rubano Il Cuore

10 - Zooey Claire Deschanel - Los Angeles, 1980
Icona indie-rock, può annoverare tra la lista dei suoi fidanzati Jason Schwartzman e Ben Gibbard dei Death Cab For Cutie, che ha poi sposato e abbandonato. La ricordo giovanissima in 'Elf' con Will Ferrell ma è ovviamente con '500 giorni insieme' che è entrata nel nostro cuore. Ha sicuramente molto stile, cosa che le permette di entrare in classifica, oltre a due occhi color del cielo azzurro d'estate.

9 - Milena Markovna Kunis in arte Mila Kunis - Cernovcy, 1983
Considerata una delle donne più sexy del mondo, non possiamo non rimproverarle le sue scelte in tema di maschi: Macaulay Culkin e Ashton Kutcher. Dotata di una vis comica davvero notevole (è la doppiatrice di Meg ne 'I Griffin'), ci ha fatto sobbalzare dalla sedia più di una volta ne 'Il Cigno Nero' e in 'Amici Di Letto', anche se è già con 'Non Mi Scaricare' che comincia a non farsi dimenticare.

8 - Rachel Anne McAdams - London, 1978
Bionda, rossa o bruna, ci piace da impazzire. La prima ad averla notata è stato il nostro Paolo Virzì, e questo secondo me dovrebbe essere un motivo di vanto per l'Italia e per gli italiani. Ma sono stati gli ultimi lavori quelli con i quali abbiamo definitivamente ceduto: 'Morning Glory', 'Midnight in Paris' (alla quale il buon Woody non nega più di una inquadratura gradita), 'Passion' e 'Questione Di Tempo'. Anche a lei una bacchettata per l'ex fidanzato: Ryan Gosling.

7 - Shannon Marie Kahololani Sossamon in arte Shannyn Sossamon - Honolulu, 1978
Chi è questa sconosciuta, si chiederà il lettore più sprovveduto? Shannyn ha girato pochi film che sono arrivati da noi, ma quei pochi titoli sono tra quelli che amiamo di più in assoluto, anche e soprattutto per merito suo. Ricordate '40 giorni e 40 notti? E 'Il Destino Di Un Cavaliere'? Ma è con 'Le Regole Dell'Attrazione' (tra i film della vita) che Shannyn si fissa come un chiodo nella testa, in un ruolo che vale una carriera. 

6 - Evan Rachel Wood - Raleigh, 1987
Chiacchieratissima, ex adolescente maledetta, fidanzata per tre anni con Marilyn Manson, con il quale ha girato il bollente video di 'Heart Shaped Glasses'. Ora, pare abbia messo la testa a posto: è sposata con Jamie Bell, ex Billy Elliot. Ad ogni modo, sempre bellissima, e davvero indimenticabile nel commovente 'The Wrestler'. Ed anche quella vecchia volpe di Woody la adora: di lei si innamora il cinico Larry David in 'Basta che funzioni'.

5 - Michelle Ingrid Williams - Kalispell, 1980
Ai tempi di 'Dawson's Creek' le preferivamo Katie Holmes, poi Michelle pian piano ci ha conquistato, rivelandosi in tutta la sua bravura e la sua malinconica bellezza. Tra le attrici drammatiche più intense degli ultimi anni: 'La Terra Dell'Abbondanza', 'Io Non Sono Qui', 'Blue Valentine', 'Take This Waltz'. Una caterva di ex fidanzati: oltre al compianto Heath Ledger, si annoverano il cantante indie Conor Oberst, Spike Jonze e il grande Jason Segel. Dolce, elegante, bellissima: gran classe.

4 - Carey Hannah Mulligan - Londra, 1985
Si è fatta amare immediatamente dopo 'An Education', sfoggiando binomio sorriso più fossette da colpo di fulmine, e non ha tradito le prime impressioni confermandosi attrice sensibile e magnifica nei successivi 'Drive', 'Non Lasciarmi' e 'Shame'. E anche ne 'Il Grande Gatsby' è tra le poche note positive. Fidanzata per anni con Shia LaBeouf, lo ha mollato per sposare Marcus Mumford dei Mumford And Sons. A dir poco fortunato, quest'ultimo ha un aspetto da quarantenne alcolizzato, malgrado sia un mio coetaneo.

3 - Marion Cotillard - Parigi, 1975
Divina. Attrice meravigliosa, vincitrice di un Oscar per 'La Vie En Rose', nel quale si imbruttisce in modo non indifferente per interpretare una dolente Edith Piaf. Come direbbe un mio amico, a different class. Amore vero, duraturo, incancellabile. Tutti i suoi ruoli sono caratterizzati da un alto tasso di passionalità: da 'Nemico Pubblico' a 'Inception', da 'Midnight in Paris' (di nuovo, Woody dimostra gran gusto) a 'Un Sapore Di Ruggine E Ossa'. E' fidanzata da anni con Guillaume Canet. Bravo lui.

2 - Keira Christina Knightley - Teddington, 1985
Amatissima oppure odiatissima. Io sono perdutamente innamorato di lei da quando tirava calci dietro a un pallone in 'Sognando Beckham'. Attrice particolarmente eclettica, passa dai ruoli in costume di 'Orgoglio e pregiudizio' e 'Anna Karenina' a quelli brillanti di 'Love Actually', ma è nei panni di Sabina Spielrein in 'A Dangerous Method' che ci manda letteralmente in visibilio. Ha sostituito Kate Moss come testimonial del profumo Coco Mademoiselle. Sposata con uno semi-sconosciuto, il tastierista dei Klaxons.

1 - Natalie Hershlag in arte Natalie Portman - Gerusalemme, 1981
Un angelo. Abbiamo cominciato ad amarla nei panni di Amidala, nel primo episodio della nuova trilogia di 'Star Wars'. Da lì, ha avuto modo di affermarsi anche come grande attrice: entusiasmante in 'Closer', ribelle in 'V per Vendetta', per arrivare al ruolo viscerale e maledetto di Nina Sayers ne 'Il Cigno Nero', che le ha permesso di vincere l'Oscar. Nessuna come Lei. Ex fidanzata di Gael Garcia Bernal e del cantante Devendra Banhart, ha sposato tale Benjamin Millepied, praticamente una nullità.