domenica 12 aprile 2015

Kurt Cobain - Esposizione Di Un Sentimento

Cosa ci prende, cosa si fa quando si ama davvero? Mistero.

<<Ma quanto era figo Kurt? Cazzo, quanto me lo sarei scopato>>. Queste parole sono state pronunciate da una diciottenne acerba, ancora intrisa di troppo spirito adolescenziale per avere il buon gusto di non infastidire con questa sgradevole dichiarazione un ventiquattrenne che ha trascorso giornate intere degli anni liceali ad ascoltare i Nirvana, a idolatrare Cobain imparandone a memoria i testi, leggendo libri su libri che parlassero di lui o del suo gruppo rivoluzionario, che ha riscritto la storia del rock e che ha cambiato la percezione della vita di molte persone richiamate dalla loro poetica, dalla loro rabbia, dalla loro disperazione. L'indignazione del nostro amico ventiquattrenne, però, non è giustificabile. Anche lui, come la giovane un po' superficiale, ha conosciuto Kurt Cobain soltanto post mortem. O meglio, ha conosciuto una delle tanti versioni di Kurt Cobain, che sono state filtrate dai media dopo l'8 aprile 1994, la data del ritrovamento del suo cadavere. I seguaci dei Nirvana sono classificabili in due tipi: quelli che hanno assistito alla veloce e inarrestabile ascesa del terzetto di Aberdeen tra il l'89 e il 94, e quelli che invece non hanno potuto ammirarla, perché nel 94 erano troppo piccoli o forse non erano nemmeno nati. Questi ultimi hanno ascoltato Nevermind sapendo già come sarebbe finita la storia, introiettandola nella sua dimensione drammatica e spettrale, inevitabilmente imposta dai mezzi di comunicazione e dal pensiero comune. Gli altri, invece, hanno potuto godere di una storia ancora da scrivere, più autentica e ricca di sfumature proprio perché incerta, priva di un'inevitabile lettura mediatica che ne ridefinisse i contenuti.

"Kurt Cobain è morto sparandosi con un fucile all'età di ventisette anni. Kurt Cobain è morto sparandosi con un fucile all'età di ventisette anni. Kurt Cobain è morto sparandosi con un fucile all'età di ventisette anni. Sappiatelo." Qualsiasi biografia più o meno autorizzata, qualsiasi quotidiano, qualsiasi rivista specializzata, qualsiasi documentario che si sia occupato del cantante dei Nirvana contiene questo sottotesto, che pregiudica drasticamente un approccio puro e incondizionato. Ogni seguace post mortem dei Nirvana ha una propria idea di Kurt Cobain che non rispecchierà mai la verità. Da una parte, le teenager in piena esplosione ormonale si soffermano comprensibilmente sull'aspetto "bello e maledetto". Da un'altra, i giovani intellettuali si illudono di avere un'esclusiva capacità di interpretare i pensieri di Kurt, le emozioni di Kurt, il dolore di Kurt. Da un'altra ancora, ci sono i cinici, secondo i quali Kurt Cobain non era altro che una rockstar viziata e tossicodipendente, incapace di gestire il successo, fragile e vigliacca. In The Wrestler di Darren Aronofsky - uno dei miei film preferiti girato da uno dei miei registi preferiti - il personaggio di Randy "The Ram" Robinson, interpretato da uno straordinario Mickey Rourke, elogia il rock degli anni Ottanta, menzionando band come i Motley Crue e i Def Leppard, per poi sentenziare: "Quei gruppi sì che erano forti, dopo è arrivato quel frocio di Kurt Cobain dei Nirvana che ha rovinato tutto". Ed è proprio così, il buon Mickey non si può biasimare: l'esplosione a livello globale del grunge e della sua emotività, della sua sensibilità travestita da riff spigolosi ha fatto piazza pulita di un certo tipo di rock, quello più legato allo stereotipo dei muscoli e del sesso sfrenato nei camerini.

Ricordo ancora il giorno in cui ho comprato il cd di Nevermind in un piccolo negozio milanese di Piazza Cinque Giornate che oggi non esiste più. Chi mi conosce sa bene che anche per me, come per tanti altri ragazzi, Kurt Cobain ha ricoperto nella giovinezza un ruolo fondamentale: improvvisamente, il mondo mi è sembrato tutto uno schifo anche se non ero in grado di elencare con precisione i motivi; addirittura il calcio mi sembrava facesse parte di un sistema malato da rifiutare; non andavo più a scuola indossando una comoda quanto goffa tuta da ginnastica rossa ma dei jeans che strappavo volontariamente, oltre a una t-shirt a mezze maniche sotto a una camicia di flanella. Anche io rivendicavo una mia diversità e una sorta di contatto extrasensoriale con Kurt Cobain, convinto di essere l'unico individuo al mondo in grado di aver saputo cogliere il suo disagio esistenziale. Nella mia testa, mi trovavo con Kurt a casa sua, durante i suoi ultimi giorni, e mi immaginavo un dialogo di questo tipo: <<Ehi, Emi.>> <<Ehi, Kurt.>> <<E' tutto uno schifo.>> <<Eh, lo so.>> <<Lo sai, vero?>> <<Lo so, cazzo, lo so.>> Anche io, esattamente come tutti gli altri, ero certo che sarei stato l'unica persona al mondo che avrebbe potuto salvarlo, perché finalmente avrebbe trovato qualcuno capace di comprendere davvero i suoi sentimenti. In un'intervista recente, il cantante dei Blur Damon Albarn, a proposito di Cobain, ha dichiarato: <<Mi sembra che il processo di santificazione sia proceduto molto bene. C'è un commercio piuttosto florido sui morti del rock. La leggenda è una costruzione a posteriori.>> Damon Albarn ha perfettamente ragione.

Eppure. Eppure, nonostante l'indignazione, quel ventiquattrenne di cui parlavamo, che crede di sapere già tutto della vita e dei Nirvana, finisce con l'innamorarsi della diciottenne, che però non lo ricambia. Ed ecco che Kurt Cobain torna ad avere un senso. Non esistono classificazioni per quanto riguarda l'ascolto delle canzoni dei Nirvana. Di fronte alla musica, siamo tutti uguali. E per quanto la leggenda sia stata costruita a posteriori, nessuno come Cobain ha espresso così nitidamente un sentimento ben preciso, che percorre tutto il suo percorso artistico. Non è necessario conoscere l'inglese per capire di cosa parla Kurt nelle sue canzoni: lo si intende dalla sua voce, dalla sua intensità, dalla riconoscibilità del suono grezzo ma definitivo che lui e i suoi compagni di squadra hanno dato alle composizioni. Si potrebbe non sapere niente di Cobain, non conoscere la sua infanzia o le ragioni che lo hanno spinto a voler farla finita, così come si potrebbe ignorare completamente il suo rapporto con l'eroina. Qualsiasi brano dei Nirvana, ripeto, qualsiasi brano dei Nirvana è dedicato a chi deve reprimere il suo desiderio, a chi non è ricambiato, a chi non è riconosciuto, a chi avrebbe voluto ma non ha potuto. In Vita di Pi di Ang Lee - un regista che non amo particolarmente - c'è una scena che porto nel cuore: verso il finale, il protagonista è costretto a dire addio a Richard Parker, la tigre che ha ammaestrato durante i giorni passati su una zattera in mezzo all'oceano. <<La cosa che mi ha fatto più male è che quando ci siamo lasciati non si è voltata. Abbiamo condiviso la più incredibile delle avventure ma lei è andata avanti, e io non potrò mai sapere se anche lei ha provato almeno in minima parte quello che ho provato io>>.

Emiliano Dal Toso


martedì 7 aprile 2015

Riflessioni Spiazzanti: L'Immagine

A distanza ravvicinata, mi è capitato di vedere la versione director's cut di 'Nymphomaniac' di Lars von Trier e 'Tusk', il nuovo scioccante lavoro di Kevin Smith. Entrambi mi hanno fatto ricordare che il cinema è soprattutto immagini, e che la parola conta fino a un certo punto. Il capolavoro del regista danese è ufficialmente arrivato nei cinema in una veste deforme, dimezzata, che non ha impedito alla pellicola di essere comunque tra le migliori dell'anno passato: il taglio è relativo, in modo particolare, alla seconda parte del film, nella quale l'eroina Joe/Charlotte Gainsbourg rimane incinta, non le viene concesso di abortire e sceglie di farlo autonomamente, con gli strumenti che ha a disposizione in casa. Questa parte del racconto vontrieriano (decisamente importante per comprendere nel migliore dei modi l'evoluzione della protagonista) dura circa mezz'ora e non si è vista nelle sale cinematografiche, non soltanto nostrane, ma di tutte le parti del mondo, eccetto Venezia. Gli urlati scandali che hanno accompagnato l'uscita di 'Nymphomaniac' vertevano sul desiderio represso di assistere a scene pornografiche sul grande schermo, eppure, benché non manchino una dose narrativamente necessaria di  fellatio e cunnilingus, l'unico grande tema che è stato vittima da parte della censura mondiale è quello dell'aborto. Aborto che viene mostrato in maniera più che dettagliata dal buon Lars, che piazza una telecamera fissa davanti alla vagina della Gainsbourg, come nessun altro prima aveva osato mai. La sequenza è certamente forte e disturbante ma mai gratuita: coerenza è la parola d'ordine, il cinema è anche e soprattutto mostrare, far vedere. E se da una parte una sorta di contagio ipocrita globale ha comportato che non si potesse nemmeno sentir nominare il termine 'aborto' nel film di von Trier, rendendolo ciò che non è nella sua interezza e nella sua verità, dall'altra parte l'autore di 'Antichrist' ha ribadito, nuovamente, che la forza immaginifica del cinema non è soltanto un diritto ma anche un dovere. Lars porta avanti la stessa identica battaglia ideologica di un cineasta apparentemente distante come Kevin Smith, che in 'Tusk' se ne esce fuori con un'opera potentissima e sgradevole, scagliandosi violentemente contro l'ironia postmoderna 2.0, contro il cattivo gusto di internet, contro la ricerca malsana della notizia spazzatura e dello sberleffo ad ogni costo. Per farlo, si serve dell'horror, il genere più "visionario" e stimolante per gli occhi, mostrando la ripugnante trasformazione di un conduttore di podcast alla ricerca cinica e spasmodica dello "scemo del villaggio" in un tricheco. Una follia, che può senz'altro suscitare un salutare ribrezzo: per le parole e per sentirsi dire quello che si vuole ci sono sempre Fabio Fazio e Daria Bignardi.

Emiliano Dal Toso



venerdì 3 aprile 2015

Playlist: Top Ten Canzoni Nei Film

10 - Heart Of Glass - Blondie da I padroni della notte
Avrei probabilmente sempre ignorato l'esistenza dei Blondie se non fosse stato per l'efficace utilizzo di alcune loro canzoni in molte pellicole da me apprezzate. Il gruppo della ex coniglietta di Playboy Deborah Harry non passa inosservato nel capolavoro di James Gray 'We own the night' quando Joaquin Phoenix bacia appassionatamente Eva Mendes, appena prima di metterle una mano in mezzo alle gambe e di dover fare i conti con padre e fratello poliziotti e tendenza all'autodistruzione.

9 - Whole Wide World - Eric Wreckless da Vero come la finzione
Eric Wreckless, chi è questo sconosciuto? Ignoto al grande pubblico, verso la fine degli anni Settanta scrisse questo bellissimo pezzo che lo stralunato esattore delle tasse Will Ferrell recupera in 'Stranger than fiction', riuscendo a far innamorare la pasticciera anarchica Maggie Gyllenhaal e a dare una svolta alla sua noiosa e prevedibile esistenza. Oggi, Wreckless continua a pubblicare album e a fare concerti, sempre soltanto per una ristrettissima cerchia di fedelissimi.

8 - Don't Want To Know If You Are Lonely - Husker Du da Adventureland
Se parliamo degli Husker Du, invece, parliamo di uno dei più importanti gruppi hardcore degli anni Ottanta, dall'impronta fortemente melodica e orecchiabile, precursore di gruppi come Weezer e Green Day. E in 'Adventureland' calzano perfettamente l'umore di una pellicola malinconica e nostalgica, ambientata nell'estate del 1987, nella quale l'irruenza ormonale e cameratesca si alterna con il battito cardiaco accelerato, gli occhi sempre aperti, la testa sempre assente.

7 - I'm Gonna Be (500 Miles) - The Proclaimers da La parte degli angeli
Dalla Scozia con furore. Da una parte, due gemelli monovulari che scrivono deliziose canzoni Pop, che sanno un po' anche di Folk, Country e Punk. Dall'altra, il film più scanzonato e allegro di Ken Loach, nel quale si può sognare ancora un riscatto sociale da parte degli ultimi e degli emarginati. Eppure, i Proclaimers non mantennero le promesse di un album come 'Sunshine On Leith' e gradualmente ci si dimenticò di loro, salvo recuperarli in extremis grazie a Loach e alla serie tv 'How I Met Your Mother'.

6 - I'm Shipping Up To Boston - Dropkick Murphys da The Departed
Martin Scorsese vuole i Dropkick Murphys per la colonna sonora dell'opera che finalmente gli frutterà l'Oscar per miglior regista, pretendendo il loro brano più rabbioso e cazzuto di sempre. Il risultato? Due minuti e mezzo di adrenalina pura, che si sposano magistralmente con un racconto di vendetta e criminalità organizzata, molto simile a una commedia degli equivoci, a un gioco di maschere e di specchi. Impagabile il delirio ai concerti.

5 - Here Comes Your Man - Pixies da 500 Giorni Insieme
Va bene, qui stiamo parlando di una delle band più importanti della storia dell'Alternative Rock, forse inadatta per quella che è apparentemente soltanto una commediola sentimentale e giovanilista. Ma non è possibile non amare Joseph Gordan-Levitt quando, completamente sbronzo, intona al karaoke i Pixies, divertendo una Zooey Deschanel che, a breve, gli avrebbe devastato il cuore. Per chi scrive, molto meglio loro degli Smiths.

4 - Modern Love - David Bowie da Frances Ha
Greta Gerwig corre e corre, ma dove va? Noah Baumbach cita genialmente una scena di 'Rosso sangue' di Leos Carax e offre alla sua musa un personaggio indimenticabile, a cui piacciono "le cose che sembrano errori". Le note di David Bowie, sullo sfondo, accompagnano i giorni di questa aspirante ballerina, decisamente "infidanzabile", abbandonata dalla migliore amica e da tutte le certezze ma dotata di un'adorabile e dolcissima vis comica.

3 - Amore Disperato - Nada da Mio fratello è figlio unico
Insieme a Non pensarci (che contiene altrettante gemme nella colonna sonora), è la più bella commedia italiana agrodolce dello scorso decennio. Protagonista assoluto è un Elio Germano irrefrenabile nel ruolo che lo ha consacrato definitivamente, dapprima fascista convinto, e poi marxista-leninista, alla confusa ricerca di una maturità difficile da ottenere. E nella sua incapacità di non combinare cazzate, si riconosce sin troppo il bisogno di "amore disperato". 

2 - On Ne Change Pas - Celine Dion da Mommy
Mai avrei pensato che nella mia vita avrei ascoltato una canzone di Celine Dion per giorni interi. Ma il romanticismo spinto, kitsch, un po' naif e sfacciatamente pop di Xavier Dolan ha avuto la meglio. Nella soundtrack, tante altre canzoni, anche più nobili: da Beck agli Oasis, fino ai Counting Crows, ma è soltanto con Celine che l'affetto brutale di Antoine-Olivier Pilon ci fa sobbalzare sulla sedia e ci costringe ad asciugare le lacrime.

1 - More Than This - Roxy Music da Lost In Translation
Bill Murray al microfono, il resto non conta. Insuperato e insuperabile, apologia della malinconia e degli amori troppo in ritardo o troppo in anticipo: dietro a ogni disilluso si nasconde un romantico frustrato. Probabilmente, la mia scena preferita in assoluto, anche se Sofia Coppola non è mai più riuscita a cogliere così tanta bellezza. Bastano Bill e Scarlett Johansson, bastano Tokyo e lo spaesamento di chi per andare avanti guarda soltanto nello specchietto retrovisore.



martedì 24 marzo 2015

I Magnifici Sette: Gennaio - Marzo 2015

Hungry Hearts - Saverio Costanzo: la conferma di uno stile assolutamente unico oggi in Italia, che si distacca clamorosamente dalle regie televisive o da quelle impeccabili ma accademiche. Come ne La solitudine dei numei primi, si stimola la potenza dell'immagine per raccontare il deteriorarsi del corpo, attraverso un dramma famigliare che pone interrogativi e non offre risposte consolatorie, interessato a far sobbalzare lo spettatore, a tenerlo vivo e attivo durante la visione.

Italiano medio - Maccio Capatonda: Maccio rinuncia al bisogno di approvazione dello spettatore italiota e realizza un'opera inedita, sgradevole, tanto disgustosa quanto perfettamente indovinata. Il ritratto del Belpaese che viene fuori è deplorevole e drammaticamente reale, grazie alle armi del grottesco, del surreale e della deformazione dell'individuo, funzionali alla costruzione di un insieme che, d'istinto, rifiutiamo possa essere l'Italia ma ci rendiamo conto che sia davvero molto simile.

Whiplash - Damien Chazelle: un racconto di formazione furente, che riflette sull'impossibilità di non rinunciare agli aspetti più lievi e superficiali della vita, dovendoli sacrificare con l'applicazione e con la tensione costante di riuscire a realizzare i propri sogni. Storia di una psicosi a due tra maestro e allievo, tra padre e figlio, tra carnefice e vittima, sulle note di un pezzo jazz nervoso e sincopato. Eccezionali Miles Teller e J.K. Simmons, premiato con l'Oscar.

Vizio di forma - Paul Thomas Anderson: più l'intreccio si fa intricato, più appare manifesto l'intento di PTA di descrivere la lenta e malinconica fine della controcultura e, parallelamente, l'ingresso devastante e corruttore della macchina capitalista. Forse, questa volta la resa è stata meno accessibile delle altre ma ciò non toglie che nessun altro possiede il respiro epico, la grandiosa forza di raccontare le debolezze umane di questo meraviglioso cineasta.

Blackhat - Michael Mann: tra un inseguimento e una sparatoria, Michael Mann s'interroga sull'Uomo, osserva la sua solitudine, le sue angosce, i suoi addii. In un mondo virtuale che si riproduce e si copia a propria immagine e somiglianza, lui continua a riprendere una scena d'azione come se fosse una scena d'amore, e una scena d'amore come se fosse una scena d'azione. Pochi lo fanno, soltanto i più grandi, soltanto chi non conosce la differenza tra la passione per una donna e quella per un eroe.

Foxcatcher - Bennett Miller: le vittorie non sembrano mai essere assaporate davvero, mentre la sconfitta è costantemente attesa dietro l'angolo, perché il corpo non tiene, è destinato a consumarsi, ed ognuno di noi è facilmente corruttibile dal richiamo del denaro e dell'autodistruzione. Uno stile classico e asciutto al servizio di un terzetto d'attori in stato di grazia: inquietante Carell, ambiguo Ruffalo, ma Channing Tatum è il volto dell'inadeguatezza di fronte a una Nazione che insegue l'apparenza come punto d'arrivo.

Chi è senza colpa - Michael R. Roskam: altra storia americana oscura e pessimista, nella quale il passato non si cancella e la possibilità di redenzione tarda ad arrivare. Debitrice di Mystic River e di A History Of Violence, è l'occasione per ammirare la prova finale del compianto James Gandolfini ma anche per applaudire nuovamente le capacità di trasformazione di Tom Hardy, senza pagare pegno a forza e intensità. Si chiama Brooklyn ma potrebbe essere la putrida periferia di una qualsiasi città metropolitana.



lunedì 16 marzo 2015

Blackhat

Che cosa lega tutte le opere di Michael Mann? Perché i suoi film d'azione non sono mai veramente solo dei film d'azione? Per il semplice fatto che la macchina da presa del regista di Collateral si sofferma sempre un po' di più di quel che dovrebbe sulle facce e sugli sguardi dei protagonisti, proprio in quei momenti in cui l'azione non c'è, si attende. Tra un inseguimento e una sparatoria, Michael Mann s'interroga sull'Uomo, osserva la sua solitudine, le sue angosce, i suoi addii. Un normale regista di action movie non sospenderebbe mai il climax narrativo per osservare. Lui, invece, si prende il rischio di piazzare la macchina da presa sul momento morto e di costellarlo di romanticismo spinto. Da Heat all'ultimo Blackhat, il suo cinema non fa altro che parlare di uomini soli, che respirano, che attendono, che abbandonano, che amano. Che amano. Che cosa d'altro può essere l'amore nel cinema se non quello di un regista che ama quello che fa, quello che lo circonda, molto prima di quello che racconta? Michael Mann, lo ribadiamo, non pretende di raccontare storie, ma di osservarle. E di osservare i loro ambienti, i loro luoghi, i loro spazi, i loro grattacieli, i loro uomini. In Blackhat va avanti per la sua strada, in direzione ostinata e contraria, parlando di terrorismo informatico con una serietà e una precisione di termini gergali e di tecnicismi impressionante: l'azione si sposta definitivamente sul piano virtuale e digitale, su un mondo che non fa altro che riprodursi e copiarsi a propria immagine e somiglianza. Un mondo perfettibile, mai originale. Un mondo nel quale, però, la Rete non potrà mai sostituire del tutto gli scontri a fuoco, il sangue, la violenza ma nemmeno l'indissolubilità dei sentimenti tra le persone, le alchimie emotive che non potranno mai essere contenute in piccoli e invisibili bit 1 e 0. Michael Mann lo sa che ciò che rimane non sono le concatenazioni, che quello che resta non sarà mai la logicità della vicenda. Quello che non si dimentica saranno sempre gli attimi di sospensione, lo sguardo che volteggia nell'aria e che registra l'emozione. Quello che non si dimentica sono le fughe e gli addii. Riprendere una scena d'azione come se fosse una scena d'amore, e una scena d'amore come se fosse una scena d'azione. Pochi lo fanno, soltanto i più grandi, soltanto chi non conosce la differenza tra la passione per una donna e quella per un eroe.

Emiliano Dal Toso


lunedì 2 marzo 2015

The Essential: Paul Thomas Anderson

Sydney, 1996: esordio scoppiettante di PTA, che guarda esplicitamente alla riscrittura del noir di opere come Pulp Fiction e Fargo, ma riesce comunque a trasmettere immediatamente un tocco registico autentico e originale. Entrano in scena da subito i perdenti, rappresentati dalle figure maschili misteriose di Philip Baker Hall o involontariamente comiche di John C. Reilly. Si alternano sparatorie e risate, rimane un'idea di Cinema dall'ampio respiro narrativo. Voto: 8

Boogie Nights, 1997: il porno come arte artigianale e autoriale e come sconfitta di un'idea di mondo, quella del 35mm, che viene brutalmente rimpiazzata dall'immediatezza del VHS. D'altronde, quello è il futuro, la gente vuole farsi una sega a casa, non gliene frega niente delle velleità artistiche. Il primo affresco di PTA su un'epoca e sul suo declino, sugli anni Ottanta che hanno seppellito tutto: l'indipendenza, la libertà, l'erotismo inteso come pornografia onesta, non richiesta ad uso e consumo. Voto: 10

Magnolia, 1999: il film che lancia definitivamente PTA nell'Olimpo dei grandi. Trascinato da una tecnica registica impressionante ma mai fine a se stessa, è il ritratto di un'umanità confusa, incapace di mettere a fuoco i propri sentimenti e i propri desideri. Storie che si intrecciano, destinate a essere decise dall'imprevedibilità del caso, e dal vuoto pneumatico dell'esistenza. Indimenticabili e commoventi le prove di Philip Seymour Hoffman e di Julianne Moore, per i quali forse la vita è troppo lunga. Voto: 10

Ubriaco D'Amore, 2002: sghembo, spiazzante, anarchico, prosegue il discorso di Magnolia sull'insensatezza delle combinazioni e sull'inspiegabilità del mondo. Si concentra sulla vita di un americano goffo e insicuro, schiacciato dal peso insormontabile di sette insopportabili sorelle. In fondo, è il film più romantico di PTA, una commedia disequilibrata e parossistica, nella quale Adam Sandler giganteggia con una dose di ingenuità patetica ed eroica. Voto: 9

Il Petroliere, 2007: l'ascesa economica di Daniel Plainview, cercatore di petrolio, descritta in tutta la sua devastante ambizione. PTA scava nelle radici del capitalismo, concentrandosi sulla sua naturale e smisurata negatività. Non solo: il successo, la famiglia, la religione, l'individualismo sono i demoni e i capisaldi della cultura americana, che spingono al compromesso soltanto per convenienza. Di fronte a questa grandiosa parabola di fango e nichilista ricerca della felicità, le donne scompaiono, non hanno un ruolo. Voto: 10

The Master, 2012: in direzione ostinata e contraria, PTA riflette sul significato che hanno movimenti, sette e personaggi che si propongono di dare un conforto a chi ha perduto ogni punto di riferimento, alle anime perse. Un capolavoro sulla fede, su quegli appigli a cui si aggrappa chi tenta di reagire allo sconforto e alla disperazione. Ed è anche un film su un rapporto tra due maschi, soli e spaesati, che si riconoscono e provano a mantenersi in piedi. Semplicemente immensi Phoenix e Hoffman. Voto: 10

Vizio Di Forma, 2014: forse, questa volta la resa cinematografica è meno accessibile delle altre, a tratti eccessivamente scollegata nelle sue parti. Eppure, è un altro grandissimo lavoro di PTA sul "vizio intrinseco" del capitalismo e sul suo sistema corruttore, sulla sconfitta della controcultura e sul luogo ormai solitario del suo protagonista, ultimo ad abbandonare quell'isola incontaminata dalle istituzioni, dai poteri forti, dal conservatorismo. Nessun altro regista al mondo possiede questa grandiosa forza di raccontare le debolezze umane. Voto: 8




martedì 24 febbraio 2015

Opinions: Oscar 2015

Negli ultimi mesi sul blog, ho sostenuto calorosamente la candidatura di Boyhood di Linklater, augurandomi che l'Academy tornasse finalmente a premiare un'opera degna di poter essere considerata uno dei migliori film dell'anno, capace di coniugare l'innovazione sperimentale e l'emozione. Per quanto possa valere la mia opinione, gli unici lavori che si sono meritati davvero la statuetta principale negli ultimi quindici anni rimangono Million Dollar Baby di Eastwood, The Departed di Scorsese e The Artist di Hazanavicius. Chi più, chi meno, credo che gli altri siano stati film fraintesi, sopravvalutati o ai quali il riconoscimento è stato assegnato per ragioni meramente politiche. A volte, il premio è andato a pellicole che non hanno ulteriore finalità che quella di intrattenere, già trionfatrici al box office (Il Gladiatore, Chicago, Il Ritorno Del Re, The Millionaire), che non avevano alcun bisogno di ricevere l'Oscar. Il perbenismo obamiano ha certamente influenzato la vittoria di prodotti assolutamente medi come The Hurt Locker, Il Discorso Del Re e Argo o decisamente mediocri come 12 anni schiavo. Succede, poi, che qualche annata i giurati dell'Academy decidano di premiare lavori più o meno indipendenti, alternativi, quasi come se volessero sentirsi apposto con la coscienza, così da poter giustificare ipocritamente le scelte conservatrici degli altri anni: questo è successo con l'inspiegabile Oscar dato a Crash - Contatto fisico di Paul Haggis (regista che ha dimostrato il suo reale valore in ben altre occasioni), mentre il senso di colpa ha fatto sì che i fratelli Coen trionfassero con Non è un paese per vecchi, uno dei loro lavori meno riusciti, dopo che i veri capolavori (Fargo, Il grande Lebowski, L'uomo che non c'era) erano stati scandalosamente ignorati. Birdman rientra senza ombra di dubbio in quest'ultima categoria: tra le nomination, quest'anno non c'è stato nessun blockbuster, e i favoriti sono stati tutti presentati ad alcuni dei più importanti festival mondiali (Linklater e Anderson a Berlino, Inarritu a Venezia). Preventivamente, l'Academy ha deciso che questo sarebbe stato l'anno del "film d'autore" per cinefili: non ha vinto Wes Anderson, la cui vittoria sarebbe stata riparatoria come era successo per i Coen; non ha vinto Linklater, forse perché ancora troppo ancorato agli stilemi del "prodotto Sundance"; ha vinto Inarritu con la proposta più radical-chic, quella che rassicura il popolino borghese con il suo piano-sequenza taroccato, ingannandolo così di essere un grande esperto di cinema, ma che non è altro che un virtuosismo fine a se stesso e privo di reali contenuti.

Emiliano Dal Toso