martedì 24 maggio 2016

Top 5: Maggio 2016

5 - Wilde Salomé - Al Pacino (voto 7)
Al Pacino omaggia in maniera originale e anticonvenzionale un personaggio geniale, scomodo e ribelle come Oscar Wilde: un atto d'amore che prende vita sia sul palcoscenico che tra i luoghi che hanno segnato l'esistenza dell'autore. Il film rasenta un eccesso di autoreferenzialità, compensata dalla clamorosa presenza scenica di Jessica Chastain, seducente ed erotica come possono essere soltanto il corpo, le labbra, l'anima di una donna alle prese con i demoni del peccato e del desiderio.

4 - Al di là delle montagne - Jia Zhang-ke (voto 7)
Sulla carta un melodramma famigliare, ma l'ambizione è di raccontare la graduale trasformazione della mentalità di un Paese come la Cina in una colonia capitalista, ormai abbandonatasi al richiamo del dio denaro. Alcuni passaggi sono di grande cinema e di indubbia forza emotiva, ma forse tutto poteva essere meno palese ed esplicito: il protagonista si chiama Dollar e si trasferisce in Australia, innamorandosi di una donna più grande che gli ricorda la madre che non vede da anni. Un po' troppo.

3 - Money Monster - Jodie Foster (voto 7)
Thriller ritmato, divertente, che cerca di farsi specchio del presente e racconta la società dei collassi finanziari e l'industria televisiva dell'infotainment. Tutto troppo veloce e intricato per essere compreso dall'americano medio: dopotutto, nessuno più fa giornalismo d'inchiesta, anzi, nessuno fa giornalismo e basta. A differenza di The Big Short, non è necessaria una laurea alla Bocconi per seguire i passaggi economici; e, senza intellettualismi, la Foster parla di oggi con la giusta dose di cinismo.

2 - Microbo & Gasolina - Michel Gondry (voto 8)
Il nostro amato Michel Gondry continua a osservare la meccanica delle emozioni con una delicatezza e una creatività che non appartiene a nessun altro cineasta del nuovo millennio. Questa volta, si sofferma su un dolente romanzo di formazione, un teen-road movie magico e semplice che evita ricatti emotivi e sentimentalismi. E, con ironia e affetto, definisce l'amicizia come un incontro tra solitudini e anticonformismi per affrontare gli ostacoli della crescita e del tempo.

1 - Julieta - Pedro Almodovar (voto 8)
Dopo tre film anomali e poco riusciti, Pedro rispolvera il suo cinema di pura passione: non con un almodrama, ma con un drama seco. E, tranne qualche tema fin troppo risaputo (il sesso che lenisce il dolore), riflette sulle vite che abbandoniamo e quelle a cui siamo costretti ad affidarci per ripartire. Un'opera sui cambiamenti, sui punto e a capo, spesso dovuti all'ineluttabilità del fato che paghiamo con il senso di colpa. Meravigliosa Adriana Ugarte, nuova musa con occhi da cerbiatto.




lunedì 2 maggio 2016

The French Touch: Mood Indigo - La Schiuma Dei Giorni

Michel Gondry va alla costante ricerca dei materiali per fabbricare emozioni. Nel suo cinema, l'emotività non è il risultato finale, ma lo strumento per provare a individuare quali siano gli ingredienti fisici, concreti dei sentimenti. L'obiettivo appare un'impresa impossibile: quello di dare visibilità a ciò che non è visibile, plasmare lo schermo cinematografico per renderlo un assoluto trasmettitore di immagini, nutrendo gli occhi dello spettatore, abituato prima a essere sedotto dalla forza visiva e soltanto poi emozionato. Con Michel Gondry accade il contrario. Il contenuto, la sostanza vengono subito dichiarati esplicitamente, perché sono un mezzo per arrivare a mostrarne la loro scienza, la loro genesi. Ne La schiuma dei giorni il regista francese arriva al pieno compimento del suo ideale di cinema. Ovverosia, l'immaginifica rappresentazione di ciò che non potrebbe essere rappresentato. La fedeltà creativa con cui prendono letteralmente vita le pagine del romanzo di Boris Vian deve essere riconosciuta come un atto d'amore, di devozione di Gondry nei confronti del proprio libro del cuore. Sarebbe stato un tradimento adattare in qualsiasi altra maniera un'opera talmente surreale, colma di trovate letterarie praticamente impossibili da raffigurare. Se l'eccessiva creatività è un difetto, allora critichiamo Gondry. La schiuma dei giorni è l'apoteosi di un cineasta illimitato ma non grottesco, fantastico ma non fantasy. Nella prima parte del film, le trovate e le invenzioni visive sono a rischio di glicemia, ma ribadiscono le potenzialità della Settima Arte di sfondare le barriere dell'immaginazione. Il tono gradualmente sempre più cupo, tetro, elegiaco della seconda parte, invece, rappresenta il contrasto tra l'universo cinematografico, alternativo e favolistico, e la Realtà, che può rispecchiarsi nel cinema ma è visivamente, concretamente limitata. Sono le cose che cambiano, non le persone. Divisa nettamente in due parti, la storia d'amore tra Colin e Chloe rimane tra le più romantiche e le meno sdolcinate che possano essere raccontate. Il fato rema contro di loro, nonostante tutta la loro buona volontà. Niente come il desiderio di amare e l'illusione dell'amore costituisce un elemento portante per la creatività. Per Gondry, il romanzo surreale di Vian non poteva che essere il campo migliore dove esprimere la sua sostanza. Poetica, ermetica, il punto più lontano dall'analisi psicologica di un disturbo ossessivo-compulsivo, di una psicosi a due.

Emiliano Dal Toso



lunedì 11 aprile 2016

Il Pagellino: Cinemadays 2016

Veloce come il vento - Matteo Rovere 9: da appendere il poster sulle pareti della cameretta. Emozioni fuorigiri, personaggi iconici e indimenticabili, una grande storia famigliare tipicamente italiana ma raccontata con l'adrenalina del miglior cinema americano di genere e senza la retorica e il familismo nostrani. Matilda De Angelis è una vera e propria scoperta, Stefano Accorsi balza in testa nella classifica degli idoli assoluti: dopo il Leonardo Notte di 1992, il suo Loris detto "Ballerino" entra con prepotenza nell'immaginario collettivo.

Batman v Superman: Dawn of Justice 8: l'assalto frontale della DC Comics alla leggerezza e alla solarità della Marvel, un kolossal capace di raccontare lo spirito del tempo attraverso un universo cupo e soffocante. Due supererori sull'orlo di una crisi di nervi, che si fanno guerra tra di loro e che appaiono impotenti e disorientati di fronte al Male. Cadendo come soldati sul campo di battaglia, i nostri miti si trovano costretti a celebrare il funerale di Dio.

Mistress America - Noah Baumbach 8: dopo Frances Ha e Giovani si diventa, la conferma del talento di Noah Baumbach di ritrarre personaggi femminili sfaccettati e contemporanei, che si affannano per essere al passo coi tempi e che faticano a rinunciare ai propri obiettivi. Le donne del regista newyorchese sono come le sorelle di Hannah di Woody Allen: romantiche e imperfette, confuse e felici, ma nell'epoca dei social network.

La comune - Thomas Vinterberg 7: ossessionato dalle ipocrisie che si celano dietro ogni tipo di microcosmo collettivo, Vinterberg adatta i demoni borghesi di Festen alle comuni hippie degli anni Settanta, dove i tanto chiacchierati ideali sembrano essere molto meno interessanti delle questioni di corna. Sulla carta poteva essere un capolavoro, ma stavolta il "cuginetto" di von Trier non graffia a dovere e si limita a un ritratto di famiglia tanto divertente quanto innocuo.

Il condominio dei cuori infranti - Samuel Benchetrit 7: tra Jim Jarmusch e Roy Andersson, un altro insieme di solitudini, sperdute nella periferia francese. Tre frammenti di vita agrodolci, ma diversamente riusciti: diverte con garbo l'astronauta americano Michael Pitt, emoziona una splendida Isabelle Huppert sul viale del tramonto, mentre irrita l'infermiera Valeria Bruni Tedeschi possibilimente da doppiare. Cinema francese medio, gradevole ma dimenticabile.

Ave, Cesare! - Joel ed Ethan Coen 6: sembrano ormai perduti nel loro giochino metacinematografico e autoreferenziale i fratelli Coen, irresistibili nei visionari omaggi alla Hollywood di un tempo ma incapaci di saper parlare ancora di quello che stiamo attraversando. E così il loro cinema magnifico e nichilista si è ridotto a un teatrino, a un divertissement funambolico che sfiora soltanto filosofia e religione.

Un bacio - Ivan Cotroneo 6: un altro tentativo di fuggire dagli schematismi del cinema italiota, purtroppo riuscito a metà. Un teen movie tanto coinvolgente quanto ingenuo, che parla di bullismo e omofobia in maniera nobile e sensibile ma si perde in una sceneggiatura fragile e in un finale incomprensibile. A metà strada tra Noi siamo infinito e Il primo giorno d'inverno, ma con interpreti meno incisivi.

Love and Mercy - Bill Pohlad 6: un film inspiegabilmente spaccato a metà. Da una parte, un monumentale Paul Dano è un Brian Wilson meravigliosamente dolente, vittima del proprio genio, dei propri demoni e dei propri incubi; dall'altra, John Cusack è un attempato e un po' patetico Brian Wilson costretto a districarsi tra il tutore Paul Giamatti e un'irritante Elizabeth Banks. Restano le canzoni, tutte meravigliose.

Race - Il colore della vittoria - Stephen Hopkins 6: Jesse Owens è una delle figure sportive più epocali di tutti i tempi e la sua storia avrebbe meritato senz'altro un biopic meno convenzionale, più palpitante e con maggiore rigore storico. Imperdonabile la scelta di ritrarre Leni Riefenstahl come una filoamericana anti-regime, fasulle le titubanze di Owens di partecipare alle Olimpiadi. Ciononostante, alcuni passaggi hanno un buon sapore democratico e spielberghiano.

On Air - Storia di un successo - Davide Simon Mazzoli 5: nessuno, davvero nessuno sentiva il bisogno di un biopic su Marco Mazzoli, deejay e conduttore dello Zoo di 105, dove lo stesso Mazzoli interpreta se stesso. Non è un film, ma un documento sociologico, con momenti totalmente deliranti, spesso volgari e populisti. Eppure, si rischia di rimanere affascinati di fronte a un'autocelebrazione che non si prende sul serio e suona tutto sommato sincera.

La corte - Christian Vincent 4: un cinema anacronistico, girato come una puntata di Forum, che affida soltanto al costruitissimo personaggio di Fabrice Luchini tutto il suo potenziale. Visto a Venezia, mi sono chiesto come sia possibile che una pellicola del genere possa essere selezionata in un concorso festivaliero: l'abbruttimento dei tempi non risparmia nessuno.

Criminal - Ariel Vromen 4: un bel cast (la certezza Tommy Lee Jones, il ritrovato Kevin Costner, la bellissima Gal Gadot) e un regista reduce dall'ottimo The Iceman non riescono a dare interesse all'intreccio di un thriller sempre più improbabile e paradossale: la tensione latita e le potenziali riflessioni sull'attualità si traducono in un'occasione persa.

Una notte con la regina - Julian Jarrold 3: peggio della peggiore puntata di Downton Abbey, il cosiddetto film per signore che ci chiediamo davvero che senso abbia distribuire al cinema. Una regia svogliata più di un Tv movie su Retequattro alle due del pomeriggio, una protagonista fastidiosa e antipatica. E chissenefrega delle turbe sentimentali di una principessina annoiata.



lunedì 28 marzo 2016

Batman V Superman: Dawn of Justice

Lo onorano nell'unico modo che sanno fare: come soldato.

Non mi sorprende che Batman V Superman abbia lasciato spiazzati e perplessi buona parte dei fumettari di tutto il mondo. Non ci sono gulp!, sbamm!, wow! nelle due ore e mezza abbondanti dell'opera epocale e apocalittica di Zack Snyder. E, soprattutto, la grande assente è quell'ironia pop tipica dei prodotti Marvel, che ha generato mostruose creature cinematografiche come l'abominevole Deadpool con Ryan Reynolds. Batman V Superman è un assalto frontale alla leggerezza e alla solarità, alla battuta che smorza il ritmo e alla carineria utilizzata perché non si prenda mai tutto davvero sul serio. Snyder ristabilisce le gerarchie, puntando sulla centralità della narrazione e sulla descrizione di un universo cupo e soffocante: un kolossal è davvero tale nel momento in cui è in grado di cogliere lo spirito del tempo, e l'unico cinecomics che finora era stato capace di farlo è Il cavaliere oscuro di Nolan, con cui Snyder riallaccia un discorso attuale e nichilista. Batman e Superman sono due supereroi che non collaborano, che si temono e che emergono per i loro limiti e per quello che non sono: Bruce Wayne è un individuo non riconciliato, che si trascina il peso della morte dei genitori ed è caratterizzato dai difetti e dalle nevrosi di tutti gli uomini; Clark Kent è un diverso, uno straniero, un alieno e la sua maschera non aveva mai assunto tanto connotati così mistici ed esoterici. La loro contrapposizione rappresenta la lotta tra laicismo e cristianesimo, tra agnosticismo e fede, tra uomo e divino. Ma è una guerra tra poveri. Il sentimento che circonda Batman V Superman è quello di una resa, di una dichiarazione universale di impotenza, di un Male destinato a riprodursi continuamente nonostante l'illusione di poterlo sconfiggere. A tal proposito, il "cattivo" Lex Luthor rappresenta proprio l'imprevedibilità del Terrore, la scheggia impazzita, l'eventualità che la follia di uno possa essere sufficiente per la distruzione della nostra civiltà. Sembra così di essere arrivati a un punto limite, a un eccesso non rimarginabile per cui anche gli stessi supereroi appaiono incapaci e attoniti: la scelta finale di uno di loro mette i brividi e non è altro che un parziale atto di salvezza. Si può discutere all'infinito sulla fissità di Ben Affleck e di Henry Cavill, eppure la loro totale mancanza di espressività è un ulteriore ridimensionamento della figura di due supereroi costretti ad affrontare uno psicodramma personale che arriva ad assumere dimensioni globali. Di fronte alla possibilità di morire pur di far morire, non hanno più senso Krypton, Metropolis, Gotham City: non hanno più senso l'immaginazione e la creatività, e si disintegra la convinzione che una giustizia ultraterrena possa compensare quello che la giustizia sulla Terra non è stata in grado di compiere. Cadendo come un soldato sul campo di battaglia, Batman V Superman è la celebrazione del funerale di Dio.

Emiliano Dal Toso




mercoledì 16 marzo 2016

I Magnifici Sette: Gennaio - Marzo 2016

Steve Jobs - Danny Boyle: terzo capitolo di Aaron Sorkin su uomini visionari e sulla contemporaneità, dopo The Social Network e Moneyball. Tre atti shakespeariani, cinici, senza cuore, travolgenti. Una canzone rap tradotta in immagini, parole mitragliate, vere e proprie rasoiate che attraversano uno dei personaggi più controversi e decisivi per quello che siamo oggi. La vita è sempre dietro le quinte, sul palcoscenico va in scena solo una versione dei fatti, quella più commerciabile e concorrenziale.

The End of the Tour - James Ponsoldt: folgorante gioco di specchi, stima reciproca e invidie tra lo scrittore David Foster Wallace e il giornalista David Lipsky. Riflessioni dolorose di un'anima fragile, controversa e geniale su successo, depressione e relazioni umane, delineando i contorni di un'America innevata di fast food, televisione e grandi magazzini. Il distacco tra noi stessi e gli altri, tra noi stessi e la realtà, l'importanza che diamo alla percezione che gli altri hanno di chi siamo: sono solo parole, ma fanno male e tramortiscono.

Anomalisa - Charlie Kaufman, Duke Johnson: flusso di coscienza in stop motion dell'intellettualissimo Charlie Kaufman che, nella dimensione animata, trova la chiave poetica per esprimere al meglio le proprie ossessioni e la propria idea di cinema. Aeroporti, viaggi in taxi, stanze d'albergo, solitudini: tra sogno e realtà, teniamo stretti nel cuore le anomalie delle nostre vite, e ci commuoviamo per Girls Just Wanna Have Fun.

1981: Indagine a New York - J.C. Chandor: fino a che punto possono coesistere la rettitudine e un mondo sempre più orientato verso il mito dell'affermazione economica e la violenza? Un magnifico Oscar Isaac è il self-made man che non rinuncia al confronto e alla razionalità, e che ribadisce l'onestà come base fondamentale del proprio successo. Attorno a sé, le regole della sopraffazione, della competizione e del sangue hanno preso il sopravvento.

L'ultima parola - Jay Roach: Papà, ma è vero che sei comunista? Sì. Jay Roach dirige un biopic tanto classico quanto emozionante, rispolverando la sacrosanta funzione pedagogica del cinema: non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire. Il Bryan Cranston di Breaking Bad è un Dalton Trumbo indimenticabile e avrebbe meritato molto di più di DiCaprio l'Oscar per miglior attore protagonista.

Fuocoammare - Gianfranco Rosi: Orso d'oro a Berlino, dopo il Leone per Sacro GRA, per uno dei più grandi documentaristi di oggi. Lo sguardo di Rosi è umile e mai retorico né ricattatorio, e ha il coraggio di credere ancora nella forza etica della Settima Arte attraverso la potenza delle immagini. E così l'occhio pigro del piccolo Samuele assume un significato universale, che parte da Lampedusa e arriva a riflettere sul valore della dignità umana.

Desconocido - Dani de la Torre: thriller privato e politico, pura adrenalina dinamitarda in questa giornata d'ordinaria follia di un direttore di banca senza scrupoli ma buon padre di famiglia, bloccato con i figli da una telefonata anonima dentro la sua automobile. Un'ora e quaranta in apnea, ribaltando i ruoli e mischiando le carte in tavola: non è soltanto cinema di genere, ma un grande esempio di rigore hitchcockiano e militanza anarchica.





lunedì 29 febbraio 2016

Opinions: Oscar 2016

Mai come quest'anno il vincitore della categoria di miglior film, 'Il caso Spotlight', non sembra un vero trionfatore. A memoria, non ricordo una pellicola premiata con la statuetta principale a cui sia stato assegnato soltanto un altro riconoscimento, quello della sceneggiatura originale. La mancanza di un'opera davvero vincente è forse emblematica del livello piuttosto basso dei titoli più celebrati: 'Spotlight' è un film onesto e dall'intento nobile, ma è sicuramente un passo indietro a livello di modernità del linguaggio; 'Revenant' (premiato con regia, DiCaprio e fotografia) è un altro esempio ridondante e manierista del cinema di Inarritu; 'Mad Max: Fury Road' è un giocattolo fracassone, tanto divertente quanto sopravvalutato nei sottotesti. La gara tra questi film finisce, in pratica, con una specie di ex aequo: 'Spotlight' ha ottenuto solo due statuette, 'Revenant' (il vero favorito alla vigilia) non ha vinto l'Oscar per miglior film, 'Mad Max' ha saccheggiato quasi tutti gli Oscar tecnici arrapando i suoi sostenitori ma è stato ignorato per quelli principali. I giurati dell'Academy si sono rivelati piuttosto confusi e contraddittori: da una parte, hanno dato soltanto l'impressione di evolversi riconoscendo il valore tecnico di un blockbuster cool come 'Mad Max' ma senza avere il coraggio di portare fino in fondo questa folgorazione; dall'altra, hanno fatto vincere un film dallo stampo fin troppo classico e formalmente un po' televisivo come 'Spotlight'. A tal proposito, la statuetta assegnata finalmente a Leonardo DiCaprio sembra, a maggior ragione, un vero e proprio premio di risarcimento per tutte quelle volte che Leo è stato vergognosamente ignorato: quella di 'Revenant' non è sicuramente la sua miglior interpretazione, ma la sua vittoria ha distratto media e pubblico dalla mancanza di un mattatore. Eppure, eccetto le indecisioni relative a queste tre pellicole, gli altri premi possono essere interpretati riconoscendo un coraggio insolito mostrato dai giurati: l'Oscar più bello è quello vinto da Mark Rylance per la sua magnifica prova ne 'Il ponte delle spie', il meno quotato (e, senza dubbio, il meno glamour) dei candidati per miglior attore non protagonista; meravigliose Brie Larson in 'Room' e Alicia Vikander in 'The Danish Girl', premiate rispettivamente per miglior attrice protagonista e per miglior attrice non protagonista. La scelta di Brie e Alicia risulta davvero felice: fino a un anno fa, erano praticamente sconosciute allo spettatore medio; oggi, l'Oscar per loro non rappresenta un punto d'arrivo ma ha la funzione di essere un trampolino di lancio per una grande carriera. Prevedibili ma indiscutibili i premi per miglior film d'animazione ('Inside Out'), miglior film straniero ('Il figlio di Saul') e miglior documentario ('Amy'). E attenzione al miglior cortometraggio e al miglior cortometraggio d'animazione: si chiamano 'Stutterer' e 'Bear Story' e sono due autentici capolavori.

Emiliano Dal Toso




lunedì 22 febbraio 2016

Five Years: I 12 capolavori de IL BELLO, IL BRUTTO E IL CATTIVO

Molte poche cose sono affascinanti quanto l'ego ferito di uno splendido angelo

Il primo marzo saranno cinque anni di blog. Cinque anni di recensioni, classifiche, riflessioni spiazzanti. Non potevo far altro che celebrare in modo autoreferenziale questo anniversario ripassando i dodici capolavori che ci hanno accompagnato nel corso di questo nostro tempo.

Il cigno nero - Darren Aronofsky, 2011 
Un film meravigliosamente conturbante, torbido, avvolgente. Il corpo di Natalie Portman parte come un sogno e termina come un incubo. Bellissimo e ossessionato. Il suo volto meraviglioso non rimane impresso di più delle sue punte sanguinanti, del suo sguardo demoniaco. Psyco-horror allo stato puro.

Un sapore di ruggine e ossa - Jacques Audiard, 2012
Audiard parla di persone, racconta la sconfitta e il riscatto, la sensualità e il dolore. Si sentono i sospiri, la rabbia, le lacrime. Si sentono i magoni, gli affanni. I graffi, sulla pelle, nell'anima. Stringere i denti, e poi ripartire. Un tripudio di esperienza vissuta, un cinema di carne e fiato.

The Master - Paul Thomas Anderson, 2012
Due anime perse: Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix. Un bisogno di aiuto reciproco tra due uomini apparentemente agli antipodi, che hanno la necessità di un confronto, di un'illusione per non crollare. La fede e le religioni non sono altro che un tentativo di reazione allo sconforto. Com'è profondo il mare.

Spring Breakers - Harmony Korine, 2012
I bikini, le collane fluorescenti, lo smalto e gli occhiali da sole che luccicano. Il denaro, il sangue, Britney Spears. La celebrazione assoluta della consistenza della superficie. Capolavoro visionario e lisergico, proiettato verso l'infinito e oltre.

La vita di Adele - Abdellatif Kechiche, 2013
Le scene di sesso più belle e autentiche viste sul grande schermo, funzionali a una completa e appassionante riflessione sull'amore, dettagliatamente analizzato in tutte le sue fasi. Un cinema prezioso e speciale, colmo di sapori, gioie e sofferenze di tutti i giorni. Dolcezze in frantumi.

The Wolf of Wall Street - Martin Scorsese, 2013
Quei bravi ragazzi all'ennesima potenza, ma senza controllo. Sniffare cocaina, fumare crack, giocare al tiro al bersaglio con i nani, spendere denaro e scopare senza alcun tipo di limiti e di freni inibitori. Un party delirante che inquadra impietosamente la vitalità di chi sta serenamente fottendo il mondo.

Nymphomaniac - Lars von Trier, 2014
Sculacciando come sempre bigotti, moralisti e intellettuali, lo zio Lars porta sullo schermo la forza dell'umanesimo e ribadisce, mai domo, l'importanza e la centralità della libertà d'espressione. E con dolore parla di sé e riflette, nuovamente, sull'alterità e sull'extrasensorialità della natura femminile.

Boyhood - Richard Linklater, 2014
Un coming-of-age che prende di petto il desiderio di identificazione dello spettatore e pone l'interrogativo se il Cinema possa essere davvero uno specchio fedele dell'esistenza. Un miracolo cinematografico, affidato all'Ignoto, alla Storia da scrivere, che commuove e riscalda il cuore.

Sils Maria - Olivier Assayas, 2014
Quello di cui si può essere certi è soltanto l'esclusività del punto di vista, l'irrinunciabilità alla prospettiva. E così il Teatro, il Cinema, la Vita vanno rielaborati: rinunciando all'interpretazione, ma accettando la propria condizione che è sempre e comunque nebulosa e inafferrabile.

Mommy - Xavier Dolan, 2014
Furioso, travolgente melodramma pop, sfacciatamente kitsch, melodico come una canzone degli Oasis o di Celine Dion. Seducente come la voce di Lana Del Rey. Un frullato di romanzo adolescenziale ed estetica alla Gus Van Sant, disperatamente alla ricerca di un'emozione da poco.

Steve Jobs - Danny Boyle, 2015
Una canzone rap tradotta in immagini, parole mitragliate, vere e proprie rasoiate che attraversano uno dei personaggi più controversi e decisivi per quello che siamo oggi. La vita è sempre dietro le quinte, quello che va in scena è sempre soltanto una versione dei fatti, la più commerciabile e concorrenziale.

The End of the Tour - James Ponsoldt, 2015
Folgorante gioco di specchi, stima reciproca e invidie, tra un poster di Alanis Morissette e un action con John Travolta. Il distacco tra noi stessi e gli altri, tra noi stessi e la realtà, l'importanza che diamo alla percezione che gli altri hanno di chi siamo: sono solo parole, ma tramortiscono e fanno male.