lunedì 29 febbraio 2016

Opinions: Oscar 2016

Mai come quest'anno il vincitore della categoria di miglior film, 'Il caso Spotlight', non sembra un vero trionfatore. A memoria, non ricordo una pellicola premiata con la statuetta principale a cui sia stato assegnato soltanto un altro riconoscimento, quello della sceneggiatura originale. La mancanza di un'opera davvero vincente è forse emblematica del livello piuttosto basso dei titoli più celebrati: 'Spotlight' è un film onesto e dall'intento nobile, ma è sicuramente un passo indietro a livello di modernità del linguaggio; 'Revenant' (premiato con regia, DiCaprio e fotografia) è un altro esempio ridondante e manierista del cinema di Inarritu; 'Mad Max: Fury Road' è un giocattolo fracassone, tanto divertente quanto sopravvalutato nei sottotesti. La gara tra questi film finisce, in pratica, con una specie di ex aequo: 'Spotlight' ha ottenuto solo due statuette, 'Revenant' (il vero favorito alla vigilia) non ha vinto l'Oscar per miglior film, 'Mad Max' ha saccheggiato quasi tutti gli Oscar tecnici arrapando i suoi sostenitori ma è stato ignorato per quelli principali. I giurati dell'Academy si sono rivelati piuttosto confusi e contraddittori: da una parte, hanno dato soltanto l'impressione di evolversi riconoscendo il valore tecnico di un blockbuster cool come 'Mad Max' ma senza avere il coraggio di portare fino in fondo questa folgorazione; dall'altra, hanno fatto vincere un film dallo stampo fin troppo classico e formalmente un po' televisivo come 'Spotlight'. A tal proposito, la statuetta assegnata finalmente a Leonardo DiCaprio sembra, a maggior ragione, un vero e proprio premio di risarcimento per tutte quelle volte che Leo è stato vergognosamente ignorato: quella di 'Revenant' non è sicuramente la sua miglior interpretazione, ma la sua vittoria ha distratto media e pubblico dalla mancanza di un mattatore. Eppure, eccetto le indecisioni relative a queste tre pellicole, gli altri premi possono essere interpretati riconoscendo un coraggio insolito mostrato dai giurati: l'Oscar più bello è quello vinto da Mark Rylance per la sua magnifica prova ne 'Il ponte delle spie', il meno quotato (e, senza dubbio, il meno glamour) dei candidati per miglior attore non protagonista; meravigliose Brie Larson in 'Room' e Alicia Vikander in 'The Danish Girl', premiate rispettivamente per miglior attrice protagonista e per miglior attrice non protagonista. La scelta di Brie e Alicia risulta davvero felice: fino a un anno fa, erano praticamente sconosciute allo spettatore medio; oggi, l'Oscar per loro non rappresenta un punto d'arrivo ma ha la funzione di essere un trampolino di lancio per una grande carriera. Prevedibili ma indiscutibili i premi per miglior film d'animazione ('Inside Out'), miglior film straniero ('Il figlio di Saul') e miglior documentario ('Amy'). E attenzione al miglior cortometraggio e al miglior cortometraggio d'animazione: si chiamano 'Stutterer' e 'Bear Story' e sono due autentici capolavori.

Emiliano Dal Toso




lunedì 22 febbraio 2016

Five Years: I 12 capolavori de IL BELLO, IL BRUTTO E IL CATTIVO

Molte poche cose sono affascinanti quanto l'ego ferito di uno splendido angelo

Il primo marzo saranno cinque anni di blog. Cinque anni di recensioni, classifiche, riflessioni spiazzanti. Non potevo far altro che celebrare in modo autoreferenziale questo anniversario ripassando i dodici capolavori che ci hanno accompagnato nel corso di questo nostro tempo.

Il cigno nero - Darren Aronofsky, 2011 
Un film meravigliosamente conturbante, torbido, avvolgente. Il corpo di Natalie Portman parte come un sogno e termina come un incubo. Bellissimo e ossessionato. Il suo volto meraviglioso non rimane impresso di più delle sue punte sanguinanti, del suo sguardo demoniaco. Psyco-horror allo stato puro.

Un sapore di ruggine e ossa - Jacques Audiard, 2012
Audiard parla di persone, racconta la sconfitta e il riscatto, la sensualità e il dolore. Si sentono i sospiri, la rabbia, le lacrime. Si sentono i magoni, gli affanni. I graffi, sulla pelle, nell'anima. Stringere i denti, e poi ripartire. Un tripudio di esperienza vissuta, un cinema di carne e fiato.

The Master - Paul Thomas Anderson, 2012
Due anime perse: Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix. Un bisogno di aiuto reciproco tra due uomini apparentemente agli antipodi, che hanno la necessità di un confronto, di un'illusione per non crollare. La fede e le religioni non sono altro che un tentativo di reazione allo sconforto. Com'è profondo il mare.

Spring Breakers - Harmony Korine, 2012
I bikini, le collane fluorescenti, lo smalto e gli occhiali da sole che luccicano. Il denaro, il sangue, Britney Spears. La celebrazione assoluta della consistenza della superficie. Capolavoro visionario e lisergico, proiettato verso l'infinito e oltre.

La vita di Adele - Abdellatif Kechiche, 2013
Le scene di sesso più belle e autentiche viste sul grande schermo, funzionali a una completa e appassionante riflessione sull'amore, dettagliatamente analizzato in tutte le sue fasi. Un cinema prezioso e speciale, colmo di sapori, gioie e sofferenze di tutti i giorni. Dolcezze in frantumi.

The Wolf of Wall Street - Martin Scorsese, 2013
Quei bravi ragazzi all'ennesima potenza, ma senza controllo. Sniffare cocaina, fumare crack, giocare al tiro al bersaglio con i nani, spendere denaro e scopare senza alcun tipo di limiti e di freni inibitori. Un party delirante che inquadra impietosamente la vitalità di chi sta serenamente fottendo il mondo.

Nymphomaniac - Lars von Trier, 2014
Sculacciando come sempre bigotti, moralisti e intellettuali, lo zio Lars porta sullo schermo la forza dell'umanesimo e ribadisce, mai domo, l'importanza e la centralità della libertà d'espressione. E con dolore parla di sé e riflette, nuovamente, sull'alterità e sull'extrasensorialità della natura femminile.

Boyhood - Richard Linklater, 2014
Un coming-of-age che prende di petto il desiderio di identificazione dello spettatore e pone l'interrogativo se il Cinema possa essere davvero uno specchio fedele dell'esistenza. Un miracolo cinematografico, affidato all'Ignoto, alla Storia da scrivere, che commuove e riscalda il cuore.

Sils Maria - Olivier Assayas, 2014
Quello di cui si può essere certi è soltanto l'esclusività del punto di vista, l'irrinunciabilità alla prospettiva. E così il Teatro, il Cinema, la Vita vanno rielaborati: rinunciando all'interpretazione, ma accettando la propria condizione che è sempre e comunque nebulosa e inafferrabile.

Mommy - Xavier Dolan, 2014
Furioso, travolgente melodramma pop, sfacciatamente kitsch, melodico come una canzone degli Oasis o di Celine Dion. Seducente come la voce di Lana Del Rey. Un frullato di romanzo adolescenziale ed estetica alla Gus Van Sant, disperatamente alla ricerca di un'emozione da poco.

Steve Jobs - Danny Boyle, 2015
Una canzone rap tradotta in immagini, parole mitragliate, vere e proprie rasoiate che attraversano uno dei personaggi più controversi e decisivi per quello che siamo oggi. La vita è sempre dietro le quinte, quello che va in scena è sempre soltanto una versione dei fatti, la più commerciabile e concorrenziale.

The End of the Tour - James Ponsoldt, 2015
Folgorante gioco di specchi, stima reciproca e invidie, tra un poster di Alanis Morissette e un action con John Travolta. Il distacco tra noi stessi e gli altri, tra noi stessi e la realtà, l'importanza che diamo alla percezione che gli altri hanno di chi siamo: sono solo parole, ma tramortiscono e fanno male.




sabato 20 febbraio 2016

Pronostici Oscar 2016

MIGLIOR FILM

Emiliano Dal Toso:
nell'ultimo anno di Barack Obama presidente degli Stati Uniti, vincerà un film politicamente corretto come Il caso Spotlight di Tom McCarthy, misuratamente indignato e filodemocratico nella sostanza, un po' vecchiotto e televisivo nella forma. Troppo cinico e complicato La grande scommessa, troppo poco glamour Il ponte delle spie.

Massimiliano Gavinelli: soltanto uno, Il ponte delle spie, è davvero un bel film. Deludenti gli altri: soporiferi (Brooklyn, Room), sopravvalutati (The Martian, Revenant), sgangherati e deboli (La grande scommessa), semplicemente brutti (Mad Max: Fury Road). Pertanto a insidiare Spielberg rimane solamente Il caso Spotlight: la sensazione è che quest'ultimo la spunterà.

MIGLIOR REGIA

EDT:
la cinquina più mediocre di quest'anno. Spiccano le assenze di Spielberg (Il ponte delle spie) e Boyle (Steve Jobs). Vince la regia anonima di Tom McCarthy (Il caso Spotlight), ma dovrà vedersela con i piani sequenza deliranti di Inarritu (Revenant), che - ahinoi - non è completamente fuori dai giochi.

MG: lottano in tre: George Miller (Mad Max), Tom McCarthy (Spotlight), Alejandro G. Inarritu (Revenant). La regia di McCarthy è perfettamente funzionale alla narrazione, invisibile e rispettosa. Ultimamente, però, l'Academy ha dimostrato di preferire eccessi ed eccentricità (Birdman, Gravity). Se i giurati vorranno riconoscere la differenza tra una regia eccessiva ma funzionale e una pomposamente inutile vincerà George Miller.

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

EDT:
potrebbe essere l'anno di Leonardo DiCaprio, ma la sua prova in Revenant è una delle meno interessanti della sua carriera. Dico allora Bryan Cranston (L'ultima parola), semplicemente gigantesco nei panni dello sceneggiatore comunista Dalton Trumbo. Senza dubbio, è la categoria più equilibrata: attenzione a Eddie Redmayne (The Danish Girl) in un ruolo tipicamente Academy e all'outsider Michael Fassbender (Steve Jobs).

MG: non credo alla tiritera "è l'anno di DiCaprio": la sua non è una prestazione da Oscar. Se l'hanno escluso fino a ora non vedo perché debbano premiarlo per due ore e mezza di grugniti. Redmayne è molto bravo ma due statuette di fila mi sembrano difficili da ottenere, specialmente se ci sono avversari altrettanto, se non più, efficaci: Michael Fassbender e Bryan Cranston. Due interpretazioni tormentate e complesse. Punto su Cranston: il suo ruolo è più paraculo e meno rischioso.

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

EDT:
vedo molto indietro Jennifer Lawrence (Joy) e Charlotte Rampling (45 anni), quest'ultima per le dichiarazioni sulla meritata esclusione dalle nomination di afroamericani. Brave Saoirse Ronan (Brooklyn) e Cate Blanchett (Carol), ma la mia preferenza va a Brie Larson (Room), dolente e splendida nel film di Lenny Abrahamson.

MG: non mi è piaciuta l'interpretazione di Cate Blanchett, fredda come la sua relazione con Rooney Mara. Jennifer Lawrence è moderatamente brava e la sua forza sta nell'american dream di cui il suo personaggio è espressione più che nell'interpretazione: è l'outsider. La favorita è Brie Larson. Performance solida e convincente quella della Rampling, che potrebbe pagare le sue dichiarazioni politicamente scorrette. La sorpresa potrebbe essere Saoirse Ronan, bravissima.

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

EDT:  mi sembra favorito Mark Ruffalo, perché credo che uno degli attori di Spotlight sarà sicuramente premiato. Il concorrente più agguerrito è Sylvester Stallone, che meriterebbe l'Oscar alla carriera piuttosto che per il sopravvalutato Creed. Il più bravo, però, è Mark Rylance, magnifica spia russa ne Il ponte delle spie.

MG: punto su Mark Ruffalo: non premiato per Foxcatcher, potrebbe rifarsi grazie alla solidità dimostrata in Spotlight. Christian Bale è l'alternativa: il ruolo non è impossibile ma lui è bravissimo e disinvolto. Meriterebbe anche Mark Rylance ma potrebbe essere penalizzato dal minutaggio. Applaudirei con un bel sorrisone ebete la vittoria di Stallone, ma non ci credo nemmeno un po'.

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA

EDT:
vince Alicia Vikander, il vero cuore di un biopic sontuoso ma patinato come The Danish Girl. Certo, esulterei per una vittoria di Rachel McAdams: la amo. Bravissima Kate Winslet, ma pare che Steve Jobs non sia stato capito dall'Academy.

MG: la lotta è tra Alicia Vikander, Rachel McAdams e Kate Winslet. Il ruolo più complesso è indubbiamente quello della bella Alicia. Rachel, invece, per quanto sia sempre piacevole vederla, non offre alcun valore aggiunto a Spotlight. Kate è, forse, una delle migliori attrici americane, una che affronta con disinvoltura qualsiasi ruolo. Lei è l'erede della Streep come beniamina dell'Academy.

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE

EDT: favoritissimo Il caso Spotlight, distaccati gli script ben più vibranti e originali de Il ponte delle spie e Ex Machina.

MG: Il caso Spotlight vincerà senza difficoltà. Il ponte delle spie potrebbe ottenere il contentino qualora fallisse l'attacco alla statuetta principale. Ex Machina è l'outsider: la sceneggiatura è delicata e graffiante. Non credo ai comunque apprezzabili Inside Out e Straight Outta Compton.

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

EDT: vincerà La grande scommessa, difficile che il film di Adam McKay non porti a casa almeno una statuetta.

MG: nessuno script eccelle tra i candidati. Carol è piatto, Room smette di evolversi e di sorprendere ancor prima della metà, The Martian non offre nulla di nuovo. Se la giocano Brooklyn e La grande scommessa. Punto sul nome e dico Nick Hornby.

MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE

EDT: una cinquina di livello altissimo, almeno in tre meriterebbero di vincere. Il brand della Pixar, alla fine, consentirà a Inside Out di prevalere sul geniale Anomalisa e sullo Studio Ghibli.

MG: vince Inside Out a meno che una folgorazione cinefila conduca i giurati a premiare Anomalisa.

MIGLIOR FILM STRANIERO

EDT: Il figlio di Saul è praticamente già assegnato.

MG: non dovrebbe esserci lotta, vincerà Il figlio di Saul.



martedì 16 febbraio 2016

Il Pagellino: Febbraio 2016

The End of the Tour - James Ponsoldt 10: folgorante gioco di specchi, stima reciproca e invidie tra lo scrittore David Foster Wallace e il giornalista del Rolling Stone David Lipsky. Riflessioni dolorose di un'anima fragile, controversa e geniale su successo, depressione e relazioni umane, delineando i contorni di un'America innevata di fast food, televisione e grandi magazzini. Il distacco tra noi stessi e gli altri, tra noi stessi e la realtà, l'importanza che diamo alla percezione che gli altri hanno di chi siamo: sono solo parole, ma fanno male e tramortiscono. Magnifico.

Anomalisa - Charlie Kaufman, Duke Jonhnson 9: flusso di coscienza in stop motion dell'intellettualissimo Charlie Kaufman che, nella dimensione animata, trova la chiave poetica per esprimere al meglio le proprie ossessioni e la propria idea di cinema. Aeroporti, viaggi in taxi, stanze d'albergo, solitudini: tra sogno e realtà, teniamo stretti nel cuore le anomalie delle nostre vite, e ci commuoviamo per Girls Just Want to Have Fun.

1981: Indagine a New York - J.C. Chandor 9: fino a che punto possono coesistere la rettitudine e un mondo sempre più orientato verso il mito dell'affermazione economica e la violenza? Un Oscar Isaac immenso è il self-made man che non rinuncia al confronto e alla razionalità, e che ribadisce l'onestà come base fondamentale del proprio successo. Attorno a sé, le regole della sopraffazione, della competizione e del sangue hanno preso il sopravvento.

Good Kill - Andrew Niccol 8: thriller bellico tesissimo, palpitante, confezionato magnificamente e recitato da un Ethan Hawke in stato di grazia, che gradualmente trascina lo spettatore nella spirale infernale di un pilota di droni in piena crisi di coscienza. Il miglior film di Andrew Niccol: la più compiuta riflessione sull'inevitabilità dell'evoluzione tecnologica e sulle sue contraddizioni. Sullo sfondo, un'altra versione dell'America da rabbrividire.

Remember - Atom Egoyan 8: on the road tra Sorrentino e Nolan di grande coinvolgimento popolare, che riflette sull'importanza della memoria e sulla necessità di mantenere vivo il ricordo del passato, ma che ha il coraggio di chiedersi se i mostri di un tempo lo sono sempre stati e sono ancora tali e se la vendetta non sia altro che una pura ossessione. Meraviglioso Christopher Plummer, peccato per il colpo di scena finale, costruito benissimo ma in fondo rassicurante.

L'ultima parola - Jay Roach 8: Papà, ma è vero che sei un comunista? Sì. Jay Roach dirige un biopic molto classico ma emozionante, rispolverando la sacrosanta funzione pedagogica del cinema: non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire. Bryan Cranston è enorme e merita, insieme a Michael Fassbender, l'Oscar molto di più di Leonardo DiCaprio. Se fosse sempre questo il cinema medio, saremmo in un'epoca artisticamente d'oro.

Il Club - Pablo Larrain 7: il regista cileno della splendida trilogia Tony Manero - Post Mortem - No turba e scuote ma non incanta. L'inferno dei suoi personaggi, a volte, rasenta la maniera, e non risulta così necessario a differenza delle pellicole precedenti; ciononostante, alcuni passaggi sono di indubbia potenza e il lavoro sull'immagine si conferma preciso e disturbante. 

Il caso Spotlight - Tom McCarthy 6: intento nobilissimo, cast eccezionale (Mark Ruffalo e Rachel McAdams su tutti), sceneggiatura impeccabile. Ma la sensazione è quella di un prodotto televisivo, seppur professionale: la regia di McCarthy è più anonima che essenziale. E la confezione da cinema civile alla Pakula appare un po' anacronistica.

The Hateful Eight - Quentin Tarantino 6: il film più monocorde, monocolore e timoroso di Tarantino, complessivamente il più serio ma il meno riuscito. La riflessione sulle radici dell'America non graffia, le sorprese non sorprendono davvero, le interpretazioni infastidiscono. Si apprezza, però, il tentativo di spiazzare e rimescolare la carte, oltre alla sempre impressionante cura dei dettagli.

Lo chiamavano Jeeg Robot - Gabriele Mainetti 6: originale ma confuso tentativo di coabitazione tra cinefumetto, cinesuburra e cinemania tarantiniana. A tratti divertente, a tratti sconcertante, ma nel complesso prevale la furia di voler proporre qualcosa di nuovo, diverso e alternativo sulla lucidità e sulla chiarezza delle intenzioni. Bravo Santamaria.

The Danish Girl - Tom Hooper 5: formalmente sontuoso, ma lagnosissimo e banale biopic sulla transessuale Lili Elbe, affossato dalla prova artificiosa e glaciale di Eddie Redmayne. L'incantevole Alicia Vikander non è sufficiente a rendere abbastanza interessante il film, che si trascina sempre più verso una melensaggine insostenibile.

Zoolander 2 - Ben Stiller 4: spiace eh, ma il seguito del cult Zoolander si poteva davvero risparmiare. Si ride poco e si ride male, la sanissima demenzialità del primo episodio sparisce per far posto a una parodia della moda fasulla e ammiccante, che si perde nei meandri di una spy story di rara idiozia. Stiller al suo minimo storico.

Onda su onda - Rocco Papaleo 4: chi si aspetta la leggerezza on the road di Basilicata coast to coast stia alla larga. Un film sgangherato, improbabile e senza momenti davvero comici: Papaleo e Gassmann mai così in difficoltà. Se li dovessimo paragonare, gli ultimi Zalone e Verdone sembrano Risi e Monicelli.


sabato 30 gennaio 2016

The Hateful Eight

The Hateful Eight è il primo passo falso di Quentin Tarantino. Difficile ammetterlo senza il rischio di sembrare sentenziosi ed effettistici, ma nei panni di blogger snob sono pronto ad assumermi il rischio. Ho sempre visto la filmografia di Quentin come un percorso diviso in due parti, abbastanza distanti: il primo è quello dei tre film degli anni Novanta (Le iene, Pulp Fiction, Jackie Brown), dove il regista presentava il proprio stile, unico e inimitabile grazie alla commistione tra il piacere di fare cinema e una specie di "malattia nera" che contaminava ogni sequenza; il secondo è quello dei quattro lavori successivi (Kill Bill, Grindhouse, Bastardi senza gloria, Django Unchained), dove Tarantino si è lasciato guidare dal proprio ormone fanzinaro e, con bravura soprannaturale, ha saputo definire una poetica militante e anti-intellettualistica costituita da citazioni in grado di comporre i tasselli di un'autentica e originale concezione di Puro Cinema, ottenuta con la gioia dell'appassionato e con il talento dell'artista, del fuoriclasse. Faccio fatica a collocare The Hateful Eight non soltanto nella prima categoria, ma anche nella seconda: il motivo è che nelle tre ore abbondanti di visione non ho mai avuto la sensazione di riconoscere questa gioia di giocare con il cinema, questa necessità dettata dai bassi istinti di cinefilo. Ed è vero, il film "tarantineggia" anche di più delle opere precedenti: i dialoghi sono ancora più lunghi, l'intreccio è ancora più irregolare e frammentario, la recitazione è ancora più caricata. Eppure, sembra che Quentin abbia smarrito quella voglia di sorprendere e disorientare, di ribaltare i codici, di rendere i suoi personaggi iconici e mitici. Il principale difetto di The Hateful Eight è quello di essere monocorde dall'inizio alla fine: sulla carta, le sorprese narrative non dovrebbero mancare, ma non incidono, non graffiano; gli attori si limitano a gigioneggiare e non contribuiscono a dare spessore alla scrittura dei caratteri. Prendiamo, per esempio, Tim Roth e Samuel L. Jackson: i loro Oswaldo Mobray e Marquis Warren risultano uno stereotipo del tarantinismo, non attribuendo alcun valore aggiunto a un archetipo di personaggi che abbiamo già avuto modo di conoscere (e apprezzare) negli altri film. Tra lo spettatore e la messa in scena c'è troppa distanza: Quentin è finito per innamorarsi talmente tanto del proprio universo da dimenticare quei magnifici espedienti che lo rendevano così anarchico e vitale. Poca ironia (non si ride quasi mai), niente furia iconoclasta: purtroppo, prevale l'impressione che The Hateful Eight sia stato partorito come un atto doveroso del regista nei confronti di un genere, il western, verso cui si pone in maniera quasi timorosa, come se una rivisitazione in chiave pop e distruttiva non fosse davvero permessa. E così, per la prima volta, l'ammirazione di Tarantino per i suoi poster appesi in cameretta finisce per dominare la sua creatività.

Emiliano Dal Toso



mercoledì 27 gennaio 2016

Il Pagellino: Gennaio 2016

Steve Jobs - Danny Boyle 10: terzo capitolo di Aaron Sorkin su uomini visionari e sulla contemporaneità, dopo The Social Network e Moneyball. Tre atti shakespeariani, cinici, senza cuore, travolgenti. Una canzone rap tradotta in immagini, parole mitragliate, vere e proprie rasoiate che attraversano uno dei personaggi più controversi e decisivi per quello che siamo oggi. La vita è sempre dietro le quinte, sul palcoscenico va in scena solo una versione dei fatti, la più commerciabile e concorrenziale. Capolavoro.

Carol - Todd Haynes 7: un melodramma che si distingue per il controllo delle emozioni, per un'esplosività quasi sempre rimandata. Haynes celebra il desiderio di libertà di due donne oppresse dalle convenzioni borghesi della New York degli anni Cinquanta: tutto è perfetto, esteticamente bellissimo, al limite del patinato. 

Daddy's Home - Sean Anders 7: Will Ferrell e Mark Wahlberg, ovvero due degli attori più simpatici di Hollywood, si contendono una bellissima Linda Cardellini più prole a suon di slapstick e sanissima demenza. Nessuno pretende chissà cosa, ma il film scorre davvero bene e ha un paio di momenti di puro genio iconoclasta.

Joy - David O. Russell 7: Jennifer Lawrence è bravissima nei panni di una working class hero che inventa quello che tutti conosciamo come mocio Vileda e realizza il Sogno Americano, alla faccia di parenti serpenti e del cinico mercato. Dopo Il lato positivo, ci si aspetta forse troppo da Russell: eppure l'affresco è più riuscito qui che nel sopravvalutato American Hustle.

Quo vado? - Gennaro Nunziante 7: piaccia o meno, Checco Zalone è il Paolo Villaggio e l'Alberto Sordi del nuovo millennio. E se avesse il coraggio di essere cattivo e scorretto fino in fondo, i suoi film sarebbero davvero l'ideale continuazione della "commedia all'italiana". Ad ogni modo, non si vedono altri autori in grado di raccontare il Paese di oggi meglio di lui.

Creed - Ryan Coogler 6: il film è scritto bene, retorico e nostalgico al punto giusto, eppure da fan di Rocky non posso nascondere una certa delusione nel vedere il nostro eroe a bordo ring. Balboa dovrebbe combattere sempre, perché il Mito non può e non deve avere età. Una specie di reboot per le nuove generazioni, meno convincente di Star Wars.

Il figlio di Saul - Laszlo Nemes 6: Olocausto e sonderkommando. La macchina da presa non molla mai il protagonista, gli orrori sono fuori campo o fuori fuoco: la sensazione è che il regista abbia cercato di trovare un punto di vista inedito per raccontare qualcosa che non si conosce già e che sollevi ulteriore indignazione. Ma la trovata stilistica rischia di oscurare la forza del contenuto.

La grande scommessa - Adam McKay 6: il regista di Anchorman e Step Brothers non era un cialtrone prima e non è un genio adesso. Il film si limita a raccontare gli eventi che portarono alla crisi economica del 2008 senza sviluppare una drammaturgia forte che renda davvero interessanti i personaggi. Sullo stesso tema, consigliamo di recuperare Margin Call di Chandor.

Little Sister - Hirokazu Kore-eda 6: un elogio della solidarietà femminile, molto carino, molto attento alle piccolezze, ai dettagli, alle sfumature. Certo, lo script non è irresistibile: si fosse trattata di una commedia americana con Cameron Diaz, Rachel McAdams e Susan Sarandon sarebbero piovute critiche violente da tutte le parti.

Piccoli brividi - Rob Letterman 6: Jack Black è uno dei talenti più sprecati del cinema americano, lo dico da sempre. In questo prodotto medio per ragazzi, che saccheggia Jumanji e ha il retrogusto dell'horror anni Ottanta, fa un figurone: peccato che si sia dimenticato che esiste anche qualcosa d'altro.

Macbeth - Justin Kurzel 5: una versione del capolavoro shakespeariano di cui non sentivamo la necessità, più vicina all'estetica pop di 300 che a Roman Polanski. Bravini ma non eccezionali Fassbender e la Cotillard, pochissimi gli spunti davvero originali: un ennesimo prodotto ad uso e consumo di un pubblico che il giorno dopo si dimentica di cosa ha visto.

Ti guardo - Lorenzo Vigas 4: povertà, disagio, pederastia e un tocco di giallo per un film pensato apposta per arruffianarsi i giurati dei festival e la critica più impegnata civilmente. Un Leone d'oro davvero surreale, scritto male, con scene (auto)erotiche gratuite e sensazionalistiche, e senza pathos genuino. 

Revenant - Redivivo - Alejandro G. Inarritu 4: western amorfo, senza sentimento, senza metafisica. Un delirio di onnipotenza da parte del regista più (auto)sopravvalutato del nuovo millennio: piani sequenza deliranti e interminabili, trovate narrative inverosimili e involontariamente divertenti. Leonardo DiCaprio e Tom Hardy non recitano più, ma ringhiano e sbraitano.

La corrispondenza - Giuseppe Tornatore 1: un film completamente inspiegabile, sbagliato dall'inizio alla fine. Dialoghi improbabili, riflessioni esistenzialiste che vanno oltre la farsa. Vogliamo bene a Peppuccio, può succedere. Però Jeremy Irons e Olga Kurylenko non vorremmo vederli mai più su uno schermo.









sabato 16 gennaio 2016

Il Pagellino: Candidati Oscar Miglior Film 2016

Il ponte delle spie - Steven Spielberg 9: una dichiarazione d'amore al diritto e un inno alla diplomazia. Spielberg al suo meglio: attenzione a non confondere retorica con le sfumature di un cinema morale, giusto, in grado di ridefinire il significato dell'espressione "uomini tutti d'un pezzo". Due personaggi memorabili: l'avvocato semplice, ordinario Francis Donovan di Tom Hanks e la spia russa fiera, orgogliosa Rudolf Abel di Mark Rylance, a cui auguriamo l'Oscar.

Room - Lenny Abrahamson 7: dramma famigliare compatto e mai ricattatorio, dove un bambino di cinque anni scopre il mondo dopo aver vissuto sempre in una stanza, convinto che gli attori abitino dentro la televisione e che fuori all'aperto non ci sia niente. L'irlandese Abrahamson emoziona quando racconta il graduale adattamento all'esterno del piccolo, ma non riesce a trovare il guizzo per commuovere. La mamma Brie Larson è intensa e credibile, potrebbe vincere.

Brooklyn - John Crowley 6: melodrammone sentimentale compassato e abbastanza prevedibile, ma piuttosto potente nella descrizione delle vite degli immigrati irlandesi e italiani nella New York degli anni Cinquanta. La sceneggiatura di Nick Hornby, basata sull'omonimo romanzo di Colm Toibin, non graffia ma concede qualche momento ironico e sincero. E gli attori sono bravissimi: non soltanto Saoirse Ronan (tra le favorite per la statuetta), valgono anche Domhnall Gleeson e Jim Broadbent.

La grande scommessa - Adam McKay 6: il regista e autore McKay era conosciuto soltanto per la regia dei film con Will Ferrell, da Anchorman a Step Brothers. Non era un cialtrone prima e non è un genio adesso. Si limita a raccontare gli eventi che portarono alla crisi economica del 2008 senza sviluppare una drammaturgia forte che renda interessanti i personaggi. Certo, può divertire Margot Robbie nuda in vasca di bagno che spiega tecnicismi, ma sullo stesso tema Margin Call è di un'altra categoria.

Il caso Spotlight - Tom McCarthy 6: intento nobilissimo, cast eccezionale (Mark Ruffalo e Rachel McAdams potrebbero vincere come non protagonisti), sceneggiatura impeccabile. Peccato che la sensazione sia quella di un prodotto televisivo, seppur di discreta professionalità: la nomination a McCarthy per la regia è scandalosa se pensiamo che sono stati esclusi Spielberg e Quentin. Non c'è un sussulto, un'invenzione, al di fuori dell'onesto compitino.

Mad Max: Fury Road - George Miller 5: uno dei film con il maggior numero di sovrainterpretazioni sprecate da nerd e critici fighetti. Può sicuramente essere riconosciuto a Miller il merito di girare un blockbuster rinunciando a effetti speciali, riducendo all'osso trama e cazzate pop, ma lasciamo in pace Omero e il femminismo. Se quest'anno bisognava dare spazio a un titolo di puro intrattenimento, avrei preferito il settimo Fast and Furious.

Sopravvissuto - The Martian - Ridley Scott 5: Matt Damon si ritrova da solo su Marte e dalla Nasa fanno di tutto per riportarlo sulla Terra. Tutto qui, il resto è un campionario di carinerie, dalla colonna sonora vintage che fa sempre figo alle battutine con inevitabili citazioni della cultura di massa. Fingendo di divertirmi, rimpiango la serietà di Apollo 13 e Mission to Mars. E pensare che un capolavoro come The Counselor era stato completamente ignorato.

Revenant - Redivivo - Alejandro G. Inarritu 4: il regista messicano ormai è avvolto dalla convinzione di essere il più grande di tutti i tempi e gira un western amorfo, senza pathos, senza sentimento, senza metafisica. Puro manierismo estetizzante e irritante, mai richiesto, mai funzionale alla narrazione. La sequenza di DiCaprio che lotta con l'orso è spettacolare quanto patetica ma è solo l'inizio: l'attenzione va subito alle lancette dell'orologio. Una vera e propria patacca d'autore.