Chi segue da un po' questo blog potrebbe essergli capitato di leggere il post nel quale illustravo i dieci film che detesto di più, tra i quali al secondo posto compare il celebre Prima Dell'Alba di Richard Linklater. Osannato da molta parte della critica e considerato da alcuni un cult generazionale (per alcuni è il film del cuore, per alcune coppie il film della vita), lo recuperai qualche anno fa, sorprendendomi che lo sceneggiatore non fosse lo stesso che scrive le frasi sui bigliettini dentro ai Baci Perugina. Verboso, ampolloso, quel tentativo di raccontare l'amore in pochissime ore è rimasto, per fortuna, uno scivolone isolato nella carriera del regista americano. Cineasta, per il resto, curioso (Dazed and confused), anticonformista (School Of Rock), sperimentatore (Waking Life), che nell'ultimo Boyhood giunge al compimento pieno della sua poetica, racchiudendo un po' tutte queste caratteristiche. Infatti, dal 2002 al 2013 Linklater ha chiamato sul set ogni anno per pochi giorni lo stesso gruppo di attori per raccontare l'infanzia e l'adolescenza di Mason, interpretato da Ellar Coltrane, che ha iniziato il film a 8 anni e lo ha terminato a 19, andando di pari passo con la crescita del suo personaggio. Lo stesso vale per gli altri attori del film, Ethan Hawke e Patricia Arquette nel ruolo dei genitori di Mason, e la figlia del regista, Lorelei Linklater, in quello della sorella. Niente viene affidato al trucco, l'invecchiamento che vediamo sullo schermo è quello che si portano dietro gli interpreti stessi. Così come gli eventi storici che fanno da sfondo alla vicenda sono quelli contemporanei a quando è stata girata la pellicola, come ad esempio la campagna elettorale di Obama del quale il padre di Mason è un grande sostenitore. Se quello che rimproveravo a Prima Dell'Alba era l'assenza di una vera trovata, di un guizzo, di un graffio narrativo che vivacizzasse il contesto, in Boyhood questa mancanza risulta essere, invece, l'arma vincente, l'unica possibile di fronte a una sfida di questo calibro: le difficoltà che è costretto a dover affrontare il giovane protagonista sono quelle che potrebbe aver vissuto chiunque, dalla traumatica separazione dei genitori al difficile rapporto con i loro nuovi rispettivi compagni, dai primi turbolenti innamoramenti fino al conseguimento del diploma. Quante volte si potrebbe aver pensato che sarebbe bello vedere un film con i momenti salienti della propria esistenza, una sintesi con le parti noiose tagliate. Ecco, Boyhood è un po' questo, un coming-of-age che prende di petto il desiderio di identificazione dello spettatore, ponendo inevitabilmente l'interrogativo se il cinema possa davvero essere uno specchio fedele della vita, oppure se le necessità narrative debbano prendere forzatamente il sopravvento. Linklater si è ciecamente affidato all'ignoto, alla Storia che deve ancora essere scritta, prendendosi il rischio di girare a volte a vuoto, ma offrendo alcuni passaggi struggenti, di una intensità assoluta: le giornate di Mason trascorse insieme al padre a giocare a bowling o alle partite di baseball, i discorsi di sua madre sull'inevitabilità dell'abbandono e della perdita possiedono il dono magico dell'autenticità, e della lacrima.
giovedì 21 agosto 2014
giovedì 24 luglio 2014
Top Ten Gli Inediti 2013-2014
10 - Vivir Es Facil Con Los Ojos Cerrados - David Trueba
Fresco vincitore degli ultimi Goya, visto al Festival del Cinema Spagnolo, racconta il viaggio di un insegnante fan di John Lennon alla ricerca del suo idolo, mentre è in Almeria per girare un film contro la guerra. Trascinante interpretazione di Javier Camara, il titolo è tratto da una strofa di Strawberry Fields Forever, una delle più belle e conosciute canzoni dei Beatles.
9 - Night Moves - Kelly Reichardt
Presentato in concorso all'ultima Mostra di Venezia, è una nuova prova incisiva di Kelly Reichardt, regista americana mai approdata sui nostri schermi, malgrado gli eccellenti Wendy And Lucy e Meek's Cutoff. Night Moves indaga le gesta di tre ambientalisti disposti ad azioni eclatanti ed è sorretto da una prova magnetica di Jesse Eisenberg e da una sceneggiatura solida e avvincente.
8 - All Is Bright - Phil Morrison
Non ha avuto molta fortuna distributiva, ed è un peccato perchè è il raro esempio di una pellicola americana proletaria, nella quale due fuoriclasse del genere come Paul Giamatti e Paul Rudd danno il meglio di sè, improvvisandosi improbabili commercianti di alberi di Natale con l'esclusivo desiderio di tirare a campare. Consigliatissimo agli amanti della bromantic comedy.
7 - La Bataille De Solferino - Justine Triet
Presentato al Festival di Torino, candidato come miglior pellicola agli ultimi Cesar e segnalato dai Cahiers du Cinema tra i dieci migliori film dell'anno passato, è un'opera prima vivacissima in perfetto equilibrio tra pubblico e privato, tra dramma famigliare e commedia degli equivoci. L'esempio di come la commedia francese sia irraggiungibile da quella italiana, per scrittura, intelligenza e analisi sociale.
6 - Stray Dogs - Tsai Ming Liang
Vincitore del Premio della Giuria all'ultima Mostra di Venezia, è il ritratto interminabile ed estenuante di una famiglia di derelitti, nella quale il padre è un alcolista che lavora come reggicartello umano in mezzo all'autostrada. Una sfida visionaria, che alterna passaggi patetici ad altri entusiasmanti, firmata da un cineasta da difendere, che concepisce la Settima Arte come la più alta forma di libertà di espressione.
5 - Las Brujas De Zugarramurdi - Alex de la Iglesia
Dovrebbe uscire sui nostri schermi il prossimo autunno, salvo ripensamenti, il nuovo capitolo del regista più violento e immaginifico in circolazione, un vero punk dalla poetica iconoclasta e politicamente scorretta. Dopo il capolavoro Balada Triste De Trompeta e l'eccellente La Chispa De La Vida, ci troviamo in territori più orrorifici e meno politici, più "di genere" ma sempre brulicanti di ardore per gli occhi.
4 - Tom A La Ferme - Xavier Dolan
Avremo senz'altro modo di vedere Mommy, il lavoro per cui Dolan ha vinto il Premio della Giuria a Cannes, ma pare che non verrà distribuito, invece, Tom a la ferme per cui è stato applauditissimo all'ultima Mostra di Venezia. Continui ribaltamenti di ruolo, complessi edipici, sindromi di Stoccolma, omosessualità esplicita e latente. La carne al fuoco è tanta, ma l'enfant prodige sa gestirla con assoluta carica emotiva.
3 - Prince Avalanche - David Gordon Green
Ecco un altro di quegli autori d'Oltreoceano colpevolmente dimenticati dalla distribuzione italiana, che pone al centro del suo discorso un America ai margini, fatta di personaggi perdenti ma romantici, alle prese con alienazioni che possono essere compensate soltanto da piccoli gesti di inconfondibile solidarietà maschile. Nuovamente, un meraviglioso Paul Rudd è la spalla perfetta per un Emile Hirsch uscito frastornato dalle terre selvagge.
2 - Frances Ha - Noah Baumbach
Ritratto femminile indimenticabile di Noah Baumbach, quello di una romantica ventisettenne aspirante ballerina, all'alba della maturità individuale, abbandonata da tutte le certezze, dalla migliore amica e decisamente "infidanzabile". Un piccolo grande film di un autore sensibile e anticonvenzionale, leggero e agrodolce, presentato a Torino ma scandalosamente ignorato dall'Italia e dagli Oscar.
1 - The Spectacular Now - James Ponsoldt
Struggente racconto di formazione di un ventenne festaiolo e apparentemente spensierato, mollato dalla ragazza e gradualmente costretto a fare i conti con il passato e con i propri demoni. Parte come un American Pie ma il risultato è una pugnalata al cuore, un futuro cult generazionale impossibile da dimenticare, trampolino di lancio per i futuri divi Miles Teller e Shailene Woodley.
Fresco vincitore degli ultimi Goya, visto al Festival del Cinema Spagnolo, racconta il viaggio di un insegnante fan di John Lennon alla ricerca del suo idolo, mentre è in Almeria per girare un film contro la guerra. Trascinante interpretazione di Javier Camara, il titolo è tratto da una strofa di Strawberry Fields Forever, una delle più belle e conosciute canzoni dei Beatles.
9 - Night Moves - Kelly Reichardt
Presentato in concorso all'ultima Mostra di Venezia, è una nuova prova incisiva di Kelly Reichardt, regista americana mai approdata sui nostri schermi, malgrado gli eccellenti Wendy And Lucy e Meek's Cutoff. Night Moves indaga le gesta di tre ambientalisti disposti ad azioni eclatanti ed è sorretto da una prova magnetica di Jesse Eisenberg e da una sceneggiatura solida e avvincente.
8 - All Is Bright - Phil Morrison
Non ha avuto molta fortuna distributiva, ed è un peccato perchè è il raro esempio di una pellicola americana proletaria, nella quale due fuoriclasse del genere come Paul Giamatti e Paul Rudd danno il meglio di sè, improvvisandosi improbabili commercianti di alberi di Natale con l'esclusivo desiderio di tirare a campare. Consigliatissimo agli amanti della bromantic comedy.
7 - La Bataille De Solferino - Justine Triet
Presentato al Festival di Torino, candidato come miglior pellicola agli ultimi Cesar e segnalato dai Cahiers du Cinema tra i dieci migliori film dell'anno passato, è un'opera prima vivacissima in perfetto equilibrio tra pubblico e privato, tra dramma famigliare e commedia degli equivoci. L'esempio di come la commedia francese sia irraggiungibile da quella italiana, per scrittura, intelligenza e analisi sociale.
6 - Stray Dogs - Tsai Ming Liang
Vincitore del Premio della Giuria all'ultima Mostra di Venezia, è il ritratto interminabile ed estenuante di una famiglia di derelitti, nella quale il padre è un alcolista che lavora come reggicartello umano in mezzo all'autostrada. Una sfida visionaria, che alterna passaggi patetici ad altri entusiasmanti, firmata da un cineasta da difendere, che concepisce la Settima Arte come la più alta forma di libertà di espressione.
5 - Las Brujas De Zugarramurdi - Alex de la Iglesia
Dovrebbe uscire sui nostri schermi il prossimo autunno, salvo ripensamenti, il nuovo capitolo del regista più violento e immaginifico in circolazione, un vero punk dalla poetica iconoclasta e politicamente scorretta. Dopo il capolavoro Balada Triste De Trompeta e l'eccellente La Chispa De La Vida, ci troviamo in territori più orrorifici e meno politici, più "di genere" ma sempre brulicanti di ardore per gli occhi.
4 - Tom A La Ferme - Xavier Dolan
Avremo senz'altro modo di vedere Mommy, il lavoro per cui Dolan ha vinto il Premio della Giuria a Cannes, ma pare che non verrà distribuito, invece, Tom a la ferme per cui è stato applauditissimo all'ultima Mostra di Venezia. Continui ribaltamenti di ruolo, complessi edipici, sindromi di Stoccolma, omosessualità esplicita e latente. La carne al fuoco è tanta, ma l'enfant prodige sa gestirla con assoluta carica emotiva.
3 - Prince Avalanche - David Gordon Green
Ecco un altro di quegli autori d'Oltreoceano colpevolmente dimenticati dalla distribuzione italiana, che pone al centro del suo discorso un America ai margini, fatta di personaggi perdenti ma romantici, alle prese con alienazioni che possono essere compensate soltanto da piccoli gesti di inconfondibile solidarietà maschile. Nuovamente, un meraviglioso Paul Rudd è la spalla perfetta per un Emile Hirsch uscito frastornato dalle terre selvagge.
2 - Frances Ha - Noah Baumbach
Ritratto femminile indimenticabile di Noah Baumbach, quello di una romantica ventisettenne aspirante ballerina, all'alba della maturità individuale, abbandonata da tutte le certezze, dalla migliore amica e decisamente "infidanzabile". Un piccolo grande film di un autore sensibile e anticonvenzionale, leggero e agrodolce, presentato a Torino ma scandalosamente ignorato dall'Italia e dagli Oscar.
1 - The Spectacular Now - James Ponsoldt
Struggente racconto di formazione di un ventenne festaiolo e apparentemente spensierato, mollato dalla ragazza e gradualmente costretto a fare i conti con il passato e con i propri demoni. Parte come un American Pie ma il risultato è una pugnalata al cuore, un futuro cult generazionale impossibile da dimenticare, trampolino di lancio per i futuri divi Miles Teller e Shailene Woodley.
domenica 29 giugno 2014
I Magnifici Sette: Aprile - Giugno 2014
Nymphomaniac - Lars von Trier: ne abbiamo parlato tanto e, malgrado le critiche, continuiamo a difenderlo e a considerarlo l'opera cinematografica più importante del nuovo decennio. Non poteva avere un finale più beffardo e incisivo la trilogia del folle e provocatorio regista danese sull'alterità del genere femminile, che non si può comprendere, e sulla sua sensorialità. Il cinema di Lars rappresenta la forza devastante dell'umanesimo e l'importanza della libertà di pensiero e di espressione.
Locke - Steven Knight: un gigantesco Tom Hardy segue tre piste narrative differenti, tra calcestruzzo, amante di una notte che partorisce e moglie che lo abbandona. Il tutto è anticipato dal display telefonico dell'automobile, il vero protagonista della vicenda. Film unico, originale, scritto divinamente, che denota la grande difficoltà di decidere le sorti della propria esistenza al di fuori da ogni tipo di macchino o di dispositivo elettronico.
Alabama Monroe - Felix van Groeningen: grande film, dolente, romantico, Walk the Line e Blue Valentine, che passa meravigliosamente indenne di fronte ai ricatti del cancer movie. Struttura narrativa a incastro, essenziale per guardare nello specchietto retrovisore e recuperare i migliori passaggi della nostra Vita, anche quando pene e dolori prendono il sopravvento. Quel che rimane è nella passione, espressa nel (st)ruggente ritmo del bluegrass.
La Gelosia - Philippe Garrel: opera autobiografica nella quale l'autore francese ricorda le tormentate vicissitudini sentimentali di suo padre, attore trentenne scapestrato. Lo fa, però, con il suo senso per il cinema: raffinato, profondo, essenziale. Hic et nunc. Una capacità di sintesi narrativa impressionante, accompagnata dalla bellezza di un bianco e nero di gran classe. Menzione speciale per Anna Mouglalis, nel ruolo della donna prima perdutamente innamorata e poi perduta.
We Are The Best! - Lukas Moodysson: ritroviamo piacevolmente questo bravo regista svedese, autore di una decina d'anni fa di due titoli cult come Fucking Amal e Together. Qui racconta la vicissitudini di tre ragazzine con la passione per il punk durante i primi Ottanta, quando l'hardcore irrompeva e indicava una via di fuga per chiunque volesse ribellarsi ai dogmi delle istituzioni e delle famiglie borghesi. Si tratta di una commedia, ma sembra fantascienza nell'epoca in cui Modà e One Direction riempiono San Siro.
Maps To The Stars - David Cronenberg: il Maestro canadese recupera lo smalto freddo e agghiacciante dei tempi migliori e ritrae un ambiente hollywoodiano senza speranza, putrido, nel quale non c'è interesse al di fuori del successo economico e della prevaricazione e non esiste paura al di fuori dell'invecchiamento estetico. E mentre si assiste a tragedie familiari inumane, il tono rimane immobile e gelido, come se il punto di vista fosse quello dello smartphone.
Jersey Boys - Clint Eastwood: delude chi si aspettava il solito Eastwood politico e polemico, e invece è l'omaggio scorsesiano alle radici del pop, melodico e commerciale, agli anni Cinquanta, a quando non si andava a un reality show per non finire delinquenti o ammazzati in mezzo alla strada. Tutto pare provenire dal cuore, senza alcun vezzo registico, ma esclusivamente al servizio della musica, delle esibizioni dal vivo, di quello che rimane mentre tutto scorre. Walk like a man.
Maps To The Stars - David Cronenberg: il Maestro canadese recupera lo smalto freddo e agghiacciante dei tempi migliori e ritrae un ambiente hollywoodiano senza speranza, putrido, nel quale non c'è interesse al di fuori del successo economico e della prevaricazione e non esiste paura al di fuori dell'invecchiamento estetico. E mentre si assiste a tragedie familiari inumane, il tono rimane immobile e gelido, come se il punto di vista fosse quello dello smartphone.
Jersey Boys - Clint Eastwood: delude chi si aspettava il solito Eastwood politico e polemico, e invece è l'omaggio scorsesiano alle radici del pop, melodico e commerciale, agli anni Cinquanta, a quando non si andava a un reality show per non finire delinquenti o ammazzati in mezzo alla strada. Tutto pare provenire dal cuore, senza alcun vezzo registico, ma esclusivamente al servizio della musica, delle esibizioni dal vivo, di quello che rimane mentre tutto scorre. Walk like a man.
sabato 21 giugno 2014
Cannes e Dintorni 2014 - Seconda Parte: Clouds Of Sils Maria, Deux Jours Une Nuit
Anche quest'anno 'Cannes e dintorni' si è confermata essere l'occasione migliore per il pubblico milanese di godere di un cinema di livello alto, seppur la concomitanza con i Mondiali di calcio abbia costretto noi appassionati di pallone e di Settima Arte a fare, letteralmente, le acrobazie per perdere il meno possibile di questi eventi così spasmodicamente attesi. E le attese sono state ben ripagate, a cominciare dal meraviglioso 'Clouds Of Sils Maria' di Olivier Assayas (voto 10), scandalosamente dimenticato dalla giuria presieduta da Jane Campion. Si sfiorano tanti temi: la distanza tra generazioni, il rapporto tra finzione e realtà. Si pongono molte domande ma non si danno risposte nette: può darsi che il Teatro sia autentica rappresentazione della Vita, può darsi che l'immedesimazione in un ruolo rispecchi l'essenza dell'interprete. E la forza del regista francese è proprio quella di non forzare spiegazioni, ma di lasciare sospesa e nebulosa ogni chiave di lettura. Quello di cui si può essere certi è esclusivamente l'inevitabilità del punto di vista, l'irrinunciabilità alla prospettiva. E, soltanto in questo modo, non solo il Teatro, non solo il Cinema, ma ogni situazione dell'esistenza può essere elaborata: rinunciando al dovere dell'interpretazione e della giustificazione, ma accettando la propria condizione che è sempre e comunque momentanea e mutevole, inafferrabile e immateriale. Non si tratterebbe, però, di un capolavoro se non ci fosse una costruzione narrativa raffinatissima, "a orologeria". E, soprattutto, se non ci fosse una Juliette Binoche suprema, alla quale non sfigura accanto una (finalmente) bravissima, incantevole Kristen Stewart in un ruolo di un'intelligenza sottile ma incisiva. 'Clouds Of Sils Maria' è, fino ad ora, uno dei migliori film dell'anno, e condivide con 'Nymphomaniac' di Von Trier il desiderio di mettere in discussione l'importanza e il significato della "pura narrazione" al giorno d'oggi, e di indagare il suo rapporto con la contemporaneità. Di tutt'altra natura, ma di altrettanta qualità cinematografica, 'Deux Jours, Une Nuit' dei Dardenne (voto 9) concepisce il Cinema come rappresentazione materiale e consistente della Vita. Impressionante la scelta di evitare ogni orpello narrativo collaterale per concentrarsi esclusivamente sulle lotte e sulle sofferenze della protagonista Sandra, costretta a cercare di convincere i suoi colleghi a rinunciare ad un bonus di produzione di 1000 euro per fare in modo che non venga licenziata. Come spesso è già accaduto (a partire da 'Rosetta', Palma D'Oro 1999), i Dardenne parlano di lavoro come unica possibile affermazione dell'individuo. Mai, però, in maniera così scarna ed essenziale, accessibile e popolare. In questo caso, la narrazione è strettamente funzionale al contenuto ed è fondamentale per attuare il coinvolgimento emotivo più totale da parte dello spettatore, che respira, ansima, piange insieme ad una Marion Cotillard semplicemente immensa. Pare quasi che i Dardenne si pongano in una posizione antistante da quella di Assayas sul tema del racconto. Non sappiamo chi abbia ragione, quello che importa è che in entrambi i casi si tratti di un cinema eccezionale, che vola altissimo.
martedì 17 giugno 2014
Cannes e Dintorni 2014 - Prima Parte: Wild Tales, Queen And Country, Jimmy's Hall
E così anche quest'anno, grazie ad un anonimo benefattore, si è riusciti ad organizzare 'Cannes e Dintorni', questa rassegna di giugno amatissima dalla buona, sana e intellettuale cinefilia milanese. Cinefilia che non si fa certo intimorire dalla massiccia dose di calcio dovuta ai Mondiali, ma che invade le migliori sale cinematografiche della città per godere di visioni prima degli altri o, addirittura, di visioni che non potranno essere godute dagli altri, perchè spesso trattasi di piccole chicche che non saranno distribuite. Noi che amiamo il calcio e i Mondiali di calcio ma che amiamo anche il cinema d'autore, di nicchia e non, cerchiamo acrobaticamente di riuscire a vivere entrambi gli eventi in prima persona. Si è parlato tanto del Gran Premio della Giuria vinto da Alice Rohrwacher con 'Le Meraviglie', un po' meno della Palma D'Oro andata a Nuri Bilge Ceylan per 'Winter Sleep', film turco di tre ore e un quarto. Lo dico subito: ho deciso di evitarli accuratamente, dal momento che le precedenti opere della Rohrwacher e di Ceylan (ovverosia, 'Corpo Celeste' e 'C'era una volta in Anatolia') sono state le cose più insostenibili che abbia visto sul grande schermo negli ultimi anni. Cinema pesante, lentissimo, estetizzante, quasi inaccessibile. Un'idea di Cinema che evidentemente ha trovato l'approvazione del Presidente di Giuria Jane Campion (della quale abbiamo mal sopportato anche l'acclamato 'Lezioni Di Piano') ma esattamente agli antipodi da quella che, con il mio piccolo blog, cerco di sostenere. Se fossi stato io il Presidente di Giuria non avrei esitato, invece, a dare uno dei due premi principali al sorprendente, violento, anarchico 'Wild Tales' di Damiàn Szifròn (voto 9). Il regista argentino racconta sei storie accomunate dall'esasperazione dei sentimenti, dall'istinto distruttivo e autodistruttivo dell'Uomo, schiacciato dall'oppressione delle istituzioni e succube dell'ambizione e del benessere economico. Alcuni passaggi sono davvero indimenticabili, sorretti da un umorismo nero e da un gusto per il grottesco che raramente si sono visti di recente: forse, una versione sudamericana di Todd Solondz o di Ulrich Seidl; senza dubbio, un atto d'amore nei confronti di un Cinema anti-intellettualistico, feroce, sarcastico, ancora in grado di scuotere convenzioni borghesi e di non voler compiacere la platea snob del Festival più celebrato. Non sorprende, dunque, che sia rimasto a bocca asciutta. Sorprende di più che sia stato selezionato Fuori Concorso il nuovo eccellente lavoro del grande John Boorman, 'Queen And Country' (voto 8). Il Vecchio Maestro (ricordiamo, tra i tanti, titoli semplicemente strepitosi come 'Senza un attimo di tregua' e 'Un tranquillo weekend di paura') offre un grandioso coming of age anni 50: commovente, romantico. Al centro, temi semplici ma eterni, ultimi a morire: amicizia tra uomini, illusioni d'amore, tradimenti, cadute e rinascite. Non è un caso che nei dialoghi tra i protagonisti, scalfiti dapprima da ingenue speranze e tramortiti poi da "botte che solo la vita sa rimediare", si citino alcuni dei più grandi, come Kurosawa, Wilder, Hitchcock. Un lavoro d'altri tempi, assolutamente fuori moda, anch'esso disinteressato a conquistare le simpatie del lettore medio di 'Repubblica', che si potrà consolare certamente col deludente 'Jimmy's Hall' di Ken Loach (voto 5). Chi mi conosce, sa che amo Loach. Sa che amo il suo approccio pasionario, amo i suoi perdenti, i suoi racconti proletari e civili. Mi commuovo ancora oggi quando penso a quel capolavoro de 'Il vento che accarezza l'erba' e a quel finale terribile e immenso. Ma, in questo caso, siamo di fronte alla storiella del comunista che torna, dopo anni di esilio, nel suo villaggio natìo per combattere il conservatorismo e le ipocrisie dovute all'ingombrante presenza della Chiesa e alla morale cattolica. Siamo, purtroppo, di fronte a un'opera prevedibile, manichea, senza sussulti. Non verrà mai meno la nostra stima per il combattente Ken, ciononostante anche ai condottieri più valorosi capita di non essere in forma smagliante.
venerdì 6 giugno 2014
I Magnifici Sette: Football Movies
Noi non supereremo mai questa fase.
Febbre a 90 - David Evans, 1997: tifare una squadra di calcio è un mistero della fede. Qualcosa che non può essere spiegato razionalmente. E' un dato di fatto con il quale bisogna convivere. La traduzione cinematografica del bestseller di Nick Hornby è una commedia sentimentale che ha la sua forza nell'ironia, nella tenerezza, nella straordinaria sincerità con la quale viene raccontata la vita di un trentenne, insegnante di lettere, alle prese con un amore nuovo (una graziosa collega un po' snob e radical-chic) e con quello di sempre (l'Arsenal, destinato a vincere il campionato dopo diciotto anni). Grande Colin Firth.
Hooligans - Lexi Alexander, 2005: film duro e crudo, forse l'unico che pone una lente di ingrandimento onesta sulla realtà delle tifoserie di calcio più intransigenti ed estreme, senza retoriche e moralismi. Il protagonista è un insegnante di Educazione Fisica, quasi a voler ribadire che la violenza non è espressione di una singola classe sociale, ma è un dato di fatto reale e diffuso. Molti, comunque, i passaggi nel quale il tifo viene mostrato come l'espressione di un senso di comunità, di fratellanza, di un'attitudine anarchica e antisistemica. Indimenticabile il coro I'm Forever Blowin Bubbles, l'inno del West Ham United.
Il Mio Amico Eric - Ken Loach, 2009: insieme a La Parte Degli Angeli, è il film più utopista di Ken Loach, nel quale la classe operaia riesce a prevalere e ad andare finalmente in paradiso, grazie a valori come l'amicizia e la solidarietà. E il calcio, impersonificato da Eric Cantona, rappresenta una via di fuga, un motivo di consolazione e di gioia quando tutto sembra perduto. Leggero ma trascinante, in modo particolare nel finale un po' hollywoodiano, che non fa altro che evidenziare il significato favolistico e irreale, ingenuo, giocoso e liberatorio.
Maradona By Kusturica - Emir Kusturica, 2008: che cos'è il genio? Emir segue Diego, corre appresso ai ricordi del Pibe de Oro, e regala quei bellissimi due minuti in cui Manu Chao canta La Vida Es Una Tombola per strada di fronte ad un commosso Maradona. Gloria e disperazione sono quasi sempre stati indissolubili nella vita di un uomo indubbiamente controverso, romantico e punk. Diego è il calcio nella sua forma più autentica, ostinata e incontaminata da "mafiosi" come Havelange, Blatter e Matarrese: è il calcio come "bellezza del gesto".
Sognando Beckham - Gurinder Chadha, 2002: ecco, invece, il calcio più politicamente corretto, ecumenico e familista in un film, però, tutt'altro che sgradevole. Non importa chi siete, da dove venite, come la pensate. Tutti noi possiamo essere uniti e affiatati dalla voglia di correre dietro a un pallone, bianchi o neri, maschi o femmine, etero o gay. Questa è la forza del calcio ma è, soprattutto, la forza di un film che ha lanciato quel dono divino di Keira Knightley, innamorata come la sua amica del cuore del loro allenatore Jonathan Rhys-Meyers.
Jimmy Grimble - John Hay, 2000: ovverosia, Billy Elliot spiegato agli eterosessuali maschi. Grazie a un paio di scarpette magiche, un adolescente brocco e introverso, tifoso dello sfigato Manchester City, diventa un fenomeno e porta la sua squadra alla finale del torneo della scuola. Dopo il trionfo, i dirigenti del Manchester United gli chiederanno di giocare per loro, ma alla domanda "Cosa d'altro può esserci di meglio del Manchester United?", lui risponderà: "Il Manchester City". Epico. PS: La Storia del Calcio ha poi invertito la rotta, riabilitando il City in una delle squadre più forti d'Europa.
Il Maledetto United - Tom Hooper, 2009: questa è una delle storie di calcio più belle e poetiche in assoluto, quella dell'allenatore un po' sbruffone Brian Clough, che portò il minuscolo Derby County a vincere il campionato e il Nottingham Forest a vincere due Coppe dei Campioni consecutive, ma che, nel mezzo, fallì clamorosamente con il Leeds United, la squadra inglese di maggior successo dei primi anni Settanta ma anche la più scorretta e indisciplinata. Un grandissimo film, diretto dal regista de Il Discorso Del Re, su ambizione e amicizia tradita e riconciliata, perchè il calcio è come il blues: dentro c'è tutto. Meravigliosi Michael Sheen e Timothy Spall.
venerdì 16 maggio 2014
Pagellino Film Festa Del Cinema 2014
Locke 9: un gigantesco Tom Hardy segue tre piste narrative differenti, tra calcestruzzo, amante di una notte che partorisce e moglie che lo abbandona. Il tutto è anticipato dal display telefonico dell'automobile, forse il vero protagonista della vicenda. Film unico, originale, scritto divinamente, che denota la grande difficoltà di decidere le sorti della propria esistenza al di fuori da ogni tipo di macchina o dispositivo elettronico.
Alabama Monroe 8: grande film, dolente, romantico, un po' Walk The Line e un po' Blue Valentine, che passa meravigliosamente indenne di fronte ai ricatti del cancer movie. Struttura narrativa a incastro, essenziale per guardare nello specchietto retrovisore e recuperare i migliori passaggi della nostra Vita, anche quando pene e dolori prendono il sopravvento. Quel che rimane è nella passione, espressa nel (st)ruggente ritmo del bluegrass.
Alabama Monroe 8: grande film, dolente, romantico, un po' Walk The Line e un po' Blue Valentine, che passa meravigliosamente indenne di fronte ai ricatti del cancer movie. Struttura narrativa a incastro, essenziale per guardare nello specchietto retrovisore e recuperare i migliori passaggi della nostra Vita, anche quando pene e dolori prendono il sopravvento. Quel che rimane è nella passione, espressa nel (st)ruggente ritmo del bluegrass.
La Sedia Della Felicità 7: tanta simpatia, perchè è l'ultimo film di Carlo Mazzacurati, uno dei registi italiani più sottovalutati degli ultimi vent'anni (ho un debole per La Giusta Distanza). Nella prima metà, anche lui risulta essere vittima della voglia di sembrare il Wes Anderson De Noantri, poi torna a fare quello che gli è sempre venuto meglio: tratteggiare i perdenti, gli emarginati, e tirarne fuori il meglio.
The Amazing Spider-Man 2 - Il Potere di Electro 7: la versione più giovanilista e hipster dell'Uomo Ragno è quella che preferisco. Anche perchè amo Andrew Garfield e non sopportavo Tobey Maguire e, inoltre, se incontrassi Emma Stone le chiederei senza indugio di sposarmi. Il finale, poi, è inaspettatamente tragico e radicale. Da segnalare anche il lanciatissimo Dane DeHaan, mi sembra uno che spacca.
Song'e Napule 7: onore ai Manetti, tra i pochissimi oggi in Italia a fare ancora cinema di genere, con grande intelligenza e ironia. Dopo un capolavoro (il fantascientifico L'arrivo di Wang) e un film sbagliato ma interessante (l'orrorifico Paura), ecco che si rende omaggio al poliziottesco contaminato di irresistibile sceneggiata napoletana. Un paio di sequenze esaltanti, un cast affiatato, nel quale spicca il sempre grande Carlo Buccirosso.
Principessa Mononoke 6: sarà un problema mio, ma a me alcuni film di Hayao Miyazaki fanno proprio dormire. Questo è uno di quelli. Bellissima l'animazione, per l'amor di Dio, ma questo cartone animato di due ore e un quarto non è altro che una tirata pesantissima sulla bellezza della Natura contrapposta al gretto materialismo degli esseri umani. Niente di più.
The German Doctor 5: il film sul criminale nazista dottor Josef Mengele è un'occasione persa, perchè le premesse c'erano tutte, a cominciare dalla regista argentina Lucia Puenzo reduce dall'eccellente XXY. Purtroppo, i personaggi rimangono freddi e la dinamica narrativa non si fa mai davvero coinvolgente. Sembra un compitino, molto simile ad un TV Movie di Retequattro.
Devil's Knot - Fino a prova contraria 5: altro lavoro sulla carta interessantissimo, diretto da un regista piuttosto affermato. Eppure, se potessi scegliere io i palinsesti televisivi, questo lo collocherei perfettamente al sabato sera su RaiDue, quando ci sono attori cani che fanno gli investigatori alle prese con l'assassinio dei figli dell'amante della moglie. Solo che in Devil's Knot gli attori sono due premi Oscar e si chiamano Colin Firth e Reese Witherspoon.
Gigolò Per Caso 5: sempre meglio degli ultimi due Allen da regista, parla di Woody che fa il pappa di John Turturro, che s'improvvisa gigolò per soddisfare donne borghesi insoddisfatte. Ma nessuno ha fatto i conti con l'amore. La trama è talmente patetica da sembrare quasi divertente, peccato che si ridacchi davvero non più di un paio di volte. Sharon Stone, ancora oggi, in una forma fisica eccelsa.
Tracks 3: uno strazio. Potrebbe entrare tranquillamente nella mia top 10 dei film più noiosi di sempre. Dialoghi di una inutilità rara, risvolti narrativi avvincenti come la lettura dell'elenco delle pagine del telefono. Un film simile lo aveva già fatto Gus Van Sant con Gerry, ma quando si è dei fenomeni si può fare quello che si vuole e girare comunque capolavori. Quando ci si chiama John Curran, invece, non bisognerebbe fare niente.
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