sabato 7 gennaio 2012

Le Nevi Del Kilimangiaro (voto 7)

E' uscito da più di un mese ma consiglio, se possibile, di recuperare l'ultimo film di Robert Guediguian 'Le nevi del Kilimangiaro'. Come Loach, il regista francese ama raccontare storie di gente comune, di lavoratori che devono stringere i denti per condividere il pane. Nell'ultimo lavoro, si confronta con il prepensionamento forzato di un operaio che viene rapinato poco prima del viaggio in Africa sempre sognato. Scoprirà che il rapinatore è un operaio come lui, licenziato, con due fratelli minori a carico da mantenere. La grande facilità con la quale Guediguian riesce ad alternare ruvidità e durezza delle tematiche con leggerezza delle battute e delle situazioni ricorda, appunto, il grande Ken e ne 'Le nevi del Kilimangiaro' il tono ottimista e la celebrazione della solidarietà può invece riportare al recente capolavoro di Aki Kaurismaki 'Miracolo a Le Havre'. La differenza con quest'ultimo, però, consiste nel modo in cui si giunge all'affermazione dei valori morali. Se per Kaurismaki essi sono il trionfo dell'utopia e possono prevalere soltanto grazie alla potenza del linguaggio cinematografico, l'autore marsigliese mette in pratica la propria fiducia nei confronti del genere umano, confidando nella bontà e nella fratellanza di una certa classe sociale. Da un punto di vista stilistico, il cinema di Guediguian è molto più scarno e approssimativo proprio per dare rilevanza esclusivamente alla forza contenutistica. Oltre a Guediguian, Kaurismaki, Loach, nel panorama europeo ci sono i fratelli Dardenne, Meadows, Kechiche che mettono al centro del loro cinema l'importanza dei valori umani e sociali. Purtroppo, in Italia manca ancora chi utilizza il cinema per raccontare la realtà nei suoi aspetti più essenziali e, per quanto si rivelino continuamente esordi interessanti, l'ambientazione borghese è sempre quella più sicura e convenzionale.

Emiliano Dal Toso

giovedì 5 gennaio 2012

J.Edgar (voto 6)

Ho fede in Clint. Non è certamente opinabile il fatto che sia uno dei più grandi cineasti viventi, in modo particolare il vero cantore della settima arte del decennio passato, drammaticamente e coraggiosamente raccontato-analizzato-criticato in quella incredibile serie di capolavori/grandissimi film che vanno da 'Mystic River' a 'Hereafter'. Il filo rosso che ha condotto il suo approccio fino a ieri è stata la netta presa di posizione, la capacità di porre un argomento al centro del suo discorso e schierarsi, facendolo però sempre con intelligenza e argomentazioni. Questo succedeva, ad esempio, in 'Million Dollar Baby' e in 'Gran Torino', ovviamente, ma è successo anche nei più discussi 'Invictus' e 'Hereafter', nei quali Clint continuava a proporre la sua idea completamente libera di cinema, senza alcun compromesso narrativo e ideologico (vedi la descrizione senza chiaroscuri che viene fatta di un grande personaggio come Mandela) ma nemmeno suggestivo ed emozionale (la scelta di parlare della morte e del sovrannaturale in maniera secca, senza mezzi termini). Per 'J.Edgar', invece, Eastwood preferisce adottare uno sguardo decisamente diverso, più freddo e distaccato. Va assolutamente compresa la motivazione per cui il regista americano compie questa scelta: John Edgar Hoover, capo dell'Fbi per 48 anni, rappresenta quello in cui Clint ha sempre creduto e, ora, in maniera totalmente disillusa quello di cui constata e prende atto, ovvero il fallimento di un'ideale di democrazia. Come tutti i grandi coerenti, l'autore non cede al ritratto sarcastico e facile dell'uomo politico e nello stesso tempo non ne fa una agiografia. Preferisce raccontare la solitudine dell'uomo privato, con le sue contraddizioni e i suoi lati oscuri. Alcuni aspetti sono analizzati con la solita grande abilità, dal rapporto soffocante con la madre all'omosessualità repressa del protagonista. Purtroppo, i lati politici più accattivanti e doppiogiochisti non sono approfonditi e i singoli episodi (ad esempio, la caccia a Dilinger o al rapitore del figlio di Lindberg) non sono sostenuti da una sceneggiatura adeguata. Il ritmo lento del film non aiuta lo spettatore meno dotto sul personaggio di Hoover e sulle vicende di storia americana ad appassionarsi ai diversi intrecci e, oltretutto, i continui rimandi temporali contribuiscono a dare un senso di confusione e poca chiarezza. E così, ne viene fuori un ritratto piuttosto asettico e con poca personalità. Apparentandolo al recente 'Le idi di Marzo', 'J.Edgar' segna il ritorno di un cinema molto classico ma, a differenza del film di Clooney, non c'è alcun graffio, solo grande professionalità. Di Caprio è davvero eccezionale così come lo sono la segretaria Naomi Watts e la madre Judi Dench ma non bastano per accendere la fiammella del coinvolgimento emotivo. Tutto è fatto molto bene ma manca la scossa che ha sempre caratterizzato il cinema di Clint, anche a costo di farsi rifiutare. Per quanto un Eastwood sottotono equivalga comunque ad una sufficienza piena, 'J.Edgar' non è bello, non è brutto, non è cattivo.

Emiliano Dal Toso

lunedì 26 dicembre 2011

Pearl Jam Twenty (voto 8)

Parlare dei Pearl Jam per il sottoscritto è parlare di uno dei grandi amori della propria vita. La mia passione per il rock è nata ascoltando per la prima volta quel famoso capolavoro grunge che porta il nome di 'Nevermind' all'età di quattordici anni, comprato in un negozietto milanese che ora non esiste più. L'ascolto dell'album più entusiasmante dei Nirvana è stato un evento fondamentale che mi ha portato conseguentemente a conoscere i cuginetti di Seattle, ai quali il biondino suicida non ha mai riservato troppa simpatia se non nelle ultime fasi della sua vita. Alcune sue dichiarazioni e molto altro vengono riportate nel bellissimo documentario di Cameron Crowe 'Pearl Jam Twenty', il quale ripercorre dalla fine degli anni 80 a oggi le vicissitudini della più grande rock-band degli ultimi vent'anni, appunto. Crowe è un cineasta che ama raccontare la provincia americana e i suoi sogni come pochi altri, riuscendo nei suoi film sempre a cogliere quello spicchio springsteeniano di realtà ma anche di ottimismo. Ha regalato a Tom Cruise forse le più belle interpretazioni della sua carriera ('Jerry Maguire', 'Vanilla Sky'), si è messo a nudo in quel delizioso spaccato seventies che è 'Quasi famosi', ha dato a Orlando Bloom un motivo per continuare a recitare dopo i vari signori degli anelli (l'altrettanto delizioso 'Elizabethtown'). Un documentario sui Pearl Jam è, dunque, grasso che cola per uno come lui. E il risultato è meravigliosamente coinvolgente. Viene utilizzato diverso materiale storico di repertorio dei primi anni 90 che rende onore a quello che è stato il grunge, uno status esistenziale, una concezione di vita più che un genere musicale. Si parte dai Mother Love Bone e dalla morte del cantante Andy Wood, dal loro scioglimento e dalla costituzione dei Pearl Jam con il giovane Eddie Vedder, passando per la magica collaborazione con Chris Cornell nei Temple Of The Dog, per la causa contro Ticketmaster per l'eccessivo prezzo dei biglietti dei concerti, per la drammatica morte di nove fan durante il concerto di Roskilde nel 2000, e si arriva all'ultima tournèe di 'Backspacer'. La grandissima forza di questa operazione è quella di raccontare la nascita, l'affermazione e la sopravvivenza di un gruppo completamente autentico nonchè forse l'unico che sia stato in grado a durare nel tempo dopo la morte di Cobain. Il senso di fratellanza, di amicizia e di unione che ha portato a creare il debutto di 'Ten' dopo la morte di Wood viene grandiosamente reso con testimonianze emozionanti ed emozionate e con immagini di grandissima potenza. E poi, ovviamente, ci sono le canzoni e le esibizioni. 'Pearl Jam Twenty' ha tutto questo, un documento storico per nulla agiografico, anzi, è un inno alla realizzazione di un sogno che mostra entrambi i lati della medaglia, con rispetto ma, in particolar modo, con passione. Quella passione che porta ad innamorarsi dei Pearl Jam e ai Pearl Jam di continuare a esserci negli anni.

Emiliano Dal Toso

Le Idi Di Marzo (voto 8)

Uno degli attori americani su cui gli spettatori nostrani hanno delle opinioni a dir poco discordanti è sicuramente George Clooney. Secondo le sue fan più agguerrite è l'uomo più bello del Pianeta, alcuni non lo possono proprio sopportare, altri ancora non riescono a capacitarsi come sia potuto stare insieme alla stessa donna di Bobo Vieri per così tanto tempo. Tutti pareri condivisibili o meno. Nessuno di questi riguarda però la professione di George Clooney. Il suo esordio come regista risale ai primi anni del Duemila con il film "Confessioni di una mente pericolosa", il quale ottiene un discreto successo di critica e lo spinge a continuare la sua carriera dietro la macchina da presa. Oscillando tra cinema d'autore ("Good night and good luck") e flop inguardabili (" In amore niente regole") quest'anno a Clooney è stato affidato l'onore e l'onere di aprire la Mostra del Cinema di Venezia. Il risultato è stato tutt'altro che deludente, anzi, è stato quasi sorprendente. "Le Idi di Marzo" è un film come quelli che si facevano una volta. Partendo dal testo teatrale "Farraguth North" di Beau Willimon, la storia concentra la sua attenzione sulla figura di Stephen Myers, giovane pieno di buoni propositi che si dedica a seguire come addetto stampa la campagna per le primarie del governatore democratico dell'Ohio, Mike Morris. Nel suo percorso di formazione scoprirà che il mondo che lo circonda è pieno di squali, sciacalli e iene pronti a elevarlo ai massimi livelli ma anche a distruggerlo con la stessa facilità. Sembra banale ma il merito di quest'opera sta quasi tutto in una sceneggiatura solidissima, senza sbavature, e nel suo cast stellare che va da Marisa Tomei, passando per Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman, fino a Evan Rachel Wood, e culmina in un Ryan Gosling magnetico, doppiogiochista e impeccabile nella sua performance. Clooney ha fatto un film perfetto quindi? Decisamente no. Mettere a nudo la corruzione politica descrivendola come un Mondo spietato e crudele è originale quanto dire di aver scoperto l'acqua calda, il regista non si prende nessun rischio tecnico-professionale, non osa e mantiene tutto sotto controllo trasformando il film in un ingranaggio dai movimenti perfetti, quasi mai fuori luogo. "Le idi di Marzo" non è certamente un'opera sperimentale ma in fondo cosa c'è di sbagliato nello rispolverare le vecchie tradizioni? Il divo americano è  riuscito a mescolare in modo intelligente il mondo della finzione con il mondo della realtà, in un film che potrete apprezzare lasciandovi affascinare dalla magia che solo il buio della sala è in grado di ricreare.

Alvise Wollner



sabato 24 dicembre 2011

Finalmente la felicità (voto 5)

Partiamo da un presupposto: "Finalmente la felicità" non è di certo un film di alto livello. Non è nemmeno una commedia così riuscita o coinvolgente come i lavori che hanno segnato gli esordi di Pieraccioni. E' un film che possiede, e a sua volta provoca, una serie di sindromi. La prima sindrome che salta all'occhio dello spettatore ordinario è la cosiddetta: "Sindrome di Benigni", ovvero l'attore che con il suo nome può fare incasso al botteghino continua a far recitare gente incapace nei suoi film (come Nicoletta Braschi). I film di Pieraccioni sono, quasi sempre, recitati male e "Finalmente la felicità" non fa eccezione, anzi, è uno dei peggiori sotto questo punto di vista. La seconda sindrome riscontrabile nel film è la classica "Sindrome di Peter Pan". Il regista/attore aveva promesso di evolvere il suo personaggio con il passare degli anni, ma nell'ultimo film non c'è proprio niente di nuovo, Leonardo è il solito quarantenne single che non vuole crescere e si innamora di una sorella adottata a distanza, di vent'anni più giovane di lui (sic!). Terza sindrome è un effetto che riguarda non il film in sè, ma il giudizio che gli altri ne esprimono. La chiameremo "Sindrome di stroncatura". Ogni Natale, nel marasma di commedie fatte con lo stampo che escono nelle sale, ci deve essere almeno un film che viene stroncato più degli altri dalla critica. L'anno scorso era successo a "Natale in Sudafrica", distrutto per dare risalto a film come "Qualunquemente" e "La banda dei babbi natale" che lasciavano molto a desiderare sul loro livello qualitativo. Quest'anno sembra essere toccato a Pieraccioni finire sul banco degli imputati della critica. Si sono lette su di lui stroncature impietose e a volte anche cattive. Non mi sembra il caso di essere così accaniti, in fondo il film strappa delle risate in diversi momenti, non è una comicità intelligente ma piuttosto volgare; però, scenette come quella della mamma uccisa da Barbara Bouchet sono veramente ben riuscite. La "Sindrome Pieraccioni" riassume le tre sindromi precedenti, le ingloba e produce commedie perennemente simili le une con le altre con una colonna sonora di servizio, belle ragazze e il super modello di turno per accontentare il pubblico maschile e femminile, personaggi stereotipati e macchiettistici (Rocco Papaleo troppo esagerato e quasi mostruoso nel suo ruolo), una storia prevedibile con il lieto fine mieloso e ottimistico. La diagnosi finale è: un'altra stupida commedia italiana. Certo, se volete passare un'ora e mezza spensierata andate a vederla ma attenzione: il Cinema degno di questo nome è tutta un'altra cosa.

Alvise Wollner

giovedì 22 dicembre 2011

Christmas Movie: Una Poltrona Per Due

"Pensavi che mi fossi dimenticato la gratifica natalizia? Eccoti cinque dollari." "Grazie, con questi ci vado al cinema. Da solo."
Vaffanculo al Natale. Vaffanculo a Mediaset e alla sua programmazione televisiva che ogni anno ripropone in prima serata spacciandola come una commedia "per tutta la famiglia" uno dei film più fieramente rossi che siano mai stati girati da un regista americano nonchè uno dei miei dieci capolavori preferiti di ogni tempo. 'Una poltrona per due' è rosso ma di quel rosso profondo che ha a che fare con i colori della rivoluzione, dell'anticapitalismo e dell'anticlassismo piuttosto che con quello babbonatalizio delle palline da mettere sull'albero. Il compagno John Landis gira col pugno alzato dalla prima all'ultima sequenza, innevando ogni gag, ogni invenzione comica di un sottotesto politico decisamente schierato. Il fatto che 'Una poltrona per due' abbia la leggerezza e la grazia della miglior tradizione della commedia americana non fa altro che testimoniare il genio e l'abilità narrativa di un regista strepitoso. Ecco chi era John Landis. L'uomo che ha lanciato nell'olimpo degli dei della comicità John Belushi e che ha rivelato la forza dirompente di un caratterista come Eddie Murphy. L'attore afroamericano non ha mai ritrovato nella sua carriera un ruolo così meravigliosamente congegnato e trascinante come quello del senzatetto che diventa un genio della finanza. Così come Dan Aykroyd si ricorda soprattutto per 'The Blues Brothers' e per questo personaggio teneramente ingenuo e inconsapevole, molto di più che per 'Ghostbusters' nel quale Bill Murray avrebbe rubato la scena anche a Marlon Brando. 'Una poltrona per due' rappresenta il graffio punk di un raffinato umorista nei confronti del sistema economico occidentale e va contestualizzato in una America nella quale il partito repubblicano di Ronald Reagan ha appena sbaragliato i democratici di Jimmy Carter. Quel conservatorismo che ha fatto sì che i ricchi diventassero sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, che le differenze sociali acquisissero distanze abissali viene completamente abbattuto e devastato all'interno di una sceneggiatura clamorosa nella quale i banchieri sono sodomizzati da gorilla e un maggiordomo, una prostituta e un homeless ribaltano i meccanismi del sadismo sociopolitico. Non c'è miglior vendetta del finale in cui le due marionette si ritrovano al posto dei burattinai e l'unica fine possibile per i due fratelli capitalisti non può che essere impietosa e fatale. La lievità, la forza popolare della comicità contenitrice di contenuti rivoluzionari e beffardi sono la spina dorsale di un capolavoro degno di essere posto al fianco delle filmografie di Frank Capra, Billy Wilder e Peter Bogdanovich. L'irrefrenabile continuità dei numeri comici sedimentati su motivi classisti e razziali appare ancora oggi senza eguali, in equilibrio miracoloso tra demenzialità e sarcasmo. Ecco chi era John Landis e Buon Natale a tutti quanti.

Emiliano Dal Toso

martedì 20 dicembre 2011

Christmas Movie: L'Ultimo Capodanno

Quando ero più giovane, l'abuso di droghe leggere non aveva ancora iniziato a provocarmi crisi di panico, anzi, esaltava la mia euforia. In quel periodo, un paio di sere, intorno alle cinque del mattino, mi è capitato di vedere questo film. Oggi lo rivedo per poterne inserire una recensione più o meno ragionata in questa rubrica natalizia. Il film racconta storie diverse che si intrecciano all'interno dello stesso edificio durante la notte di capodanno. Persone diversissime con storie altrettanto diverse e indipendenti tra di loro, sommano le piccole e grandi complicazioni delle loro piccole vite in una escalation irreversibile di caos e distruzione in cui tutti finiscono per trovarsi coinvolti. Una famigliola felice, tre ladri, due giovani scapestrati a caccia di emozioni nuove, una coppia che scoppia e altre strane situazioni. Tanto strane quando paradossalmente verosimili. Marco Risi (sì, suo padre si chiama Dino) raccoglie attorno a sé un cast lunghissimo; attingendo dal sottobosco cinematografico italiano che sta sul confine tra fiction e cinema vero, riesce a selezionarne gli elementi migliori, creando una piccola opera corale e grottesca. Consigliatissimo agli amanti del genere, piacevole per tutti gli altri. Finale assurdo.

Giancarlo Mazzetti