lunedì 8 dicembre 2014

La Superclassifica Del 2014

20 - Apes Revolution - Il Pianeta Delle Scimmie - Matt Reeves
Eccellente blockbuster adulto, che pone quesiti per nulla scontati come l'illusorietà di una tolleranza permanente tra razze diverse e la fragilità del concetto di pace e di uguaglianza. Superiore per intensità, cupezza e allegoria politica alle precedenti versioni di Schaffner e di Burton.

19 - Storie Pazzesche - Damiàn Szifròn
Sei storie accomunate dall'esasperazione dei sentimenti, dall'istinto distruttivo e autodistruttivo dell'Uomo, schiacciato dall'oppressione delle istituzioni e succube dell'ambizione e del benessere economico. Feroce, sarcastico, potente.

18 - Lo Sciacallo - Dan Gilroy
Duro e credibile ritratto di un trentenne senza lavoro che si improvvisa videoreporter senza scrupoli, abbattendo dubbi etici e limiti di visibilità. Uno scavato e inquietante Jake Gyllenhaal si aggira nella notte di Los Angeles alla ricerca dell'ultimo shock mediatico da vendere.

17 - Alabama Monroe - Felix van Groeningen
Un po' Walk The Line e un po' Blue Valentine, passa meravigliosamente indenne di fronte ai ricatti del cancer movie. Struttura narrativa a incastro, per guardare nello specchietto retrovisore e recuperare i passaggi migliori della nostra Vita, anche quando il dolore prende il sopravvento.

16 - Nebraska - Alexander Payne
Grandioso elogio di perdenti di una provincia americana spettrale, oscurata dalla crisi finanziaria. Un'analisi dei rapporti familiari amara, nella quale non mancano sfumature leggere e poetiche: il finale è la rivincita di chi non può far altro che aggrapparsi alle piccolezze per sopravvivere.

15 - Maps To The Stars - David Cronenberg
Hollywood brucia, mentre si assiste a tragedie inumane, ma il tono rimane immobile e gelido perché il punto di vista è quello dello smartphone. Cronenberg recupera il graffio dei tempi migliori e ritrae il putrido, nel quale non c'è altro al di fuori del tornaconto e non c'è paura oltre l'invecchiamento estetico.

14 - Under The Skin - Jonathan Glazer
Ambiziosa e immaginifica riflessione sull'altro, spogliata di intellettualismi, imperfetta ma debordante di stimolazioni visive e sensoriali. Meravigliosa Scarlett Johansson, strumento di predazione prima, e poi vittima della sua diversità e della sua attrazione.

13 - Locke - Steven Knight
Un gigantesco Tom Hardy si barcamena tra calcestruzzo, amante che partorisce e moglie che lo abbandona: mentre il figlio lo aspetta per il Tottenham, lui rischia di perdere lavoro e famiglia dall'interno della sua automobile. Il display telefonico è il narratore, il singolo è alla deriva.

12 - Frances Ha - Noah Baumbach
Ritratto di una romantica ventisettenne aspirante ballerina, all'alba della maturità individuale, abbandonata da tutte le certezze, dalla migliore amica e decisamente "infidanzabile". Greta Gerwig immensa, raro esempio di attrice dotata di autoironia e vis comica, alla quale piacciono "le cose che sembrano errori".

11 - Anime Nere - Francesco Munzi
Sconvolgente racconto di "malavita", teso, tetro, durissimo, sull'inevitabilità della violenza e del Male. Non ci sono scorciatoie, non ci sono moralismi né consolazioni: lo spettatore può finalmente godere soltanto di un Noir, crudo e spietato, nient'altro.

10 - Scemo E Più Scemo 2 - Fratelli Farrelly
Non si ride molto, la maggior parte delle gag è ripugnante, spiazzante e di pessimo gusto. Dopo vent'anni, i Farrelly si adeguano alla morte del comico, rimpiazzata dal cinismo del web e dall'esibizionismo di YouTube. E girano un altro capolavoro: funebre, anarchico, erede della poetica weird di John Waters.

9 - Due Giorni, Una Notte - Fratelli Dardenne
I Dardenne rimettono al centro del proprio farecinema il lavoro, ma con un'inusuale carica scarna e popolare. Nessun orpello, soltanto la sofferenza, la lotta, il coraggio di una grande Marion Cotillard che battaglia per la sopravvivenza economica e per la dignità di essere umano.

8 - Il Regno D'Inverno - Nuri Bilge Ceylan
Un'opera colta e generosa, che attraverso i tempi morti della Vita ne evoca l'amarezza, la vacuità, l'inevitabile rancore di chi non è stato in grado di indirizzarla sui binari del proprio modo d'essere. Un film non semplice, senz'altro faticoso, ma che innalza Ceylan a punto di riferimento intellettuale, non più elitario.

7 - The Counselor - Ridley Scott
Altre anime nere, stelle iper-hollywoodiane (Fassbender, Bardem, Cruz, Pitt) destinate a una fine davvero tremenda. Svetta Cameron Diaz, seduttrice pronta a stringere patti con il lato oscuro. Il miglior Ridley Scott da Thelma e Louise, insieme a Cormac McCarthy, non lascia nessuna via d'uscita.

6 - Mud - Jeff Nichols
Jeff Nichols è il nuovo cantore delle badlands e degli innamorati non corrisposti, dei fuorilegge e degli sceriffi codardi. Illusioni e delusioni nel passaggio dall'adolescenza all'età adulta, osservando e partecipando al destino dei propri eroi, romantici e controversi.

5 - Mommy - Xavier Dolan
Una sorpresa furiosa, travolgente. Il cinema di Xavier Dolan è naif, artigianale, un po' kitsch e sfacciatamente pop. Ma se il valore di un'opera cinematografica si misura con l'emozione, allora Mommy è il nostro film. Perché se il futuro non è duro, il passato ha stufato. Perché quando il giovane protagonista Steve apre letteralmente il formato delle immagini, noi vogliamo soltanto affetto brutale.

4 - Sils Maria - Olivier Assayas
Quello di cui si può essere certi è soltanto l'esclusività del punto di vista, l'irrinunciabilità alla prospettiva. E, in questo modo, il Teatro, il Cinema, la Vita vanno rielaborati: rinunciando al dovere dell'interpretazione e della giustificazione, ma accettando la propria condizione che è sempre e comunque nebulosa e inafferrabile. Divine Juliette Binoche e Kristen Stewart, che si lascia Twilight alle spalle per uno dei personaggi femminili più affascinanti e sfumati degli ultimi anni.

3 - The Wolf Of Wall Street - Martin Scorsese
Se dovessi scegliere quale film di Scorsese portare su un'isola deserta, opterei per The Wolf Of Wall Street. Lo sceglierei per la sua trascinante colonna sonora, innanzitutto. Lo sceglierei per le performance irrefrenabili di Leonardo DiCaprio e di Jonah Hill, e per la gnoccaggine di Margot Robbie. Ma, soprattutto, lo sceglierei perché sotto gli strati di divertita e divertente commedia di cialtroni, si cela un consapevole senso di rassegnazione per la misera natura umana.

2 - Nymphomaniac - Lars von Trier
Lars, il nostro caro vecchio zio Lars, continua a raccontare l'inconciliabilità della natura femminile con quella maschile e le loro incolmabili differenze. Rifuggendo come sempre ogni moralismo e ogni forma di intellettualismo, Nymphomaniac è un altro capolavoro di un cineasta immenso che, come nessun altro, rappresenta sullo schermo la forza dell'umanesimo e ribadisce, mai domo, l'importanza, la centralità della libertà d'espressione.

1 - Boyhood - Richard Linklater
Un indimenticabile coming-of-age che prende di petto il desiderio di identificazione dello spettatore, ponendo l'interrogativo se il Cinema possa essere uno specchio fedele dell'esistenza, oppure se le necessità di sintesi debbano prendere il sopravvento. Il risultato è un miracolo cinematografico, affidato all'Ignoto, alla Storia che deve ancora essere scritta, che lascia spazio all'emozione: le giornate di Mason possiedono il dono magico dell'autenticità, e della lacrima.

MIGLIOR ATTORE: Tom Hardy (Locke)

MIGLIOR ATTRICE: Greta Gerwig (Frances Ha)

I FILM DELL'ANNO DE 'IL BELLO, IL BRUTTO E IL CATTIVO'

2011 Il Cigno Nero - Darren Aronofsky
2012 Un Sapore Di Ruggine E Ossa - Jacques Audiard
2013 The Master - Paul Thomas Anderson
2014 Boyhood - Richard Linklater






mercoledì 3 dicembre 2014

Flop Ten - I Bidoni Del 2014

10 - Gigolò Per Caso - John Turturro
Il film che certifica lo stato di salute deficitario di Woody Allen, dopo i passi falsi di To Rome With Love e di Blue Jasmine e in attesa del criticatissimo Magic in the moonlight. Lo vediamo nei panni del pappa di John Turturro, che s'improvvisa gigolò per soddisfare donne borghesi annoiate: che tristezza. Sharon Stone esteticamente e fisicamente eccellente, prova recitativa imbarazzante.

9 - Tre Cuori - Benoit Jacquot
Il lato oscuro del cinema francese. Un intreccio narrativo vecchio come il cucco, senza il minimo sussulto, presentato inspiegabilmente in Concorso alla Mostra di Venezia. Intellettualistico e mai palpitante, con l'aggravante di un finale brutto e immotivato. Charlotte Gainsbourg giù di corda, dopo aver concesso anima e corpo al genio sadico di Nymphomaniac.

8 - Monuments Men - George Clooney
Clooney bocciato senza possibilità di appello. Soltanto un regista veramente scarso poteva ricavare un'opera talmente statica, didascalica e pallosa da un'idea così meritevole: il recupero di migliaia di opere d'arte trafugate da Hitler da parte di un gruppo di esperti dell'esercito americano. Eppure, malgrado Murray, Goodman e Dujardin, avvince di più lo scorrere delle lancette sull'orologio.

7 - Allacciate Le Cinture - Ferzan Ozpetek
Talmente brutto da suscitare simpatia. Forse, Ozpetek ha definitivamente rinunciato a ogni tipo di ambizione autoriale, e si è arreso al suo istinto: un melodramma trash italiota, nel quale i bicipiti e il fondoschiena di Francesco Arca risultano essere più espressivi del suo viso. Scult immediato, tra i più divertenti dell'anno, seppur in maniera involontaria.

6 - Lei - Spike Jonze
Boiata Hipster Numero Tre, apologia dell'intimismo finto-depresso da social network. Joaquin Phoenix, uno degli attori della Nostra Vita, lo vorremmo strozzare. Spike Jonze perde definitivamente il confronto con il "cuginetto" Michel Gondry: tanto geniale e creativo quest'ultimo, quanto autoreferenziale e artificioso il primo.

5 - Grand Budapest Hotel - Wes Anderson
Boiata Hipster Numero Due, l'involuzione manierista e vuota di contenuti di un regista epocale. Un lavoro prefabbricato, richiesto a uso e consumo da un pubblico sempre più propenso a divertirsi per le stramberie e per le cazzatine ma sempre meno in grado di vivere un'esperienza cinematografica consistente. Il numero eccessivo di attori eccellenti soccombe alla totale mancanza di idee.

4 - Solo Gli Amanti Sopravvivono - Jim Jarmusch
Boiata Hipster Numero Uno, lo strazio esangue di un genio annoiato. Tornate di moda le storie di vampiri, Jarmusch esce dal letargo ma non se ne sentiva il bisogno. Sarebbe stato bello chiudere una carriera gloriosa con le amarezze di Broken Flowers, ed evitarsi questo tedio interminabile, del tutto privo di sostanza, per un pubblico radical-chic che ride in anticipo alle battute.

3 - Interstellar - Christopher Nolan
L'ambizione di Nolan di essere più grande del Cinema e della Vita naufraga inesorabilmente in un polpettone indigesto e senza fine. La complessità dell'intreccio, stavolta, non è sorretta da un'attenzione accettabile alle sfumature e alle psicologie dei personaggi: anzi, spesso si è travolti dalla sconfinatezza del ridicolo involontario.

2 - Trash - Stephen Daldry
Imbarazzante vincitore dell'ultimo Festival di Roma. Una sorta di The Millionaire ambientato nelle favelas di Rio De Janeiro, con un'attrice molto bella (Rooney Mara) e una delle trame più idiote e offensive degli ultimi anni. Insopportabilmente cartolinesco, del tutto incapace di ricevere attenzione malgrado il montaggio concitato.

1 - 12 Anni Schiavo - Steve McQueen
Noia mortale. Uno schematismo da prima elementare, da una parte i neri buoni e dall'altra i bianchi cattivoni. Sembra la risposta seriosa e priva di ironia di chi si è sentito offeso dinanzi al divertimento ludico e citazionista di Django Unchained. Lo stile di Steve McQueen si fa pedante, invasivo e gratuito, addirittura peggio della retorica spielberghiana di Amistad.

PEGGIOR ATTORE: Francesco Arca (Allacciate le cinture)
Ozpetek si concentra sui suoi bicipiti, sui suoi pettorali e sul suo fondoschiena ma si dimentica che un attore dovrebbe anche recitare. Meno espressivo che dalla De Filippi.

PEGGIOR ATTRICE: Sharon Stone (Gigolò per caso, Un ragazzo d'oro)
Pupi Avati ha dichiarato che ha un carattere terribile ed è poco professionale. Basic Instinct ha dimostrato che, a volte, è sufficiente accavallare le gambe per costruirsi una carriera.

I BIDONI D'ORO DE 'IL BELLO, IL BRUTTO E IL CATTIVO'

2011 La Pelle Che Abito - Pedro Almodovar
2012 Le Belve - Oliver Stone
2013 Solo Dio Perdona - Nicolas Winding Refn
2014 12 Anni Schiavo - Steve McQueen
















mercoledì 26 novembre 2014

Pagellino Novembre 2014

Sils Maria - Olivier Assayas 10: quello di cui si può essere certi è soltanto l'esclusività del punto di vista, l'irrinunciabilità alla prospettiva. E, in questo modo, il Teatro, il Cinema, la Vita vanno rielaborati: rinunciando al dovere dell'interpretazione e della giustificazione, ma accettando la propria condizione che è sempre e comunque nebulosa e inafferrabile. Divine Juliette Binoche e Kristen Stewart.

Due Giorni, Una Notte - Jean-Pierre e Luc Dardenne 9: i Dardenne rimettono al centro del proprio farecinema il lavoro, ma mai con questa essenzialità, con questa carica scarna e popolare. Nessun orpello, soltanto la sofferenza, la lotta, il coraggio di una immensa Marion Cotillard che battaglia per la sopravvivenza economica e per la dignità di essere umano.

Ritorno a L'Avana - Laurent Cantet 8: cinque amici di vecchia data su una terrazza della capitale cubana, tra amarezza e disillusione, dovuti alle speranze infrante di una generazione che ha sognato di poter costruire un mondo migliore. La radiografia di una Cuba mancata e di un presente senza spina dorsale, che non ha sconfitto però gli affetti speciali.

Lo Sciacallo - Dan Gilroy 8: cinema americano duro e credibile, nel quale un trentenne senza lavoro si improvvisa videoreporter senza scrupoli, abbattendo dubbi etici e limiti di visibilità. Eccezionale Jake Gyllenhaal, nella sua prova migliore, scavato e inquietante, che si aggira nella notte di Los Angeles alla ricerca dell'ultimo shock mediatico da vendere.

Frank - Lenny Abrahamson 7: dolorosa riflessione sul disagio mentale, che nell'ultima mezz'ora emoziona e commuove, cancellando le perplessità di una prima parte incentrata sul rapporto tra successo e i nuovi mezzi di comunicazione. Peccato per la patina hipster, ormai stucchevole, controbilanciata da alcuni passaggi surreali e geniali.

La Spia - Anton Corbijn 7: Philip Seymour Hoffman giganteggia in un buon thriller, solido e non troppo originale, diretto con eleganza e mano sicura dal grande fotografo Anton Corbijn (lontano, però, dal meraviglioso esordio di Control). Oltre a Phil, si fanno notare una sempre incantevole Rachel McAdams e una brava e stronza Robin Wright, in linea con il personaggio di House Of Cards.

Il Mio Amico Nanuk - Roger Spottiswoode 6: dolcissimo film per bambini, sull'amicizia tra un ragazzo e un orso polare alla ricerca della sua mamma, portata via dalle guardie forestali. Bello e giusto ridare attenzione a una specie da difendere, a far parlare di WWF, mentre sullo sfondo ci si lascia affascinare dai ghiacci dell'Antartide.

Interstellar - Christopher Nolan 4: l'ambizione di Nolan di essere più grande del Cinema e della Vita naufraga inesorabilmente in un polpettone indigesto e interminabile. La complessità dell'intreccio, stavolta, non è sorretta da un'attenzione accettabile alle sfumature e alle psicologie dei personaggi: anzi, spesso si è travolti dalla sconfinatezza del ridicolo involontario.

Tre Cuori - Benoit Jacquot 4: triangolo amoroso vecchio come il cucco, senza sussulti, presentato inspiegabilmente in concorso alla Mostra di Venezia. Molto intellettualistico e mai palpitante, con l'aggravante di un finale brutto e immotivato. Consoliamoci: anche il cinema francese, qualche volta, toppa e ci rifila qualche bidone.

Trash - Stephen Daldry 3: imbarazzante vincitore dell'ultimo Festival di Roma, è una sorta di The Millionaire ambientato nelle favelas di Rio De Janeiro, con un'attrice molto bella (Rooney Mara) e una delle trame più idiote e offensive degli ultimi anni. Insopportabilmente cartolinesco, incapace di destare attenzione malgrado il montaggio concitato.


giovedì 20 novembre 2014

Riflessioni Spiazzanti: Le Riflessioni Spiazzanti

La crudeltà è attraente, soffrire fa schifo. Niente è come sembra, niente è come appare. Le cose cambiano, il cinema cambia, la televisione supera il cinema e diventa a sua volta un punto di riferimento e un modello culturale. Per questi giovani, per questi giovani d'oggi, per questi bei giovani d'oggi, per questi bei giovani d'oggi del cazzo, non ci sono i soldi. Le recensioni ingannano, la critica cinematografica inganna. La carta stampata è carta straccia. Mi hanno chiesto del film in un unico piano sequenza: lo sapevo. Mi hanno chiesto del film girato tutto in soggettiva: non lo sapevo. Le riflessioni spiazzanti. Le riflessioni spiazzanti sono le mie, qui e adesso, non sono le mie di prima, non sono le mie fra poco, non saranno mai le tue: non lo sono mai state. Ho visto film più belli alla televisione che al cinema ultimamente. True Detective, Les Revenants. Sono film alla televisione, film alla televisione, non sono serie tv al cinema, tipo Gomorra, che sono stronzate. Nella prima i due protagonisti non muoiono, ma non se la passano bene. Nella seconda i protagonisti sono già morti, prima di morire, e ritornano in mezzo ai vivi. Sono romantiche, sono pulsanti, non c'è distanza tra io che guardo qui e adesso e loro. Non raccontano, non descrivono, ci sono dentro: non tutto è molto chiaro, non tutto va spiegato. Come in Sils Maria, che è un film al cinema, non sono io, che devo inseguire l'incomprensibilità di una trama interstellare, ma sono inseguito.

EDT


domenica 9 novembre 2014

Interstellar

Nell'ambizione di Christopher Nolan di essere più grande del Cinema e della Vita, di ribadire la trascurabilità dell'Uomo dinanzi alle potenzialità dell'Arte e all'Infinito, all'Immenso Spazio, il regista di The Prestige e di Inception si dimentica di un ruolo imprescindibile: quello dello spettatore. Per quanto Interstellar ponga il nobile obiettivo di far ricondurre al cuore e alla sua sconfinata forza di muovere il sole e le altre stelle il senso del suo incedere, le due ore e cinquanta di trattati di fanta-fisica quantistica alternati a dialoghi di una melensaggine imbarazzante risultano indigeribili, indigesti. Il film non emoziona, non coinvolge. Non si ha mai l'impressione di essere di fronte a qualcosa che non sia un polpettone pretenzioso, all'autocelebrazione di un regista che può permettersi di girare quello che vuole perché non ha limiti di budget, perché il suo talento gli ha concesso di essere il Prescelto punto d'incontro tra l'epica kubrickiana e l'intrattenimento spielberghiano. Non è necessario rivolgersi a incomprensibili teorie scientifiche per scrivere la Storia. Non è necessario, soprattutto, se i personaggi non hanno alcuno scavo psicologico, se i rapporti tra di loro non si sviluppano, se il filo narrativo e poetico che dovrebbe essere la spina dorsale (distacco padre-figlia, lontananza padre-figlia, ricongiunzione padre-figlia) viene risolto in maniera patetica, rasentando il ridicolo involontario. La complessità dell'intreccio delle opere precedenti era controbilanciata da un'attenzione altrettanto minuziosa alle sensibilità e alle sfumature: in The Prestige (il capolavoro di Nolan) la costruzione del puzzle andava di pari passo con una riflessione dolorosa e potente sul sacrificio dei sentimenti in nome dell'affermazione personale; in Inception il rompicapo thriller nei meandri dell'inconscio era accompagnato dal tormentato e struggente rapporto tra il protagonista e la moglie, che era un'amara analisi sul senso di colpa e sulle inevitabili proiezioni causate dall'Amore. In Interstellar la parola Amore si pronuncia spesso, ma è vuota, priva di significato, perché il contesto attorno a essa non è credibile, è una forzata scorciatoia che giustifica la mancanza di una reale profondità. Stendendo un velo pietoso sulla sciatteria con la quale sono scritti i personaggi di Anne Hathaway e di Matt Damon, le uniche note positive risultano essere Matthew McConaughey e quei primi venti minuti che illudono, che recuperano uno squarcio di America desolante e desolata. A rischio di essere tacciato come un blogger snob e modaiolo, mai come in questo caso mi sembra il caso di dirlo: il Cinema si trova su un altro Pianeta.

Emiliano Dal Toso


martedì 28 ottobre 2014

Pagellino Ottobre 2014

Boyhood - Richard Linklater 9: un indimenticabile coming-of-age che prende di petto il desiderio di identificazione dello spettatore, ponendo l'interrogativo se il Cinema possa essere uno specchio fedele dell'esistenza, oppure se le necessità di sintesi narrativa debbano forzatamente prendere il sopravvento. Il risultato è un nuovo miracolo cinematografico, affidato all'Ignoto, alla Storia che deve ancora essere scritta, che lascia spazio all'emozione: le giornate dei piccoli protagonisti trascorse insieme al padre giocando a bowling, andando alle partite di baseball o togliendo i cartelloni elettorali di McCain possiedono il dono magico dell'autenticità, e della lacrima.

Il Regno D'Inverno - Nuri Bilge Ceylan 8: un'opera colta e generosa, che attraverso i tempi morti della Vita ne evoca l'amarezza, la vacuità, l'inevitabile rancore di chi non è stato in grado di indirizzarla sui binari del proprio modo d'essere, delle proprie esigenze e delle proprie passioni. Un film non semplice, senz'altro faticoso, ma che innalza Nuri Bilge Ceylan a un punto di riferimento del cinema turco non più manierista ma intellettuale, non più elitario ma elevato.

Sin City - Una Donna Per Cui Uccidere - Robert Rodriguez 7: scritto decisamente meglio del capitolo precedente, più folle e anarchico ma altrettanto seducente, grazie a una Eva Green in versione femme fatale da mozzare il fiato. Si tratta, in fondo, di un semplice omaggio al genere noir, cruento ma breve nella durata, con un paio di sequenze di indubbia spettacolarità e di onestissimo divertimento. Si fanno notare anche la sempre bella Jessica Alba e il sempre bravo Joseph Gordon-Levitt.

Joe - David Gordon Green 7: Gordon Green è un regista che necessita di essere scoperto anche in Italia, perchè il suo Cinema è un esempio raro di racconti di uomini perdenti ed emarginati nelle profondità di una America che non concede più seconde possibilità. Joe è meno sagace del precedente Prince Avalanche (un capolavoro) ma è comunque l'occasione per ammirare un racconto di formazione duro ed emozionante, insieme a un Nicolas Cage in una delle sue migliori interpretazioni.

The Judge - David Dobkin 6: drammone famigliare e giudiziario, a metà strada tra un legal movie di Raidue e I segreti di Osage County. Però si fa guardare, perchè la confezione è professionale e gli interpreti sono eccellenti. Sarebbe stata necessaria una sceneggiatura più adeguata e meno elementare per essere uno di quei titoli che piacciono davvero tanto agli americani, su cui puntare a occhi chiusi tra i papabili candidati per la notte degli Oscar.

Guardiani Della Galassia - James Gunn 5: un inspiegabile entusiasmo da parte della critica sta accompagnando il lancio promozionale di questo normalissimo Marvel movie, forse anche un po' più idiota del solito. Il trionfo della solita ironia postmoderna ipercitazionista, uno spettacolone pop che fa simpatia grazie a un paio di personaggi ma che non emoziona mai. Comunque, lontano anni luci dalle turbe giovanili di un Peter Parker o dal cupo esistenzialismo di un Bruce Wayne.

The Equalizer - Antoine Fuqua 5: Denzel Washington che fa fuori i cattivi. Non ci sarebbe molto altro da aggiungere, perchè la trama è all'acqua di rose, non dà nessun tipo di spiegazioni al di fuori di sparatorie e di trucide uccisioni. Un prodotto ignorante, senza pretese, tutto sommato onesto, anche se fa tristezza ricordare gli anni migliori del grande Denzel e dover annoverare che il regista sia lo stesso di Training Day.

Tutto Può Cambiare - John Carney 4: una insipida descrizione di un rapporto d'amicizia tra un uomo e una donna, che usa come pretesto lo sfondo musicale indie-folk e una New York non convenzionale. Si salvano le canzoni ma la sceneggiatura fa davvero pietà: dialoghi imbarazzanti, un'evoluzione nella caratterizzazione dei personaggi che non arriva mai. Un film retorico e fasullo, malgrado la presenza della sempre divina Keira.

I Due Volti Di Gennaio - Hossein Amini 4: uno dei titoli più mediocri dell'anno. I primi venti minuti sembrano possedere un certo piglio, poi la spy story si fa un patinato e noiosissimo triangolo amoroso del tutto improbabile nello svolgimento e nelle psicologie dei personaggi. La solita ambientazione cartolinesca del Mediterraneo non fa altro che aggravare la modestia, l'inutilità dell'operazione.




martedì 21 ottobre 2014

Il Regno D'Inverno - Winter Sleep

Pensavo di annoiarmi terribilmente, dato che il precedente 'C'era una volta in Anatolia' è stata una delle visioni più inaccessibili della mia esperienza di appassionato di cinema. Dopo la vittoria al Festival di Cannes, mi ero promesso che la Palma D'Oro di quest'anno l'avrei evitata: la presenza di Jane Campion come Presidente di Giuria non ha fatto altro che rafforzare in me il pregiudizio nei confronti dell'ultima fatica di Nuri Bilge Ceylan, regista turco, allergico al cinema americano ("i film hollywoodiani ci hanno abituato a risposte diventare ormai come pillole ansiolitiche per lo spettatore"), amante della lentezza, del teatro, dei silenzi, di tutto ciò che non si troverebbe mai in un film di Michael Mann. Eppure, nonostante il pregiudizio si fosse consolidato più che mai, non posso negare di essere stato dapprima sedotto, per poi trovarmi completamente immerso nella pesantezza, nei dialoghi fluviali, nelle tirate esistenzialiste di 'Il Regno D'Inverno - Winter Sleep'. Sono innumerevoli i riferimenti letterari a cui si rivolge Ceylan: Cechov, Dostoevskij, Shakespeare, Voltaire, Camus. Ciononostante, non ho mai avuto l'impressione di trovarmi di fronte a un lavoro intellettualistico, ripiegato su se stesso, all'insegna dell'autoreferenzialità più sprezzante nei confronti dello spettatore. Tutt'altro. La sensazione che ho avuto dopo le tre ore e un quarto di minutaggio è stata quella di aver assistito a un'opera colta e generosa, che attraverso i tempi morti della Vita, ne evoca l'amarezza, la vacuità, l'inevitabile rancore di chi non è stato in grado di indirizzarla sui binari del proprio modo d'essere, delle proprie esigenze e delle proprie passioni. Il film è ambientato in uno sperduto villaggio in mezzo all'Anatolia, fuori da tutto, dal Mondo, dai mezzi di comunicazione, dai social network: un non-luogo nel quale domina incontrastato il vuoto pneumatico dell'esistenza. Non è un caso che tutti i personaggi si rimproverino qualcosa, siano invasi dai rimpianti e nessuno sia in grado di tendere la mano a chi si trovi nelle medesime difficoltà: non è sufficiente neppure la condivisione della solitudine per sentirsi vivi. Quello che sembra essere l'unico strumento per non farsi seppellire dal freddo glaciale delle relazioni umane è l'alcool, che riscalda e scatena reazioni magari non troppo eleganti ma perlomeno non sopite dall'immobilità e dal gelo. Si dialoga tanto, forse troppo, a volte effettivamente ci si annoia: ma è una noia che coccola, dovuta alla consapevolezza che questa volta Nuri Bilge Ceylan ha individuato il fulcro dei suoi demoni, il punto sensibile, che giustifica il ritmo faticoso del suo Cinema e che lo innalza a punto di riferimento non più manierista ma intellettuale, non più elitario ma elevato.

Emiliano Dal Toso